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Art. 375 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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380 provvedimenti

Altri anni per Art. 375 Codice di Procedura Civile

Valutazione dei Rischi: quando aggiornare il DVR?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ente previdenziale contro una società di ristorazione. La controversia riguardava l'obbligo di redigere un nuovo documento di valutazione dei rischi (DVR) a seguito dell'apertura di un nuovo locale. I giudici hanno confermato le sentenze dei gradi precedenti, stabilendo che l'apertura di una nuova unità produttiva non equivale alla costituzione di una nuova impresa, non facendo scattare il termine di 90 giorni per un nuovo DVR. Inoltre, l'ente non ha provato né una modifica sostanziale dei rischi che richiedesse un aggiornamento immediato, né la data esatta di inizio attività per dimostrare un eventuale ritardo nell'aggiornamento effettuato dalla società.
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Lavoro pubblico a termine: no alla conversione
Un lavoratore con contratto di lavoro pubblico a termine presso un consorzio per la gestione dei rifiuti ha richiesto la conversione del rapporto in indeterminato e il trasferimento a nuovi enti, come previsto da una legge regionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la conversione del contratto a termine nel settore pubblico non è ammissibile senza un concorso pubblico, in quanto violerebbe l'art. 97 della Costituzione. Di conseguenza, le tutele previste dalla legge regionale per il trasferimento del personale si applicano esclusivamente ai dipendenti assunti a tempo indeterminato.
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Aliunde perceptum: onere della prova e calcolo danni
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il caso di un recesso anticipato illegittimo da parte di un Comune nei confronti di un dipendente a tempo determinato. La Corte ha chiarito che l'onere di provare l'aliunde perceptum, ovvero i guadagni alternativi del lavoratore, spetta interamente al datore di lavoro. In assenza di prove specifiche da parte dell'ente, è legittimo che il giudice proceda a una quantificazione equitativa del danno, basandosi sugli elementi disponibili. Il ricorso del Comune è stato quindi respinto.
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Notifica PEC inesistente: quando l’appello è tardivo
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un ente pubblico contro tre ex lavoratrici socialmente utili. La decisione si fonda su un grave vizio procedurale: la prima notifica del ricorso via PEC era totalmente priva di allegati e di riferimenti essenziali al caso, rendendola una notifica PEC inesistente e non sanabile. La successiva notifica, corretta, è risultata tardiva. La Corte ha inoltre sanzionato l'ente per lite temeraria, stabilendo un importante principio sulla validità delle notifiche telematiche.
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Pensione inabilità: negata se non si è in servizio
La Corte di Cassazione ha negato la pensione inabilità a un professionista che, sebbene iscritto alla cassa previdenziale, non esercitava più l'attività da molti anni a causa di procedimenti giudiziari. La Corte ha stabilito che il diritto alla pensione sorge solo se l'inabilità è la causa diretta dell'interruzione di un'attività lavorativa in corso, non se interviene quando il professionista è già impossibilitato a lavorare per altri motivi.
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Licenziamento per esternalizzazione: Cassazione chiara
Una lavoratrice viene licenziata per giustificato motivo oggettivo a seguito dell'esternalizzazione del servizio di pulizia, di cui era l'unica addetta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della dipendente, stabilendo che, ai fini della legittimità del licenziamento per esternalizzazione, è centrale la dimostrazione dell'effettività e non pretestuosità della scelta aziendale, piuttosto che la prova formale di un contratto di appalto. La decisione si fonda sul principio del libero convincimento del giudice e sulla cosiddetta "doppia conforme di merito", che ha limitato la possibilità di riesaminare i fatti.
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Errore di fatto: revocare un’ordinanza Cassazione
La Corte di Cassazione ha respinto un ricorso per revocazione contro una propria ordinanza, chiarendo la netta distinzione tra l'errore di fatto, che consente la revocazione, e l'errore di giudizio, che non la ammette. Il caso riguardava una pretesa di pagamento per la perequazione di una pensione aziendale, che la Corte aveva già ritenuto estinta a seguito della capitalizzazione del fondo pensione. I ricorrenti lamentavano un errore di fatto, ma la Corte ha stabilito che le loro censure riguardavano in realtà l'interpretazione e la valutazione giuridica dei fatti, configurando un inammissibile tentativo di ottenere un nuovo giudizio nel merito.
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Sgravi contributivi: la data di trasformazione conta
La Corte di Cassazione ha chiarito che per ottenere gli sgravi contributivi legati alla trasformazione di un contratto a tempo indeterminato, è la data della trasformazione a essere determinante, non quella dell'assunzione iniziale a termine. Se la legge di agevolazione scade prima della trasformazione, il beneficio non spetta. Nel caso specifico, un'azienda si è vista negare il diritto all'agevolazione poiché la trasformazione del contratto di una dipendente è avvenuta nel 2013, dopo la scadenza del termine fissato al 31 dicembre 2012 dalla normativa di riferimento.
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Rinuncia al ricorso: estinzione del giudizio
Una società, dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio una causa per la restituzione di contributi versati a seguito di un'alluvione, ha presentato ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione finale, ha formalizzato una rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, chiarendo che in questi casi non si applicano sanzioni pecuniarie aggiuntive e non si provvede sulle spese se la controparte non si è costituita.
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Obbligo contributivo: quando si applica ai giornalisti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società che contestava l'obbligo contributivo su somme erogate a giornalisti. L'ordinanza ha confermato che, in assenza di una chiara prova della finalità di 'incentivo all'esodo', tali somme sono da considerarsi retribuzione imponibile. È stato inoltre ribadito l'assoggettamento a contribuzione dell'indennità sostitutiva del preavviso e la non automatica applicabilità di regimi sanzionatori più favorevoli all'ente previdenziale di categoria, data la sua autonomia regolamentare.
