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Art. 62-bis Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 62-bis Codice Penale

Truffa tramite ricarica Postepay: condanna per l’intestatario
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa a carico di un soggetto, dichiarando inammissibile il suo ricorso. La vicenda nasce da una truffa tramite ricarica Postepay, in cui la vittima ha versato una somma di denaro su una carta prepagata intestata all'imputato. I giudici hanno ritenuto provata la responsabilità penale del titolare della carta, poiché non è emerso alcun utilizzo della stessa da parte di terzi. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche, evidenziando la gravità del danno economico e i precedenti penali dell'uomo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa continuata: la carta prepagata smentisce l’innocenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa continuata a carico di un soggetto intestatario di una carta prepagata utilizzata per incassare i proventi illeciti. L'imputata contestava la prova della propria responsabilità, ma i giudici hanno stabilito che la titolarità della carta, in assenza di spiegazioni alternative plausibili, costituisce prova logica del concorso nel reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, negando anche le circostanze attenuanti generiche a causa della totale assenza di pentimento o di comportamenti positivi della condannata, che ora dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa e estorsione a un sacerdote: condanna definitiva
Un uomo è stato condannato per i reati di truffa e estorsione ai danni di un sacerdote. L'imputato aveva finto di aver bisogno di costose cure mediche e aveva promesso la restituzione del denaro millantando la vendita di un immobile inesistente. Inoltre, aveva estorto somme di denaro alla vittima, come confermato dai messaggi inviati alla curia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale. I giudici hanno evidenziato la gravità dei fatti, la pluralità dei reati e la totale assenza di resipiscenza del colpevole, escludendo la concessione delle attenuanti generiche. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: il no che costa tremila euro
Un uomo, condannato per il reato di ricettazione attenuata, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e contestando la quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, è sufficiente che il giudice di merito indichi gli elementi decisivi negativi o l'assenza di elementi positivi. Inoltre, non occorre una motivazione dettagliata sulla pena se questa è stabilita al di sotto della media edittale, specialmente se già ridotta in appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Danno patrimoniale di speciale tenuità: no a sconti per truffa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per truffa in concorso. L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della circostanza del danno patrimoniale di speciale tenuità. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti generiche era giustificato dalla gravità del fatto e dalla recidiva del reo. Inoltre, per la concessione dell'attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità, il pregiudizio economico deve essere oggettivamente irrisorio e lievissimo. Non rileva, invece, la capacità economica della vittima di sopportare la perdita finanziaria. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Giudizio di bilanciamento: quando la violenza nega lo sconto
Il Ricorrente, condannato per tentata rapina impropria aggravata, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando il mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti e la disparità di trattamento con i coimputati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudizio di bilanciamento tra aggravanti e attenuanti spetta esclusivamente al giudice di merito. Tale valutazione è insindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata, anche solo sulla base della gravità e della violenza della condotta, rendendo irrilevanti i trattamenti sanzionatori applicati in altri procedimenti separati. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina aggravata: il complice in auto fa scattare la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di rapina aggravata ai danni di un istituto di credito. L'azione è stata compiuta con l'ausilio di un complice che attendeva all'esterno a bordo di un'automobile. La difesa ha contestato l'applicazione dell'aggravante delle più persone riunite, sostenendo che la vittima non avesse percepito la presenza del complice fuori dalla banca. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'aggravante scatta per la simultanea presenza di almeno due persone nel luogo del delitto, a prescindere dalla percezione visiva della vittima, poiché rileva la maggiore pericolosità oggettiva della condotta di gruppo. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa e circostanze attenuanti generiche: no allo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per truffa. L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e la mancata prescrizione del reato. I giudici hanno chiarito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale ha legittimamente valorizzato la gravità del fatto e la tendenza del soggetto a commettere reati contro il patrimonio. Inoltre, calcolando i periodi di sospensione, la prescrizione non era maturata. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità ma niente attenuanti generiche: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. Il primo ricorrente contestava il diniego delle attenuanti generiche, sostenendo che il riconoscimento della lieve entità del fatto dovesse comportare automaticamente la riduzione della pena. Il secondo ricorrente lamentava l'errata interpretazione delle intercettazioni telefoniche e l'incompatibilità tra il diniego delle attenuanti generiche e la concessione della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha chiarito che non esiste alcun automatismo tra la lieve entità del reato e la concessione delle attenuanti generiche. Inoltre, ha stabilito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che la sospensione condizionale e le attenuanti generiche hanno presupposti e finalità differenti, escludendo ogni incompatibilità. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio e attenuanti generiche: l’incensuratezza non salva
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, sostenendo che i giudici di merito non avessero valutato adeguatamente l'incensuratezza, le condizioni economiche disagiate e la scarsa capacità a delinquere del soggetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sola assenza di precedenti penali non basta a ottenere lo sconto di pena. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che il giudice non deve confutare singolarmente ogni tesi difensiva, ma può limitarsi a indicare gli elementi decisivi che giustificano il diniego. Di conseguenza, l'appello è stato respinto e l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Patrocinio a spese dello Stato: mentire costa caro
