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Art. 385 Codice Penale — Anno 2026

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520 provvedimenti

Altri anni per Art. 385 Codice Penale

Reato di evasione: nessun perdono per chi ha precedenti penali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato aveva richiesto l'applicazione di una circostanza attenuante speciale e il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno stabilito che la richiesta di attenuante era inammissibile poiché non era stata presentata nel precedente grado di appello. Inoltre, la richiesta di non punibilità è stata respinta in quanto riproduceva pedissequamente i motivi già esaminati e correttamente disattesi dalla Corte d'Appello, la quale aveva valorizzato i numerosi precedenti penali del ricorrente. Di conseguenza, il soggetto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si può contestare
Un uomo condannato per evasione e resistenza a pubblico ufficiale ha proposto ricorso contro patteggiamento concordato in precedenza, lamentando una mancata valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che chi sceglie il patteggiamento non può contestare la ricostruzione dei fatti o le prove raccolte, poiché i motivi di impugnazione sono limitati per legge a casi eccezionali. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino condannato per i reati di evasione e violazione dei provvedimenti di allontanamento. L'imputato contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che la decisione sulla concessione o sul diniego delle circostanze attenuanti generiche rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito. Se tale scelta è supportata da una motivazione logica, coerente e puntuale, essa non può essere modificata o censurata in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: no al ricorso copia e incolla
La Ricorrente, condannata per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rilevato che il ricorso si limitava a riproporre le stesse argomentazioni di fatto già respinte dalla Corte d'appello, senza contestare validamente la motivazione dei giudici di secondo grado. Per questo motivo, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna e sanzionando la ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione negate per evasione dai domiciliari
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la concessione di misure alternative alla detenzione a un soggetto che, pur avendo ottenuto la liberazione anticipata, aveva precedentemente violato gli arresti domiciliari commettendo il reato di evasione. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua condotta successiva fosse stata positiva e che il diniego avrebbe interrotto il suo percorso di reinserimento. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la commissione di un reato come l'evasione durante l'espiazione della pena dimostra l'incapacità di rispettare le prescrizioni e giustifica un giudizio prognostico negativo. La concessione della liberazione anticipata non vincola il giudice alla concessione di altre misure alternative alla detenzione, poiché i due istituti rispondono a criteri di valutazione differenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Concordato in appello: l’accordo che blocca la Cassazione
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha concordato la pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata prevalenza delle circostanze attenuanti generiche sulla contestata aggravante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena preclude qualsiasi successiva contestazione, limitando non solo il giudizio di secondo grado ma anche il successivo sindacato di legittimità. Di conseguenza, l'accordo preclude la possibilità di ridiscutere il trattamento sanzionatorio in sede di legittimità. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Cane scappa nel cortile: è reato di evasione dai domiciliari
Un uomo agli arresti domiciliari si è allontanato dall'abitazione per raggiungere il cortile condominiale adiacente. Fermato dai Carabinieri, ha giustificato il gesto sostenendo di essere uscito d'urgenza per recuperare il proprio cane scappato in giardino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che il motivo della condotta non esclude il dolo, ossia la consapevolezza di violare il divieto di allontanamento. Inoltre, la Suprema Corte ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché l'evasione è avvenuta solo due settimane dopo l'inizio della misura cautelare e l'imputato possiede numerosi precedenti penali che dimostrano una spiccata capacità a delinquere.
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Sostituzione della pena detentiva: negata se chiesta in udienza
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha concordato la pena in appello. Successivamente, ha richiesto la sostituzione della pena detentiva con la detenzione domiciliare direttamente in udienza. La Corte d'appello ha dichiarato inammissibile la richiesta. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando anche la scadenza dei termini di improcedibilità del processo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che il termine di improcedibilità decorre sempre dopo novanta giorni dal deposito, anche con motivazione contestuale. Inoltre, ha stabilito che la sostituzione della pena detentiva non può essere disposta d'ufficio o richiesta tardivamente in udienza se non è stata espressamente inserita nei motivi di appello o nell'accordo di concordato.
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Reato di evasione: la scusa dell’urgenza smentita dalla compagna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione e false dichiarazioni a pubblico ufficiale. L'uomo si era allontanato dal proprio domicilio senza autorizzazione, giustificando il gesto con un presunto stato di necessità. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che al momento del controllo la compagna dell'imputato era alla guida dell'auto, escludendo così qualsiasi urgenza o bisogno insormontabile che costringesse l'uomo a violare la misura cautelare. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego delle attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione in pigiama e convalida dell’arresto: ricorso negato
Il Tribunale ha confermato la convalida dell'arresto di un uomo per evasione dalla detenzione domiciliare, pur non applicando alcuna misura cautelare successiva. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di essere uscito di casa in pigiama solo per un grave stato di necessità legato a una richiesta di aiuto di un parente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Secondo i giudici, quando alla convalida dell'arresto non segue una misura cautelare, l'indagato non ha un interesse automatico a impugnare il provvedimento. Per farlo, deve dichiarare espressamente l'intenzione di voler richiedere la riparazione per ingiusta detenzione. Mancando questa dichiarazione, il ricorso non può essere esaminato.
