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Art. 360-bis Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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254 provvedimenti

Altri anni per Art. 360-bis Codice di Procedura Civile

Notifica PEC nulla: quando è sanabile? Cassazione
Un'Amministrazione pubblica ha notificato un appello tramite PEC, ma gli allegati erano vuoti. La Corte d'Appello ha dichiarato l'appello improcedibile, qualificando il vizio come 'inesistenza' insanabile. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che se il corpo del messaggio PEC contiene gli elementi essenziali (parti, oggetto della notifica), il vizio è una 'notifica PEC nulla', che è sanabile. Il caso è stato quindi rinviato per essere giudicato nel merito.
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Prescrizione crediti lavoro: quando decorre il termine?
Un'azienda del settore trasporti ha contestato una sentenza che riconosceva a un dipendente il diritto al calcolo dell'anzianità maturata durante l'apprendistato. Il ricorso in Cassazione si basava sulla decorrenza della prescrizione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in assenza di un regime di piena stabilità del posto di lavoro, la prescrizione crediti lavoro rimane sospesa per tutta la durata del rapporto e inizia a decorrere solo dalla sua cessazione.
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Prescrizione crediti di lavoro: quando decorre?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la prescrizione dei crediti di lavoro, come le differenze retributive, inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto e non durante il suo svolgimento. Questa decisione si basa sulla constatazione che le riforme del lavoro, a partire dal 2012, non garantiscono una stabilità reale del posto, esponendo il lavoratore a un potenziale 'metus' (timore) nel far valere i propri diritti. Di conseguenza, il ricorso di una società di trasporti, che sosteneva l'avvenuta prescrizione del diritto di un dipendente al riconoscimento dell'anzianità maturata in apprendistato, è stato respinto.
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Compensatio lucri cum damno: la Cassazione decide
Un dirigente medico ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria per il risarcimento del danno derivante dalla mancata 'pesatura' del suo incarico, che gli ha impedito di percepire la retribuzione variabile. La Corte di Cassazione, pur riconoscendo l'inadempimento dell'ente, ha cassato la sentenza d'appello. Il motivo è la mancata applicazione del principio di compensatio lucri cum damno: i giudici di merito avrebbero dovuto verificare se le somme non erogate fossero confluite nel fondo per la retribuzione di risultato, generando un vantaggio per il dipendente da detrarre dal risarcimento.
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Compensatio lucri cum damno e retribuzione variabile
Un dirigente medico ha richiesto il risarcimento del danno a un'azienda sanitaria per la mancata corresponsione della retribuzione di posizione variabile. L'ente si è difeso sostenendo che tali somme erano confluite nel fondo per la retribuzione di risultato, avvantaggiando il dirigente. La Corte di Cassazione ha accolto questo specifico motivo di ricorso, basato sul principio della compensatio lucri cum damno, cassando la sentenza d'appello e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Compensatio lucri cum damno nel pubblico impiego
Un medico ha citato in giudizio un'azienda sanitaria pubblica per il mancato pagamento della retribuzione variabile. La Corte di Cassazione, applicando il principio della compensatio lucri cum damno, ha stabilito che il giudice di merito deve verificare se il medico abbia ottenuto un vantaggio economico indiretto (un aumento della retribuzione di risultato) a causa dell'inadempimento dell'azienda. Questo vantaggio, se accertato, deve essere detratto dal risarcimento del danno.
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Compensatio lucri cum damno: il danno è escluso?
Un dirigente pubblico ha citato in giudizio un ente sanitario per il mancato pagamento della retribuzione variabile. L'ente ha eccepito la cosiddetta 'compensatio lucri cum damno', sostenendo che le somme non pagate erano confluite nel fondo per la retribuzione di risultato, di fatto già percepita dal dipendente. La Corte di Cassazione ha accolto questo specifico motivo, stabilendo che il vantaggio economico ottenuto dal lavoratore a seguito dello stesso inadempimento deve essere considerato nella quantificazione del danno, potendo anche azzerarlo. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per questa verifica.
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Rinnovo contratto a termine: quando è illegittimo?
Un ente di ricerca ha rinnovato il contratto di un lavoratore il giorno immediatamente successivo alla scadenza del precedente. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 253/2023, ha dichiarato illegittimo tale rinnovo contratto a termine per assenza dell'intervallo temporale previsto dalla legge. Anche se la durata complessiva dei contratti rientrava nei limiti consentiti, la successione immediata è stata qualificata come abuso, confermando il diritto del lavoratore a un risarcimento del danno forfettario, senza necessità di fornire prova specifica del pregiudizio subito.
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Giudicato esterno: quando è rilevabile d’ufficio
Un lavoratore, dopo aver ottenuto una sentenza per differenze retributive, ha tentato di agire nuovamente per crediti accessori connessi. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito che rigettava la nuova domanda, chiarendo che il principio del giudicato esterno può e deve essere rilevato d'ufficio dal giudice. Questa regola serve a garantire la certezza del diritto e a prevenire la frammentazione dei giudizi sullo stesso rapporto.
