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Art. 497-bis Codice Penale — Anno 2022

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144 provvedimenti

Altri anni per Art. 497-bis Codice Penale

Documento falso valido per l’espatrio: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un cittadino per il reato di possesso di documento falso valido per l'espatrio. L'imputato sosteneva l'assenza del reato poiché la carta d'identità contraffatta non riportava la dicitura 'non valida per l'espatrio'. I Supremi Giudici hanno respinto la tesi difensiva chiarendo che la norma punisce proprio il possesso di documenti che, in assenza di diciture limitative, risultano idonei all'uscita dal territorio nazionale. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Condanna definitiva dopo un ricorso per cassazione tardivo
La Corte d'Appello confermava la condanna nei confronti dell'imputato per reati di falso documentale. La sentenza veniva depositata entro i quindici giorni previsti dal codice. La difesa presentava l'impugnazione oltre il termine stabilito dalla legge. I giudici di legittimità hanno accertato la tardività del deposito rispetto al limite dei trenta giorni. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso per cassazione tardivo e inammissibile. L'imputato ha perso definitivamente la possibilità di ridiscutere la propria condanna ed è stato condannato al pagamento delle spese legali, oltre al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Documento falso con propria foto: niente tenuità
Un viaggiatore ha esibito ai controlli aeroportuali di frontiera una carta di identità falsa. Il documento riportava la sua reale fotografia ma generalità anagrafiche totalmente contraffatte. I giudici di merito hanno condannato l'imputato per la fattispecie aggravata di possesso di documento falso valido per l'espatrio. Il viaggiatore ha quindi proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. La fornitura della propria fotografia costituisce concorso nella fabbricazione del documento contraffatto. Tale qualificazione comporta una pena edittale più severa che esclude per legge l'applicazione della particolare tenuità del fatto. L'imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Fabbricazione di documenti falsi: condanna definitiva confermata
I giudici hanno condannato un uomo a un anno di reclusione per la fabbricazione di documenti falsi validi per l'espatrio. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto diverse carte di identità contraffatte, molte delle quali compilate solo in parte. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo di essere un semplice utilizzatore e lamentando la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha rigettato integralmente le richieste difensive. Il rinvenimento di documenti ancora incompleti dimostra inequivocabilmente il ruolo attivo nella produzione materiale. Inoltre, i giudici hanno calcolato i tempi di estinzione considerando i pesanti aumenti per la recidiva qualificata, accertando che il reato non era affatto prescritto. Il ricorrente deve scontare la condanna e pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro la sentenza di patteggiamento: limiti e sanzioni
L'Imputato concorda con la Pubblica Accusa una pena per il reato di possesso di documenti identificativi falsi. Dopo la pronuncia del tribunale, la difesa presenta ricorso lamentando un difetto di motivazione sulla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso contro la sentenza di patteggiamento. La legge limita espressamente l'impugnazione del patteggiamento a casi tassativi, tra cui errori sulla qualificazione del reato, illegalità della sanzione o vizi nel consenso. L'accordo esonera l'accusa dall'onere della prova e richiede al giudice solo una motivazione essenziale sulla congruità della sanzione. La Corte condanna il ricorrente alle spese e a quattromila euro per la Cassa delle ammende.