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Divieto di reformatio in peius: la Cassazione taglia la pena
Il caso riguarda un uomo condannato in primo grado per spaccio ed evasione dagli arresti domiciliari, sorpreso nel cortile condominiale. La Corte d'appello lo assolve dallo spaccio ma ridetermina la pena per l'evasione a un anno di reclusione, stabilendo una pena base superiore a quella del primo grado. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso, ribadendo che il cortile comune non fa parte dell'abitazione ai fini dell'evasione. Tuttavia, i giudici di legittimità rilevano la violazione del divieto di reformatio in peius: in assenza di ricorso del pubblico ministero, il giudice d'appello non può aumentare la pena base per il reato superstite rispetto a quella fissata in primo grado. La Cassazione riduce così la pena a dieci mesi di reclusione.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: confermato il furto
Un uomo, condannato per tentato furto aggravato da mezzo fraudolento ed evasione, ha presentato ricorso lamentando la mancanza di motivazione sull'aggravante del furto. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché la contestazione sull'aggravante non era stata sollevata durante il precedente giudizio di appello. La legge vieta infatti di proporre in sede di legittimità questioni mai discusse nei gradi precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando definitivamente la sua colpevolezza.
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Reato di evasione dai domiciliari: il sonno non salva l’imputato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per il reato di evasione dai domiciliari. L'uomo, sottoposto alla detenzione domiciliare, non aveva risposto al controllo notturno delle Forze dell'Ordine, nonostante i ripetuti e vigorosi tentativi di farsi aprire durati circa quindici minuti. La difesa sosteneva che L'Imputato fosse in casa ma addormentato a causa di una dipendenza da alcol certificata dal Ser.D. I giudici hanno ritenuto tale giustificazione del tutto inverosimile, confermando che la mancata risposta equivale all'allontanamento volontario. La Cassazione ha ribadito che il controllo di legittimità non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: svista contro opinione
Il Ricorrente ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Corte di Cassazione. Sosteneva che i giudici avessero ignorato la prova della tardività dell'appello del Procuratore Generale, basandosi su un'attestazione di cancelleria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'errore contestato non era una svista materiale (errore percettivo), ma riguardava l'interpretazione giuridica del valore probatorio di quel documento. Il ricorso straordinario per errore di fatto non può essere utilizzato per contestare valutazioni di diritto o interpretazioni di atti, né può basarsi su documenti esterni al processo originario. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Notifica all’imputato detenuto: quando vale il domicilio eletto
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'omessa notifica personale dell'avviso di conclusione delle indagini e del decreto di citazione a giudizio. La difesa sosteneva che, essendo l'uomo agli arresti domiciliari al momento dell'elezione di domicilio, la notifica all'imputato detenuto dovesse avvenire esclusivamente a mani proprie e non presso il domicilio eletto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la validità della notifica va valutata con riferimento al momento dell'effettiva esecuzione dell'atto. Nel caso specifico, la difesa non ha dimostrato che lo stato di detenzione fosse ancora attuale al momento delle notifiche, avvenute dopo la scadenza dei termini della custodia cautelare.
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Reato di evasione: dal dentista al bar con la fidanzata
Il caso riguarda un uomo in detenzione domiciliare autorizzato a recarsi dal dentista. Invece di rientrare subito a casa, come ordinato dalle forze dell'ordine, l'uomo si è fermato in un bar con la fidanzata e poi è andato a fare la spesa al supermercato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che, mentre brevi soste senza deviazioni significative dal percorso autorizzato possono non costituire reato, l'intrattenersi volontariamente per attività di svago e spesa configura pienamente la volontà di eludere la vigilanza dello Stato, integrando così il reato di evasione. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: l’errore di notifica non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. Il ricorrente sosteneva che il controllo delle forze dell'ordine fosse avvenuto presso un indirizzo errato, corrispondente a un'abitazione diroccata e priva di porte. Tuttavia, i giudici hanno confermato che la discrepanza nell'indirizzo era dovuta a un semplice errore materiale di notifica e che l'imputato non si trovava nel luogo stabilito per la misura cautelare. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il cortile non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari a carico di un uomo sorpreso nel cortile condominiale. L'imputato si era giustificato sostenendo di essere sceso solo per aprire il cancello alla pattuglia dei carabinieri, dimostrando un intento collaborativo. I giudici hanno respinto questa tesi, evidenziando che l'uomo non poteva prevedere l'arrivo imminente delle forze dell'ordine. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il finto alibi non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per evasione dagli arresti domiciliari. Il soggetto si era allontanato da casa giustificandosi con un presunto attacco d'ansia che richiedeva cure mediche urgenti. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'accesso in ospedale era avvenuto solo dopo il controllo delle forze dell'ordine, svelando un tentativo di precostituirsi un alibi con la complicità dei familiari. La Suprema Corte ha escluso lo stato di necessità, la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche a causa della gravità della condotta pianificata e dei precedenti penali del ricorrente. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la fuga con arnesi costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato si era allontanato da casa ed era stato rintracciato dopo un'ora e mezza mentre tentava di sfuggire ai controlli accelerando il passo. Addosso gli sono stati trovati arnesi da scasso. La difesa sosteneva l'assenza di dolo e chiedeva la particolare tenuità del fatto. I giudici hanno invece confermato la gravità della condotta, escludendo sia la tenuità sia le attenuanti generiche, a causa del possesso di strumenti per commettere furti e del tentativo di fuga. L'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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