Il Richiedente ha presentato domanda per ottenere il patrocinio a spese dello Stato, dichiarando falsamente di non avere condanne penali. In realtà, l'uomo aveva subito condanne recenti per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. La difesa ha sostenuto l'errore scusabile dovuto alla bassa scolarizzazione e l'innocuità del falso, dato il rigetto dell'istanza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno ritenuto impossibile la dimenticanza di condanne così gravi e recenti. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Spaccio di stupefacenti: quando la recidiva cancella i benefici
Cinque imputati sono stati condannati per molteplici episodi di spaccio di stupefacenti commessi nel 2018. I ricorrenti hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il bilanciamento delle attenuanti generiche, il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e l'applicazione della recidiva qualificata. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno confermato che la reiterazione delle cessioni e i ricavi consistenti escludono l'ipotesi di lieve entità. Inoltre, la recidiva è stata correttamente applicata a causa dei precedenti penali recenti che dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Raccolta abusiva di scommesse: da semplice ricarica a condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione per i gestori di un internet point, accusati del reato di raccolta abusiva di scommesse. Durante un controllo della Guardia di Finanza, è emerso che l'attività fungeva da vero e proprio intermediario per un allibratore estero privo di concessione statale e di licenza di pubblica sicurezza. I giudici hanno respinto la tesi difensiva secondo cui il locale operasse come semplice punto di ricarica. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili poiché i gestori non si limitavano a mettere a disposizione i computer, ma partecipavano attivamente alla raccolta delle giocate tramite un account personale. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: la confessione non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per traffico di stupefacenti a carico di due soggetti, un organizzatore e un custode della droga. I giudici hanno respinto il ricorso del custode, che chiedeva lo sconto di pena per il ravvedimento operoso. La sua collaborazione è stata ritenuta tardiva e priva di utilità concreta, poiché si è limitata a confermare elementi già noti alla polizia. La Suprema Corte ha inoltre negato l'attenuante della lieve entità richiesta dall'organizzatore. Nonostante la droga fosse nascosta in modo rudimentale sotto un ulivo e in parte definita solo tramite intercettazioni (droga parlata), l'ingente quantitativo di marijuana (oltre venti chili) e le sistematiche cessioni di cocaina dimostrano un'attività di spaccio professionale e organizzata. Gli imputati perdono il ricorso e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche negate: no allo sconto per furto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per furto aggravato. La difesa contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito può legittimamente negare tali attenuanti basandosi anche su un solo elemento ritenuto prevalente, come la gravità del reato o la personalità del colpevole. Nel caso specifico, l'abbandono della refurtiva è stato ritenuto irrilevante poiché avvenuto solo a causa dell'immediato avvio delle indagini di polizia. Inoltre, le dichiarazioni confessorie sono giunte tardivamente, ossia solo dopo l'acquisizione di prove schiaccianti. Di conseguenza, la decisione della Corte d'Appello è stata ritenuta corretta e priva di vizi logici, confermando la condanna e respingendo definitivamente il ricorso.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo sulla pena non si tocca
L'Imputato ha concordato una pena di otto mesi di reclusione e mille euro di multa per un reato di lieve entità in materia di stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di ricorso contro la sentenza di patteggiamento. La mancata concessione delle attenuanti generiche non rientra tra i casi consentiti e non costituisce un'ipotesi di illegalità della pena, poiché la sanzione finale è il risultato di un accordo volontario tra le parti. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio in centro: no alla particolare tenuità del fatto
Due imputati, condannati per spaccio di lieve entità, hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto richiede una valutazione complessa e globale della condotta. Nel caso specifico, la reiterazione delle cessioni di droga, la vendita di sostanze diverse tra cui cocaina, l'orario diurno e la zona centrale dello spaccio dimostrano un'offensività incompatibile con il beneficio richiesto. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Detenzione di arma clandestina: ricorso respinto e condanna dura
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto, ricettazione, detenzione illegale di esplosivi e detenzione di arma clandestina. L'imputato contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche e il calcolo della pena complessiva di cinque anni e dieci mesi di reclusione, oltre alla multa. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo la motivazione dei giudici di merito logica, coerente e pienamente giustificata dalle prove raccolte. Il ricorso è stato giudicato troppo generico poiché basato su formule astratte. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: condanna ferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina condannata a otto mesi di reclusione per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La difesa lamentava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, ritenendo insufficiente la motivazione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione precedente: il diniego delle attenuanti è stato ampiamente giustificato dai numerosi precedenti penali della ricorrente per furto aggravato e da altri procedimenti pendenti. Di conseguenza, i giudici hanno respinto il ricorso, confermando la condanna penale e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Fuga in auto e sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno e due mesi di reclusione. L'uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, aveva violato le prescrizioni uscendo dal proprio comune di residenza. Inoltre, guidava un'auto nonostante la patente fosse stata sospesa dal Prefetto. La difesa ha contestato il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ritenendo le contestazioni della difesa generiche e ripetitive rispetto a quanto già ampiamente e logicamente motivato dai giudici nei precedenti gradi di giudizio. Il ricorrente dovrà anche pagare una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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