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Art. 385 Codice Penale

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2848 provvedimenti

Reato di evasione: lo sciopero ferma la prescrizione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato sosteneva che il reato fosse ormai estinto per prescrizione e contestava la presenza del dolo. La Suprema Corte ha chiarito che il calcolo della prescrizione doveva considerare una sospensione di 272 giorni dovuta a impedimenti dell'imputato e all'adesione del difensore all'astensione dalle udienze. Inoltre, la contestazione sull'elemento soggettivo del reato è stata ritenuta inammissibile poiché riguardava valutazioni di fatto, non proponibili in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la Cassazione nega la derubricazione
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che lo condannava per il reato di evasione (art. 385 c.p.). La difesa sosteneva che la condotta integrasse la meno grave inosservanza dei provvedimenti dell'autorità (art. 650 c.p.) e invocava una causa di esclusione della colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'allontanamento ingiustificato configura pienamente il reato di evasione e hanno respinto le contestazioni di fatto sulla colpevolezza, in quanto non deducibili in sede di legittimità. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la Cassazione nega la particolare tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino straniero contro la condanna per il reato di evasione. L'imputato contestava la sussistenza della propria responsabilità penale e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, oltre alla mancata applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici, limitandosi a riprodurre tesi già respinte nei precedenti gradi di giudizio, e che i giudici di merito avevano correttamente motivato il diniego dei benefici richiesti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione nega le attenuanti e infligge una multa
Il Ricorrente ha proposto ricorso per Cassazione contro la condanna per il reato di evasione, contestando la responsabilità penale, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il primo motivo è stato ritenuto generico poiché riproduceva argomenti già respinti nei precedenti gradi di giudizio. Il secondo motivo è stato giudicato manifestamente infondato, poiché il giudice di merito ha motivato correttamente il diniego delle attenuanti basandosi su elementi decisivi. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la fuga costa carissima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per evasione dagli arresti domiciliari, resistenza a pubblico ufficiale e false dichiarazioni. L'imputato contestava l'aumento di pena inflitto per l'evasione, ritenendo la motivazione dei giudici d'appello inadeguata. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione, sottolineando la particolare gravità della condotta del soggetto, il quale si era allontanato dal domicilio per recarsi in una nota piazza di spaccio di sostanze stupefacenti. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il finto lavoro costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto accusato di evasione dagli arresti domiciliari. Il ricorrente si era allontanato dal luogo di detenzione esibendo una lettera di assunzione, ma le indagini hanno accertato l'assenza di qualsiasi reale attività lavorativa. La Suprema Corte ha chiarito che l'allontanamento è legittimo solo in presenza di effettive esigenze di lavoro, a prescindere dalla falsità o meno del documento di assunzione. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione dalla comunità: fuggire e rientrare costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dalla comunità nei confronti di un soggetto sottoposto a misura restrittiva. L'uomo si era allontanato senza autorizzazione dalla struttura terapeutica in cui si trovava, rientrandovi successivamente da un cancelletto secondario. La difesa sosteneva la scarsa gravità del fatto e richiedeva le attenuanti generiche. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La temporanea sottrazione ai controlli, anche se breve, configura pienamente il reato. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la lite non giustifica l’uscita
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari nei confronti di un giovane che si era allontanato dalla propria abitazione per fare una passeggiata. Il ricorrente aveva giustificato la condotta adducendo un litigio avvenuto con il padre. I giudici hanno stabilito che l'alterco familiare non esclude la punibilità, poiché l'allontanamento non autorizzato interrompe i controlli delle forze dell'ordine, a prescindere dall'intenzione di fuggire definitivamente. La Suprema Corte ha inoltre negato la concessione delle attenuanti generiche a causa dei precedenti penali del soggetto, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: niente sconti per chi torna a casa
Un uomo agli arresti domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione per raggiungere l'ex compagna e la figlia in una struttura protetta, interrompendo la fuga solo per l'arrivo imminente delle forze dell'ordine. Accusato del reato di evasione, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo l'applicazione di una circostanza attenuante per il rientro spontaneo e la causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'attenuante richiede la consegna in carcere o all'autorità, non il semplice rientro a casa. Inoltre, la condotta non è stata considerata di modesta offensività, vista la destinazione della fuga e la desistenza forzata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Arresti domiciliari e stato di necessità: no alla fuga per soldi
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione senza autorizzazione. Davanti ai giudici ha cercato di giustificarsi invocando lo stato di necessità, sostenendo di dover recuperare del denaro urgente per le esigenze della propria famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato che non esisteva alcuna situazione di reale o putativo stato di necessità, poiché l'uomo avrebbe potuto e dovuto richiedere la preventiva autorizzazione al giudice per allontanarsi legalmente dal proprio domicilio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto negata per chi evade per due ore
