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Art. 47 Ord. pen. — Anno 2023

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143 provvedimenti

Altri anni per Art. 47 Ord. pen.

Affidamento in prova al servizio sociale negato senza lavoro lecito
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a Il Condannato la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale, ritenendo idonea solo la detenzione domiciliare. La decisione si fondava sulla mancanza di un lavoro lecito, sull'assenza di attività risocializzanti e sulla mancanza di un'effettiva attività riparativa. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'uso di informazioni non aggiornate. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché il ricorrente non ha contestato i reali motivi della decisione del Tribunale, limitandosi a censure generiche. Di conseguenza, Il Condannato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lavora in carcere ma niente affidamento in prova: la sentenza
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendo non ancora completato il suo percorso di revisione critica, nonostante la regolare condotta carceraria e lo svolgimento di attività lavorativa. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un'eccessiva valorizzazione della gravità dei reati passati e la mancanza di una valutazione globale della sua personalità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'ammissione alla misura alternativa richiede un effettivo ravvedimento e che il giudice può legittimamente imporre un percorso graduale di osservazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: conta la rieducazione
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, basandosi esclusivamente sulla gravità dei reati passati, tra cui associazione mafiosa risalente agli anni '90. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che la gravità del reato e i precedenti penali non possono, da soli, giustificare il rigetto della misura alternativa. Il giudice deve invece valutare l'evoluzione della personalità del condannato, il suo percorso rieducativo e l'accettazione della pena, senza pretendere una perfetta revisione critica del passato ma verificando che tale percorso sia stato avviato.
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Affidamento in prova al servizio sociale: l’età non è un limite
Un uomo di ottantadue anni, condannato per usura ed estorsione, ha chiesto l'affidamento in prova al servizio sociale per espiare la pena residua di circa un anno. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, concedendo solo la detenzione domiciliare, a causa della gravità dei reati passati, dell'età avanzata e del mancato risarcimento alle vittime. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici hanno chiarito che la gravità del reato e l'età avanzata non possono bloccare automaticamente l'affidamento in prova al servizio sociale. Inoltre, il mancato risarcimento non può essere l'unico motivo di rifiuto se non si valutano le reali possibilità economiche del condannato. Il caso dovrà essere interamente riesaminato.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a risarcimenti impossibili
Il Tribunale di sorveglianza concedeva a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale, imponendogli però l'obbligo di risarcire integralmente il danno alla vittima, pena la revoca della misura. Il condannato ha impugnato la decisione, sostenendo l'illegittimità di un obbligo risarcitorio assoluto slegato dalle sue reali capacità economiche. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che non si può imporre il risarcimento integrale come condizione automatica per la riuscita della misura alternativa senza valutare le concrete condizioni economiche del soggetto. La sentenza è stata annullata con rinvio sul punto specifico.
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Carenza di interesse: pena scontata e niente spese di giustizia
Il Condannato ha impugnato il provvedimento che respingeva le sue istanze di affidamento in prova e detenzione domiciliare. Nel corso del giudizio di legittimit, la pena detentiva giunta a naturale compimento. La Corte di Cassazione ha rilevato la sopravvenuta carenza di interesse, dichiarando il ricorso inammissibile. Essendo venuto meno l'interesse alla decisione solo dopo la presentazione del ricorso, la Corte ha escluso la condanna del ricorrente alle spese processuali e alla cassa delle ammende, escludendo qualsiasi profilo di soccombenza virtuale.
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Vizio di motivazione: quando il ricorso generico fallisce
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova e dichiarato inammissibile quella di detenzione domiciliare per un soggetto condannato per tentata rapina e altri reati. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un generico vizio di motivazione del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che non è possibile cumulare genericamente tutte le critiche alla motivazione senza specificare quale preciso difetto colpisca ciascuna parte della decisione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sopravvenuta carenza di interesse: pena finita senza spese
Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione contro il rigetto delle sue istanze per ottenere misure alternative alla detenzione, dovendo espiare una pena di quattro anni e otto mesi di reclusione. Tuttavia, prima dell'udienza di legittimità, la pena detentiva è giunta a termine. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'espiazione completa della pena ha privato il ricorrente di qualsiasi utilità concreta derivante dall'accoglimento del ricorso. Trattandosi di un evento successivo alla presentazione dell'impugnazione, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna alle spese processuali né al pagamento della sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, escludendo una responsabilità per soccombenza del ricorrente.
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Misura alternativa alla detenzione negata per carichi pendenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato una misura alternativa alla detenzione. La ricorrente sosteneva che i giudici avessero dato troppo peso ai suoi carichi pendenti (procedimenti penali in corso) anziché valorizzare la relazione positiva dell'Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna (U.e.p.e.). La Suprema Corte ha chiarito che il Tribunale di Sorveglianza può legittimamente valutare le pendenze processuali per decidere sulla concessione dei benefici. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop ai ricorsi di merito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una condannata contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che le aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale. La ricorrente lamentava un difetto di motivazione, ma i giudici di legittimità hanno rilevato che la sua contestazione si limitava a esprimere un semplice dissenso sul merito della decisione, senza evidenziare reali vizi logici o giuridici nella struttura del provvedimento impugnato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il diniego della misura alternativa, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al ricorso se contesta il merito
