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Art. 380 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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325 provvedimenti

Altri anni per Art. 380 Codice di Procedura Civile

Indennità per lavoro in turni: come si calcola?
La Cassazione ha stabilito che l'indennità per lavoro in turni, pur confermata in cifra fissa, deve essere ricalcolata sul minimo tabellare aggiornato da ogni rinnovo contrattuale. Rigettato il ricorso di un'azienda che voleva 'congelare' l'importo al valore del 2007, confermando il diritto dei lavoratori a percepire le differenze retributive dovute.
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Licenziamento disciplinare: Telepass come prova?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare inflitto a un dipendente di una società autostradale. La sua prolungata inattività durante un turno di lavoro è stata provata tramite i dati del Telepass installato sul veicolo aziendale. La Corte ha stabilito che l'uso di tali dati non viola le norme sul controllo a distanza dei lavoratori, poiché il Telepass è primariamente uno strumento per il pagamento del pedaggio e non un dispositivo installato per la sorveglianza.
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Clausola risolutiva espressa: la buona fede prevale
Un lavoratore, dopo aver stipulato una transazione con il datore di lavoro, ha tollerato un lieve ritardo nel pagamento di una rata, accettando le successive. Dopo essere stato licenziato per altre ragioni, ha tentato di invocare la clausola risolutiva espressa prevista nell'accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il comportamento del lavoratore costituiva una rinuncia tacita all'uso della clausola, in applicazione del principio di buona fede e correttezza contrattuale. Il licenziamento è stato inoltre ritenuto legittimo.
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Lavoro tra conviventi: quando spetta la retribuzione?
La titolare di un'azienda agricola si è opposta al pagamento di retribuzioni al suo ex partner, sostenendo che il lavoro fosse gratuito a causa della loro relazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando il diritto alla retribuzione. La decisione sottolinea che non è possibile contestare in Cassazione la valutazione dei fatti e delle prove operata dai giudici di merito, specialmente in un caso di lavoro tra conviventi dove esistevano contratti documentati.
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Credito TFR fallimento: ammesso anche senza versamenti
Una lavoratrice si opponeva al rigetto parziale della sua richiesta di ammissione al passivo fallimentare della sua ex società. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16928/2024, ha accolto il suo ricorso, affermando che il credito TFR nel fallimento deve essere ammesso per intero, indipendentemente dal fatto che il datore di lavoro abbia versato o meno le quote al Fondo di Tesoreria INPS. Il diritto del lavoratore a insinuarsi nel passivo per il proprio TFR è incondizionato.
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Appalto non genuino: chi prova la simulazione?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16885/2024, ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che contestava la genuinità di un contratto di appalto. La Corte ha ribadito che l'onere di provare che si tratta di un appalto non genuino grava interamente sul lavoratore. Inoltre, ha precisato che il ricorso in Cassazione non può essere utilizzato per ottenere un nuovo esame dei fatti, ma solo per contestare errori di diritto. La decisione sottolinea anche che il mancato accoglimento di istanze istruttorie non costituisce vizio di omessa pronuncia.
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Accordo conciliativo: visita medica non è condizione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda di trasporti condannata per ritardata assunzione di due lavoratori. Il caso verteva sull'interpretazione di un accordo conciliativo che prevedeva l'assunzione contestuale alla firma, ma anche una visita medica preassuntiva da effettuarsi entro una data specifica. La Corte ha stabilito che l'interpretazione del giudice di merito, secondo cui la visita non costituiva una condizione sospensiva ma una mera formalità, è legittima e non sindacabile in sede di legittimità, specialmente considerando il pregresso rapporto di lavoro tra le parti. L'azienda, secondo i giudici, si era assunta il rischio di eventuali ritardi nell'espletamento della visita.
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Errore di fatto: i limiti della revocazione in Cassazione
Una lavoratrice ha chiesto la revocazione di un'ordinanza della Cassazione, sostenendo un errore di fatto per omesso esame di un motivo di ricorso. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la doglianza della ricorrente non configurava un errore di fatto (una svista percettiva), bensì un errore di giudizio, ossia un dissenso sulla valutazione giuridica compiuta dalla Corte. La decisione ribadisce i rigidi confini dell'istituto della revocazione per errore di fatto.
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Mansioni superiori: la Cassazione chiarisce il diritto
Un lavoratore, assunto come autista soccorritore, ha richiesto il pagamento di differenze retributive per aver svolto mansioni superiori a quelle del suo inquadramento formale. La sua domanda era stata respinta in primo grado. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, cassando la precedente decisione. Il motivo risiede nel fatto che il giudice di merito non ha effettuato il corretto "giudizio trifasico", ovvero l'analisi comparativa tra le mansioni effettivamente svolte e quelle previste dalla contrattazione collettiva per il livello rivendicato. La Corte ha rinviato il caso al Tribunale per una nuova e corretta valutazione dei fatti alla luce dei principi enunciati.
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Ricorso inammissibile: limiti del giudizio di Cassazione
Un'ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce i motivi che rendono un ricorso inammissibile. Nel caso specifico, un agente aveva impugnato una sentenza che lo condannava a un pagamento a favore della società preponente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi presentati erano generici e miravano a una nuova valutazione dei fatti e delle prove, compito che non spetta al giudice di legittimità. La decisione sottolinea la necessità di formulare censure precise e basate su specifici errori di diritto.
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Licenziamento collettivo: obblighi di trasparenza
La Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento collettivo a causa della mancata trasparenza nella comunicazione finale. La riduzione del numero di esuberi, concordata con i sindacati, non è stata seguita da un prospetto chiaro che ne spiegasse la riallocazione, violando i principi di corretta informazione e viziando l'intera procedura.
