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Art. 493-ter Codice Penale — Anno 2023

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189 provvedimenti

Altri anni per Art. 493-ter Codice Penale

Indebito utilizzo di carte di credito: filmato smentisce difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per ricettazione e indebito utilizzo di carte di credito. L'imputato aveva contestato l'attendibilità della vittima, che lo aveva denunciato per aver prelevato denaro con il suo bancomat. I giudici hanno confermato la condanna basandosi sulla testimonianza coerente della persona offesa e, soprattutto, sulle registrazioni video-fotografiche dello sportello postale che ritraevano l'uomo durante l'operazione illecita. La Cassazione ha ribadito che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, condannando il ricorrente anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto, danneggiamento e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'imputato era stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione e a una multa di 2100 euro. La Corte d'Appello aveva già giudicato inammissibile il suo gravame a causa della genericità dei motivi proposti. I giudici di legittimità hanno confermato questa decisione, rilevando che la difesa si è limitata a riproporre le stesse identiche e laconiche contestazioni, senza confrontarsi con le prove schiaccianti raccolte a suo carico. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Graduazione della pena: la Cassazione frena i ricorsi facili
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per furto e utilizzo indebito di carte di pagamento. La difesa contestava la misura della sanzione inflitta nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la graduazione della pena spetta esclusivamente al giudice di merito. La Cassazione non può rivalutare la congruità della sanzione, a meno che la decisione non sia palesemente arbitraria, priva di logica o non motivata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, confermando definitivamente la condanna precedente.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: ricorso nullo e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per ricettazione e indebito utilizzo di carte di pagamento. I giudici hanno rilevato che i motivi di impugnazione erano del tutto generici e privi della necessaria specificità richiesta dalla legge, impedendo così un reale sindacato di legittimità. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: incastrate dagli alias e dalle telecamere
Tre donne sono state condannate per diversi episodi di furto in abitazione e indebito utilizzo di carte di credito ai danni di persone anziane e vulnerabili. Le imputate utilizzavano documenti falsi, alias e si spostavano dal Lazio alla Sicilia per colpire le vittime, alloggiando in hotel senza registrarsi. La Corte di Cassazione ha confermato la loro colpevolezza, ritenendo validi gli indizi raccolti, tra cui i riconoscimenti fotografici, i filmati delle telecamere di sicurezza e i tracciamenti telefonici. È stata inoltre confermata l'aggravante della minorata difesa, poiché le vittime erano anziane, sole e con difficoltà motorie. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi delle imputate, confermando in via definitiva le condanne e obbligandole al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un indagato per furto e uso indebito di carte di pagamento. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di un pericolo attuale di recidiva, dato il tempo trascorso dai fatti (quindici mesi) e la sua sottoposizione ad arresti domiciliari per altra causa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di specifiche occasioni di reato, ma una prognosi basata sulla personalità del soggetto, sulla sua condotta successiva e sulla sua storia criminale. Nel caso specifico, la gravità dei precedenti e l'inefficacia delle misure meno severe giustificano la massima restrizione della libertà.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di furto con strappo e indebito utilizzo di bancomat. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancanza di motivazione del giudice sulla qualificazione giuridica dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento limitato per legge a casi tassativi, tra cui l'erronea qualificazione giuridica, ma non l'omessa motivazione su di essa. L'accordo di patteggiamento esonera infatti l'accusa dall'onere della prova e richiede solo una motivazione sintetica. L'Imputato stato condannato anche al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Divieto di reformatio in peius: meno carcere ma multa più alta
L'Imputata è stata condannata per furto aggravato in concorso. La Corte d'Appello, pur assolvendola da alcuni capi d'accusa, ha rideterminato la pena aumentando la sanzione pecuniaria ma riducendo quella detentiva. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'attendibilità del riconoscimento effettuato da un agente di polizia e lamentando la violazione del divieto di reformatio in peius. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento da parte di un agente che già conosceva il soggetto costituisce un indizio grave e preciso. Inoltre, hanno stabilito che non si viola il divieto di reformatio in peius se il giudice d'appello, ridefinendo il reato continuato, infligge una multa più alta a fronte di una pena detentiva complessivamente più lieve.