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi presentati contestavano la valutazione di merito del giudice, anziché evidenziare reali vizi logici o giuridici della motivazione. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il diniego della misura alternativa e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova negato: la Cassazione frena i ricorsi
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale e di detenzione domiciliare presentata da un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni del ricorrente esprimevano un semplice dissenso di merito sulla decisione, senza evidenziare reali vizi logici o giuridici nella struttura della motivazione. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il diniego delle misure alternative e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca dell’indulto: la prova positiva non salva lo sconto
Il caso riguarda un cittadino che aveva ottenuto l'indulto, ma successivamente ha commesso nuovi reati di bancarotta e reati tributari entro i cinque anni previsti dalla legge. La Corte d'Appello ha quindi disposto la revoca dell'indulto. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il positivo superamento dell'affidamento in prova al servizio sociale avesse estinto la pena, impedendo la revoca del beneficio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la revoca dell'indulto è automatica e obbligatoria se si commette un nuovo reato nel quinquennio, a prescindere dal buon esito delle misure alternative successive. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: revoca per nuovi reati
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato il mancato effetto estintivo della pena per un soggetto ammesso all'affidamento in prova al servizio sociale, a causa di nuovi reati commessi durante la misura alternativa, alcuni dei quali accertati con sentenza irrevocabile. Il condannato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando la violazione dell'articolo 51-ter dell'ordinamento penitenziario sulla sospensione cautelativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che le censure erano del tutto generiche e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti. Il comportamento del condannato, contrassegnato da nuove condanne definitive, giustifica pienamente l'esito negativo della misura. Di conseguenza, il ricorrente perde il beneficio dell'estinzione della pena e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione domiciliare: no se il condannato vive all’estero
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un cittadino straniero, espulso dall'Italia e residente in Marocco, l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare per espiare una pena residua. Il richiedente non disponeva di un domicilio stabile in Italia né di un'attività lavorativa, e la dichiarazione di ospitalità del fratello era generica e priva di data. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che la detenzione domiciliare e l'affidamento richiedono una valutazione prognostica positiva, impossibile senza un domicilio reale e un lavoro. L'assenza del ricorrente all'udienza è stata considerata volontaria, non avendo egli richiesto tempestivamente il visto di rientro. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sospensione della pena pecuniaria: stop solo a prova avviata
La Condannata, dopo aver richiesto l'affidamento in prova, riceveva una cartella esattoriale per il pagamento di una multa penale. Trovandosi in difficoltà economiche, chiedeva al Tribunale di Sorveglianza la sospensione della pena pecuniaria in via d'urgenza. Il Tribunale dichiarava inammissibile la richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della donna, confermando che il giudice di sorveglianza non può concedere la sospensione della pena pecuniaria prima che la misura alternativa sia effettivamente iniziata. In questa fase preliminare, l'unico rimedio per bloccare la cartella esattoriale è l'opposizione davanti al giudice civile.
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Affidamento in prova negato a chi è clandestino e senza lavoro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il diniego dell'affidamento in prova. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la misura alternativa a causa dell'elevato rischio di recidiva, desunto dallo stato di clandestinità e dalla mancanza di un'attività lavorativa stabile. La Cassazione ha confermato che il ricorso si limitava a richiedere una inammissibile rivalutazione dei fatti, già logicamente analizzati dai giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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No all’affidamento in prova al servizio sociale per chi non risarcisce
Il Condannato, con precedenti per droga e colpevole di tentato omicidio, ha richiesto l'applicazione dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda evidenziando la gravità del reato, l'assenza di risarcimento e la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione di elementi a suo favore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il giudice di merito ha valutato correttamente tutti gli elementi e che la richiesta del ricorrente mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova: no alla revoca se si perde casa o lavoro
Il Tribunale di sorveglianza dichiarava cessato l'affidamento in prova di un condannato, sfrattato e trasferitosi in un bed and breakfast, ritenendo tale domicilio inidoneo ai controlli e contestando la mancanza di un lavoro stabile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione. I giudici hanno chiarito che l'affidamento in prova non può essere revocato automaticamente per violazioni non gravi. Inoltre, la mancanza di un lavoro stabile non è un ostacolo insormontabile se vi è impegno in attività utili come il volontariato, e l'inidoneità del bed and breakfast per i controlli notturni deve essere concretamente motivata e non solo affermata.
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Detenzione domiciliare negata: il reato ostativo blocca i benefici
Il Condannato, in espiazione di una pena per rapina aggravata, ha richiesto la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha dichiarato inammissibile la prima richiesta e respinto la seconda. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per la detenzione domiciliare speciale basta la condanna per un reato ostativo, senza dover verificare i legami con la criminalità organizzata. Inoltre, l'affidamento in prova richiede una reale revisione critica del proprio passato, esclusa in questo caso a causa della condotta indisciplinata in carcere e dei numerosi precedenti penali. Il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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