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Demansionamento: il licenziamento è nullo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di un lavoratore, giustificato da un'azienda di vigilanza con la perdita di un appalto. La Corte ha stabilito che il licenziamento è nullo perché fondato su una precedente e continua condotta illecita del datore di lavoro: il demansionamento. Il lavoratore, infatti, era stato assegnato a mansioni inferiori presso quel cantiere in violazione di una precedente sentenza che gli riconosceva un inquadramento superiore. L'azienda non può, quindi, avvalersi delle conseguenze del proprio illecito per giustificare la fine del rapporto di lavoro.
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Mansioni superiori: il giudizio trifasico è cruciale
Un autista soccorritore ha richiesto il pagamento di differenze retributive per aver svolto mansioni superiori rispetto al suo inquadramento contrattuale. Il Tribunale aveva respinto la domanda. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che il giudice di merito ha errato nel non effettuare il cosiddetto "giudizio trifasico", un'analisi comparativa necessaria per verificare l'effettivo svolgimento di mansioni superiori. La causa è stata rinviata al Tribunale per una nuova valutazione basata sui corretti principi.
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Lavoro subordinato: quando un contratto si trasforma?
Un direttore sanitario ha lavorato per oltre vent'anni per una casa di cura privata con contratti formalmente autonomi. Ha richiesto il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato, ma la sua domanda è stata respinta in tutti i gradi di giudizio. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 15602/2024, ha rigettato il ricorso, confermando che l'elemento chiave per distinguere il lavoro subordinato è la soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro. La valutazione dei fatti compiuta dai giudici di merito, che ha escluso tale soggezione, è stata ritenuta insindacabile in sede di legittimità.
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Tempo tuta: quando va pagato? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14848/2024, ha stabilito che il tempo impiegato da un lavoratore tra la timbratura del cartellino all'ingresso e il login alla propria postazione, così come il percorso inverso a fine turno, deve essere considerato orario di lavoro effettivo e quindi retribuito. Il caso riguardava alcuni dipendenti di una società di telecomunicazioni. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, affermando che questo lasso di tempo, definito 'tempo tuta', rientra nell'orario di lavoro quando le attività preparatorie sono necessarie, obbligatorie e soggette al potere direttivo del datore di lavoro, che decide l'organizzazione della sede e le procedure da seguire.
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Orario di lavoro effettivo: il tempo per il login vale
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito che il tempo impiegato da un lavoratore tra la timbratura del cartellino all'ingresso e il login alla postazione di lavoro deve essere considerato orario di lavoro effettivo e, di conseguenza, retribuito. La Corte ha respinto il ricorso di una grande società di telecomunicazioni, la quale sosteneva che tale periodo non fosse sotto il suo diretto potere di controllo. Secondo i giudici, tutte le attività preparatorie, necessarie e obbligatorie per l'inizio della prestazione, rientrano a pieno titolo nell'orario di lavoro, poiché il dipendente è già a disposizione dell'azienda.
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Orario di lavoro: il tempo per log-in è retribuito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14843/2024, ha stabilito che il tempo impiegato dal lavoratore per spostarsi dall'ingresso aziendale alla postazione e per avviare i sistemi informatici rientra a pieno titolo nell'orario di lavoro e deve essere retribuito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso di una grande società di telecomunicazioni, confermando la nullità della clausola del contratto aziendale che escludeva tale periodo dal computo delle ore lavorate. Si tratta di attività preparatorie essenziali, svolte sotto la direzione del datore di lavoro, e quindi da considerarsi prestazione lavorativa effettiva.
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Giudicato esterno: limiti alla riproposizione della domanda
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che chiedeva un inquadramento superiore, già negato in un precedente giudizio. La decisione si fonda sul principio del giudicato esterno, che impedisce di ridiscutere questioni già decise con sentenza definitiva tra le stesse parti, anche se la nuova domanda si riferisce a un periodo lavorativo successivo ma basato sulla medesima causa petendi (le stesse mansioni).
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Criteri scelta CIGS: legittimità e accordi sindacali
Una lavoratrice ha impugnato il suo collocamento in Cassa Integrazione a zero ore, sostenendo la genericità dei criteri di scelta adottati dall'azienda. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo la legittimità dei criteri scelta CIGS basati sulla non fungibilità delle mansioni e concordati con le organizzazioni sindacali. Secondo la Corte, tali criteri, seppur non nominativi, erano sufficientemente specifici da consentire una verifica ex ante e non arbitraria, escludendo dalla rotazione le posizioni professionali infungibili e strategiche per la riorganizzazione aziendale.
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Lavoro discontinuo badante: quando spetta lo straordinario
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14438/2024, ha chiarito le condizioni per il riconoscimento dello straordinario nel caso di lavoro discontinuo badante notturno. Una lavoratrice, impiegata con orario 20:30-8:30 a settimane alterne, chiedeva differenze retributive sostenendo di essere stata pagata solo per 40 ore settimanali a fronte di 84 ore di presenza. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione d'appello. È stato stabilito che la paga mensile forfettizzata prevista dal CCNL per l'assistenza notturna discontinua compensa l'intera disponibilità e non le singole ore. Per ottenere il pagamento dello straordinario, la lavoratrice avrebbe dovuto provare che le ore di lavoro *effettivo* superavano i limiti contrattuali o che la prestazione era particolarmente gravosa, senza le pause tipiche del lavoro discontinuo, prova che nel caso di specie non è stata fornita.
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