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Difetto di specificità dei motivi: ricorso inammissibile
La Corte di Appello ha confermato la condanna penale inflitta a un imputato per possesso di documenti falsi e false dichiarazioni sull'identità. Il soggetto ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. I giudici supremi hanno rilevato il difetto di specificità dei motivi del ricorso. L'atto difensivo non conteneva alcuna contestazione analitica e puntuale rispetto alla decisione impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: il confine
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario per errore di fatto presentato da un condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'imputato lamentava presunti errori nella quantificazione della pena e nell'applicazione delle circostanze aggravanti, sostenendo che la precedente decisione di inammissibilità derivasse da una mancata valutazione giuridica. I giudici hanno chiarito che il rimedio straordinario è esperibile esclusivamente a fronte di una svista o disattenzione meramente materiale e percettiva, rilevabile direttamente dalla lettura degli atti. Il ricorso non può essere impiegato per contestare errori di diritto, valutazioni probatorie o interpretazioni normative. Di conseguenza, la Corte ha respinto l'impugnazione e condannato il ricorrente al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: quando l’accordo blocca i giudici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento proposto da un cittadino condannato per possesso di documenti falsi e violazione delle misure di prevenzione. L'imputato lamentava la mancanza di motivazione del giudice in merito alla mancata assoluzione e alla qualificazione giuridica del fatto. La Suprema Corte ha stabilito che tali contestazioni non rientrano nei limitati casi in cui è ammesso il ricorso contro patteggiamento secondo il codice di procedura penale. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Possesso di documenti falsi: ricorso inammissibile e stangata
L'Imputato è stato condannato per il reato di possesso di documenti falsi previsto dall'articolo 497-bis del codice penale. Dopo la conferma della condanna da parte della Corte di Appello, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha contestato la responsabilità penale e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di specificità dei motivi. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sulla responsabilità richiedevano una inammissibile rivalutazione dei fatti. Inoltre, il diniego delle attenuanti era stato correttamente motivato dal giudice di merito sulla base dei precedenti penali dell'imputato. La Cassazione ha confermato la condanna, imponendo all'Imputato il pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Possesso di documento falso: foto propria conferma la responsabilità
L'Imputato è stato condannato per il reato di possesso di documento falso, dopo che le forze dell'ordine hanno trovato un documento di identità alterato recante la sua fotografia. L'Uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di non aver partecipato alla falsificazione materiale del documento e contestando il mancato riconoscimento della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'apposizione della propria immagine sul documento prova in modo logico la partecipazione diretta all'alterazione. Inoltre, il diniego del beneficio della sospensione condizionale risulta corretto, poiché basato su una valutazione negativa circa la futura condotta del condannato. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Documenti falsi: negata la particolare tenuità del fatto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il possesso di documenti identificativi falsi e ricettazione. Il difensore ha contestato il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la misura della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere applicata a chi utilizza documenti contraffatti per evitare l'identificazione da parte delle forze dell'ordine quando è destinatario di provvedimenti restrittivi. Inoltre, la condotta del reo ha mostrato un'abitualità nella commissione di reati simili. L'Imputato è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e la somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Documenti di identificazione falsi: il ricorso fallisce
L'Imputato subisce una condanna in appello per il reato di possesso di documenti di identificazione falsi. L'Uomo decide di proporre ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, denunciando una presunta violazione di legge e lamentando un difetto nella motivazione del provvedimento impugnato. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso del tutto inammissibile. Il motivo di impugnazione non presenta i requisiti di specificità previsti dalla legge, in quanto si limita a riproporre le medesime contestazioni già ampiamente analizzate e respinte dai giudici di merito. La Suprema Corte conferma quindi la responsabilità penale. Inoltre, condanna l'Imputato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il passaporto falso non basta
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico internazionale di cocaina, nonché di corruzione e falso per aver ottenuto un passaporto contraffatto per favorire la sua latitanza. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del giudice, l'insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza e l'assenza di attuali esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che il legame tra l'uso del passaporto falso e l'attività del sodalizio criminale giustifica la competenza del tribunale e che la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata dalla difesa.
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Falso grossolano: nullo il reato se l’errore è evidente
Il Viaggiatore veniva condannato per il possesso di una carta d'identità falsa valida per l'espatrio. La difesa sosteneva l'esistenza di un falso grossolano, evidenziando anomalie macroscopiche come la dicitura "nubile" per un uomo, la firma di un funzionario di polizia anziché del Sindaco e la stampa su carta comune. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna, valorizzando i successivi accertamenti tecnici della polizia. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Viaggiatore, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla punibilità deve concentrarsi sul momento del controllo iniziale e sulla percepibilità immediata delle anomalie da parte di chiunque, senza che i successivi controlli specialistici possano escludere a priori l'evidenza della contraffazione.