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Procedibilità a querela: salta la condanna per furto aggravato
Il caso riguarda L'Imputato, condannato nei gradi precedenti per plurimi episodi di furto aggravato e indebito utilizzo di carte di credito. La Corte di Cassazione ha analizzato l'impatto della Riforma Cartabia, che ha mutato il regime di procedibilità per il furto aggravato. Poiché la riforma ha introdotto la procedibilità a querela per tali reati e la persona offesa non ha presentato alcuna querela nei termini di legge, l'azione penale non poteva essere proseguita. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per i reati di furto, eliminando la relativa pena di dieci mesi di reclusione e quattrocento euro di multa. Rimane ferma solo la condanna per l'indebito utilizzo di carte di credito, non impugnata.
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Indebito utilizzo di carte di credito: dipendente condannato
Un ex dipendente è stato condannato per danneggiamento seguito da incendio di camion aziendali, minaccia alla titolare e indebito utilizzo di carte di credito. L'imputato aveva usato la tessera carburante aziendale per prelievi personali non autorizzati. La difesa sosteneva si trattasse di appropriazione indebita e che la minaccia di rivolgersi alla Guardia di Finanza non fosse intimidatoria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'uso della carta aziendale al di fuori dei limiti della delega integra il reato di indebito utilizzo di carte di credito, poiché il dipendente ha la sola detenzione temporanea del mezzo di pagamento e non il possesso. Inoltre, la minaccia è un reato di pericolo, per il quale basta l'idoneità della condotta a intimorire la vittima nel contesto specifico.
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Uso indebito di carte di credito: quando scatta anche la truffa
Un uomo è stato condannato per aver utilizzato carte di credito contraffatte per accreditare somme sul proprio conto, facendosi poi rilasciare assegni circolari per monetizzare il profitto illecito. La difesa ha sostenuto che il reato di truffa dovesse essere assorbito da quello di uso indebito di carte di credito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che si configura un concorso di reati. L'uso indebito di carte di credito e la successiva truffa ai danni della banca tramite emissione di assegni costituiscono infatti condotte autonome e distinte nel tempo, lesive sia della fede pubblica che del patrimonio dell'istituto di credito.
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Uso indebito di carta di pagamento: condanna anche col perdono
Due figli sono stati condannati per l'uso indebito di carta di pagamento appartenente al padre anziano, utilizzata per prelevare senza consenso oltre 13.000 euro. I figli si sono difesi sostenendo che il padre avesse consegnato spontaneamente la carta e hanno presentato una successiva remissione della querela da parte del genitore. La Corte di Cassazione ha però dichiarato inammissibile il ricorso: il padre aveva inizialmente denunciato il furto contro ignoti, smentendo la consegna volontaria. Inoltre, trattandosi di un reato procedibile d'ufficio, il perdono tardivo della vittima non cancella l'illecito penale. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca allargata: no al sequestro senza prove sul reddito
Un uomo ha utilizzato indebitamente la carta di debito di un'altra persona per prelevare 2.000 euro da un bancomat. In sede di patteggiamento, il giudice ha applicato la pena concordata, ma ha anche disposto la confisca allargata di ulteriori 4.060 euro trovati in suo possesso, ritenendoli di provenienza ingiustificata. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la totale mancanza di motivazione sulla sproporzione tra il denaro sequestrato e il suo reddito reale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche nel patteggiamento il giudice deve motivare in modo rigoroso e concreto la confisca allargata se questa non rientra nell'accordo tra le parti. La sentenza è stata annullata limitatamente alla confisca, con rinvio per un nuovo giudizio.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi ricorrere