Il Ricorrente, sottoposto a una misura restrittiva della libertà personale, si è allontanato dal luogo di detenzione per oltre due ore senza fornire alcuna giustificazione. La Corte d'Appello lo ha condannato per il reato di evasione. Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione, invocando l'applicazione della particolare tenuità del fatto per escludere la punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'allontanamento prolungato per due ore e la mancanza di giustificazioni dimostrano un dolo intenso e impediscono di considerare il fatto come scarsamente offensivo. Di conseguenza, il Ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quando cento dosi negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per spaccio di droga ed evasione dagli arresti domiciliari. La difesa invocava lo spaccio di lieve entità e contestava l'allontanamento dal domicilio. I giudici hanno escluso la lieve entità a causa del possesso di quaranta grammi di cocaina e crack (pari a cento dosi), della gestione di una vera e propria piazza di spaccio e della reiterazione dell'attività. Anche la contestazione sull'evasione è stata respinta, trattandosi di accertamenti di fatto non riesaminabili in sede di legittimità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Evasione dai domiciliari: niente sconto di pena in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dai domiciliari. Il ricorrente chiedeva il riconoscimento del vincolo della continuazione con una precedente condanna per lo stesso reato, sperando in uno sconto di pena. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi del ricorso erano generici e basati su semplici contestazioni dei fatti, già ampiamente e correttamente valutati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la decisione precedente, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
L'Imputato ha concordato una pena di otto mesi di reclusione per il reato di evasione tramite patteggiamento. Successivamente, ha presentato ricorso per cassazione lamentando la mancata valutazione delle cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a casi specifici. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per evasione e tentato furto aggravato. Il ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio, riproponendo le stesse argomentazioni già respinte in appello. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano generici e privi di specificità critica. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Vizio di motivazione: la Cassazione cancella la condanna
Un uomo, condannato in appello per evasione, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha lamentato che i giudici di secondo grado avessero ignorato argomenti decisivi, come la mancata comunicazione dello stato di arresto e l'intervento di agenti in borghese non identificati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, riscontrando un evidente vizio di motivazione. La sentenza impugnata è risultata del tutto silente sulle obiezioni difensive. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la condanna con rinvio, ordinando a un'altra sezione della Corte d'appello di riesaminare integralmente il caso.
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Reato di evasione: la visita in ospedale non salva dai domiciliari
Un uomo sottoposto a misura restrittiva domiciliare si è allontanato dall'abitazione senza autorizzazione, venendo rintracciato solo alcune ore dopo in ospedale per una visita medica. La difesa ha invocato lo stato di necessità e la buona fede, sostenendo che l'imputato credesse di essere libero a seguito della ricezione di un atto giudiziario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che lo stato di necessità richiede un pericolo immediato e oggettivo, incompatibile con un allontanamento avvenuto ore prima della visita. Inoltre, l'errata interpretazione di un atto non esclude la colpevolezza.
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Particolare tenuità del fatto: negata a chi fugge dai domiciliari.
Un uomo, sottoposto agli arresti domiciliari con permesso di lavoro, è stato sorpreso a parlare al telefono e con estranei fuori casa e, alla vista della polizia, è fuggito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno evidenziato che la fuga e la sottrazione prolungata al controllo delle forze dell'ordine dimostrano un'elevata intensità del dolo. Di conseguenza, la condotta non può essere considerata di scarso rilievo offensivo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: arresti in ospedale ma seduto in cortile
Un uomo sottoposto agli arresti domiciliari presso una struttura ospedaliera è stato sorpreso dalle forze dell'ordine mentre si trovava seduto su una panchina nel cortile esterno dell'edificio. Accusato del reato di evasione, l'imputato ha presentato ricorso in Cassazione deducendo l'insussistenza del fatto, richiedendo l'applicazione dell'attenuante per il rientro spontaneo e sollevando l'eccezione di prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'uomo, evidenziando che l'allontanamento dal reparto configura il reato di evasione e che il rientro è avvenuto solo dopo il sollecito dei militari, escludendo così l'attenuante. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la fuga durante la rivolta non è mai lieve
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per il reato di evasione. Il soggetto aveva sfruttato i disordini scoppiati nel carcere di Foggia, causati dalle restrizioni sui colloqui durante la pandemia da COVID-19, per fuggire, venendo poi prontamente catturato dalla polizia penitenziaria. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della gravità del contesto in cui è avvenuta la fuga. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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