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Trasferimento d’azienda: retribuzione e contratti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di alcuni lavoratori che si erano opposti alla cessazione di un emolumento retributivo, definito "superminimo non assorbibile", a seguito di un trasferimento d'azienda. La Corte ha stabilito che, in caso di cessione, si applica il contratto collettivo dell'azienda cessionaria, anche se meno favorevole. La tutela prevista dalla normativa, anche europea, mira a evitare un peggioramento delle condizioni lavorative al momento del trasferimento, ma non impedisce successive modifiche derivanti dall'applicazione di nuovi accordi collettivi.
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Trasferimento d’azienda: la retribuzione è salva?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34555/2024, ha stabilito che in caso di trasferimento d'azienda, la tutela della retribuzione dei lavoratori non è assoluta e illimitata nel tempo. I trattamenti migliorativi, come un superminimo, derivanti da un accordo collettivo del cedente possono essere legittimamente eliminati a seguito della disdetta di tale accordo, senza violare l'art. 2112 c.c. o le direttive UE, a condizione che le condizioni non vengano peggiorate al momento esatto del trasferimento.
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Indennità di mobilità: domanda entro il termine
La Corte di Cassazione ha confermato che il diritto all'indennità di mobilità è subordinato alla presentazione di una specifica domanda all'ente previdenziale entro un termine di decadenza. Questo termine non viene sospeso o interrotto da eventuali cause in corso per l'impugnazione del licenziamento o per l'iscrizione nelle liste di mobilità. La mera iscrizione in tali liste è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per ottenere la prestazione economica. Di conseguenza, il ricorso di una lavoratrice che aveva presentato la domanda oltre il termine, attendendo l'esito di un altro giudizio, è stato respinto.
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Indennità di mobilità: il termine per la domanda
La Corte di Cassazione conferma che la domanda per l'indennità di mobilità deve essere presentata entro un termine di decadenza di 60 giorni dall'inizio della disoccupazione. Questo termine non è sospeso né interrotto dalla pendenza di un giudizio per il riconoscimento del diritto all'iscrizione nelle liste di mobilità. La presentazione tardiva della domanda comporta la perdita definitiva del diritto alla prestazione.
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Indennità di mobilità: la domanda va fatta subito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33707/2024, ha ribadito un principio fondamentale in materia di indennità di mobilità: la domanda all'INPS deve essere presentata entro il termine di decadenza di 60 giorni, anche se è in corso un contenzioso per il riconoscimento del diritto all'iscrizione nelle apposite liste. La Corte ha chiarito che attendere l'esito del giudizio prima di presentare la domanda comporta la perdita definitiva del diritto alla prestazione.
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Indennità di mobilità: la domanda entro 60 giorni
Un lavoratore, dopo aver ottenuto in via giudiziale il diritto all'iscrizione nelle liste di mobilità, si è visto negare l'indennità di mobilità per aver presentato la domanda oltre il termine di decadenza. La Cassazione ha confermato che la domanda va presentata entro il termine perentorio di 60 giorni, anche se i presupposti del diritto sono accertati solo in un momento successivo.
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Indennità di mobilità: la domanda è obbligatoria
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33705/2024, ha ribadito un principio fondamentale in materia di indennità di mobilità: la semplice iscrizione nelle apposite liste non è sufficiente per ottenere il beneficio economico. È indispensabile presentare una specifica domanda all'ente previdenziale entro il termine di decadenza di 60 giorni. La Corte ha chiarito che tale termine non viene sospeso o interrotto neppure in pendenza di un contenzioso giudiziario volto a far riconoscere il diritto all'iscrizione stessa.
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Reclamo incidentale: la Cassazione chiarisce
In un caso di licenziamento, la Corte di Cassazione ha sospeso la decisione per analizzare una questione procedurale di grande rilevanza. Il caso riguarda la necessità per un lavoratore, vittorioso in primo grado, di presentare un reclamo incidentale su un punto specifico (la genericità della contestazione disciplinare) rigettato dal primo giudice. La Corte valuterà se tale punto costituisca un 'capo autonomo' della domanda, suscettibile di passare in giudicato se non specificamente impugnato, rinviando il caso a una pubblica udienza per la sua particolare importanza.
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Variazione premi INAIL: la denuncia aziendale conta
La Corte di Cassazione ha stabilito che la variazione dei premi INAIL, conseguente a una denuncia di modifica dell'attività presentata dall'azienda stessa, decorre dalla data in cui la variazione si è verificata. Non si tratta di una rettifica d'ufficio, che avrebbe una decorrenza diversa, ma di un adeguamento basato sul principio di auto-responsabilità del contribuente. Il ritardo dell'Istituto nel procedere all'adeguamento non incide sulla legittimità della pretesa, purché esercitata entro i termini di prescrizione.
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Disconoscimento conformità copia: la Cassazione decide
Una contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento per contributi previdenziali, sostenendo l'avvenuta prescrizione del credito a causa di vizi nella notifica delle cartelle esattoriali originarie. In particolare, contestava la conformità delle copie degli avvisi di ricevimento prodotte in giudizio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, ribadendo un principio fondamentale: il disconoscimento conformità copia di un documento non può essere generico, ma deve essere specifico e circostanziato, indicando precisamente gli elementi di difformità rispetto all'originale. Una contestazione vaga è giuridicamente inefficace.
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