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Possesso di documento falso: condanna per il trucco invisibile
L'Imputato è stato condannato a due anni di reclusione per il reato di possesso di documento falso (art. 497-bis c.p.), dopo essere stato trovato con una carta d'identità francese contraffatta. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando il mancato accoglimento del concordato in appello senza motivazione e sostenendo che la falsificazione fosse un falso grossolano, quindi non punibile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il rigetto del concordato in appello non richiede una motivazione espressa, essendo sufficiente la prosecuzione del dibattimento. Inoltre, la falsità del documento non era rilevabile a prima vista, ma ha richiesto accertamenti tecnici specialistici (luce ultravioletta e infrarossi), escludendo l'applicazione del reato impossibile. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Possesso di documenti falsi: quando l’uso non prova il reato
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un cittadino straniero condannato per spaccio di droga, possesso di un documento d'identità falso valido per l'espatrio e contraffazione di una patente di guida estera. La Suprema Corte ha confermato la condanna per lo spaccio e per il possesso di documenti falsi, chiarendo che avere un documento falso con la propria foto implica la partecipazione alla falsificazione, anche se avvenuta all'estero. Tuttavia, i giudici hanno annullato con rinvio la condanna per la contraffazione della patente di guida straniera. La Corte d'appello aveva infatti erroneamente presunto che l'uso della patente in Italia dimostrasse la sua falsificazione sul territorio nazionale, compiendo un'illegittima inversione dell'onere della prova. Il processo per questo specifico reato dovrà essere rifatto.
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Possesso di documenti falsi: la foto incastra il colpevole
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Imputato per i reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale e possesso di documenti falsi. L'uomo era stato sorpreso con un documento d'identità falso valido per l'espatrio, che riportava la sua foto ma dati anagrafici altrui. Inoltre, in più occasioni, aveva fornito generalità diverse alle forze dell'ordine. La difesa sosteneva che il possesso per uso personale configurasse un reato minore e contestava le domande del giudice durante l'interrogatorio. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la presenza della foto sul documento falso dimostra la partecipazione alla contraffazione, integrando il reato più grave. Inoltre, il divieto di domande suggestive non si applica al giudice. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Qualificazione giuridica nel patteggiamento: scontro Procura-difesa
Un cittadino straniero viene trovato in possesso di una carta d'identità rumena falsa con la propria foto. Il Tribunale applica la pena concordata di un anno di reclusione per il reato di possesso di documento falso. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione, sostenendo che il fatto andasse qualificato nel più grave reato di contraffazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. Il principio stabilito chiarisce che, in caso di patteggiamento, il ricorso per qualificazione giuridica nel patteggiamento è ammesso solo per errori manifesti ed evidenti. Se la contestazione richiede nuovi accertamenti di fatto per dimostrare la falsificazione, il ricorso non può essere accolto, confermando la validità dell'accordo originario sulla pena.
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Morte dell’imputato: si estingue il reato e cade la condanna
L'Imputato era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di possesso di documenti falsi. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'eccessiva severità della pena e la mancata valutazione del disagio socio-economico del suo assistito. Tuttavia, prima della decisione della Suprema Corte, l'uomo è deceduto. La difesa ha quindi depositato il relativo certificato di decesso. La Corte di Cassazione ha stabilito che la morte dell'imputato, avvenuta dopo la presentazione del ricorso, estingue il reato. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna impugnata, dichiarando concluso il processo senza poter entrare nel merito delle contestazioni sollevate.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: i motivi ripetitivi
Due soggetti, condannati nei precedenti gradi di giudizio per il possesso di documenti d'identità falsi validi per l'espatrio in concorso tra loro, hanno proposto ricorso lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano generici e si limitavano a riprodurre le stesse difese già respinte in appello, senza contestare direttamente la motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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