Un imputato, dopo aver concordato la pena in secondo grado per furto e frode informatica tramite concordato in appello, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione su un capo d'accusa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel concordato in appello, i motivi di ricorso sono strettamente limitati. Sono ammissibili solo le contestazioni sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della sentenza rispetto all'accordo. Non si possono invece riproporre motivi a cui si era rinunciato con l'accordo, né contestare la mancata assoluzione d'ufficio o il calcolo della pena, salvo il caso di sanzione illegale. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e quattromila euro alla cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: la povertà non scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per furto e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'uomo era stato identificato grazie al riconoscimento di alcune vittime, alle riprese video della sua auto, al ritrovamento degli indumenti usati per i reati e ai dati dei tabulati telefonici che lo collocavano sul luogo dei fatti. La difesa contestava la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche legate allo stato di povertà. I giudici hanno chiarito che in Cassazione non si può richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti. Inoltre, lo stato di indigenza non giustifica la concessione delle attenuanti in assenza di elementi positivi. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro probatorio: i vestiti restano ai giudici, le foto non bastano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il sequestro probatorio di alcuni suoi capi di abbigliamento. L'Indagato, accusato di furto e utilizzo indebito di carte di credito, sosteneva che i vestiti non fossero direttamente collegati al reato e che bastassero delle semplici fotografie a colori scattate durante la perquisizione. I giudici hanno invece chiarito che i vestiti costituiscono cose pertinenti al reato poiché servono a identificare il colpevole tramite il confronto con i video di sorveglianza. Inoltre, le sole fotografie non garantiscono la possibilità di rilevare tutti i dettagli fisici necessari per le indagini. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e L'Indagato è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Uso indebito di carte di credito: incastrata dalle telecamere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una donna per furto aggravato di un portafogli, dimenticato in una scuola, e per il successivo tentato uso indebito di carte di credito. L'imputata aveva cercato di acquistare un televisore in un supermercato usando la carta della vittima, venendo riconosciuta da una cassiera. La difesa ha proposto una ricostruzione alternativa dei fatti, ipotizzando la colpevolezza di un parente. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la Cassazione non può riesaminare i fatti o accogliere ricostruzioni basate su semplici congetture se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Sequestro preventivo di denaro: il conto lecito non salva il profitto
Un uomo ha effettuato bonifici per 75.000 euro dal conto del fratello malato, usando le sue carte di debito. Dopo il decesso del fratello, che ha nominato erede una Onlus, il giudice ha disposto il sequestro preventivo di denaro sul conto dell'indagato. Quest'ultimo ha sostenuto che le somme sequestrate derivassero dalla sua attività professionale e che vi fosse una delega scritta del fratello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il denaro è un bene fungibile. Di conseguenza, il sequestro colpisce il valore equivalente al profitto del reato, rendendo irrilevante la provenienza lecita dei fondi presenti sul conto corrente al momento del blocco. Il sequestro preventivo di denaro è stato quindi confermato.
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Patteggiamento e cause di non punibilità: i limiti del ricorso
Un cittadino, condannato in primo grado a seguito di patteggiamento per l'indebito utilizzo di carte di pagamento, ha proposto ricorso in Cassazione. Il ricorrente ha lamentato la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di accordo sulla pena, il tema del Patteggiamento e cause di non punibilità può essere sollevato in sede di legittimità solo se l'evidenza di una causa di proscioglimento emerga chiaramente dal testo stesso della sentenza impugnata. Non essendoci tale evidenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena non si contesta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per ricettazione e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'uomo aveva precedentemente concordato una pena di un anno e sei mesi di reclusione in secondo grado. Successivamente, ha impugnato la decisione sostenendo che la pena fosse illegale a causa di una valutazione astratta della gravità del reato. I giudici di legittimità hanno ribadito che il concordato in appello limita fortemente i motivi di ricorso. La pena concordata non può essere contestata se rientra nei limiti edittali previsti dalla legge. L'imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato alle spese processuali.
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