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Contributo di solidarietà: Cassazione lo boccia
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una cassa previdenziale, confermando l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto ai pensionati. La Corte ribadisce che solo la legge statale può introdurre prelievi forzosi, e non un regolamento interno dell'ente, confermando il diritto degli eredi di un pensionato alla restituzione delle somme trattenute con prescrizione decennale.
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Calcolo pensione: no a riforme in peius retroattive
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ente pensionistico professionale che aveva applicato un nuovo e meno favorevole metodo di calcolo pensione a un trattamento già liquidato. La Corte ha ribadito che le casse non possono modificare retroattivamente in senso peggiorativo i criteri di calcolo, poiché ciò equivarrebbe a un'imposizione patrimoniale riservata alla legge. Ha inoltre confermato che l'azione per recuperare le somme indebitamente trattenute si prescrive in dieci anni e non in cinque.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma il diritto al risarcimento del danno per una lavoratrice del pubblico impiego a causa dell'abusiva reiterazione di contratti a termine. L'ordinanza ribadisce che tale danno, definito 'comunitario', è presunto e non richiede una prova specifica da parte del dipendente, consolidando un importante principio a tutela dei lavoratori precari della Pubblica Amministrazione. L'appello dell'ente pubblico è stato respinto in quanto basato su questioni di merito non riesaminabili in sede di legittimità.
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Danno da reiterazione: risarcimento nel pubblico impiego
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento del danno da reiterazione abusiva di contratti a termine per un dirigente medico del settore pubblico. La Corte ha stabilito che tale danno è di natura 'comunitaria', presunto e non necessita di prova specifica da parte del lavoratore. La successiva assunzione a tempo indeterminato, poi dichiarata nulla, non elimina il diritto al risarcimento per l'abuso pregresso. Il ricorso dell'azienda sanitaria è stato respinto.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma il diritto al risarcimento del danno per un dirigente medico a causa dell'abusiva reiterazione di contratti a termine da parte di un'azienda sanitaria pubblica. La sentenza ribadisce che, nel pubblico impiego, il superamento del limite di durata dei contratti a termine genera un 'danno comunitario' presunto, che non necessita di prova specifica da parte del lavoratore. Viene quindi liquidata un'indennità risarcitoria, escludendo però la possibilità di conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato. La Corte rigetta sia il ricorso dell'ente pubblico, che contestava la sussistenza del danno, sia quello del lavoratore, che chiedeva un risarcimento maggiore e la condanna della Regione.
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Risarcimento medici specializzandi: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Presidenza del Consiglio dei Ministri in una causa sul risarcimento medici specializzandi. Il caso riguardava un gruppo di medici che avevano frequentato corsi di specializzazione tra il 1983 e il 1991 senza ricevere un'adeguata remunerazione, a causa del ritardo dello Stato italiano nel recepire le direttive comunitarie. La Corte ha confermato la decisione della Corte d'Appello, ribadendo che il diritto al risarcimento decorre dal 1° gennaio 1983, in linea con la sua giurisprudenza consolidata. Il ricorso è stato respinto perché non presentava argomenti idonei a modificare tale orientamento.
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Prescrizione TFR: quando inizia a decorrere?
Un lavoratore in pensione ottiene il riconoscimento di una qualifica superiore e chiede il ricalcolo della buonuscita. La Cassazione chiarisce che la prescrizione TFR decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro, non dal successivo accertamento giudiziale del diritto, dichiarando il ricorso inammissibile.
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Successione contratti a termine: risarcimento e abusi
La Cassazione conferma il risarcimento per una lavoratrice a seguito di una successione contratti a termine ritenuta abusiva. L'ente datore di lavoro è stato condannato nonostante i lunghi intervalli tra i contratti, affermando il principio del danno comunitario presunto senza necessità di prova specifica da parte del dipendente.
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Contratti a termine: quando il ricorso è inammissibile
Un ente sanitario ha impugnato la sentenza che lo condannava per l'illegittimo utilizzo di contratti a termine con un dipendente. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che l'ente non aveva contestato uno dei motivi autonomi della decisione, ovvero il superamento del limite massimo di 36 mesi. Ha inoltre rigettato l'eccezione sulla responsabilità dello Stato, confermando quella del datore di lavoro.
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Inquadramento previdenziale: conta l’attività svolta
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'inquadramento previdenziale di un'impresa si basa sull'attività effettivamente svolta e non sul Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) scelto dal datore di lavoro. Nel caso specifico, una società di servizi medici che si presentava come studio professionale è stata classificata come impresa commerciale del terziario ai fini contributivi. L'Ente Previdenziale aveva richiesto il pagamento di differenze contributive, ritenendo applicabile il CCNL del terziario. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che il criterio per l'inquadramento previdenziale è oggettivo e legato alla natura reale dell'attività imprenditoriale.
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Massimale pensionistico: illegittimo per le vecchie pensioni
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una Cassa di previdenza, confermando l'illegittimità dell'applicazione di un massimale pensionistico a un professionista la cui pensione è iniziata prima del 1° gennaio 2007. La Corte ha ribadito che, prima della L. 296/06, le Casse non avevano il potere di imporre tetti alle pensioni. È stata inoltre confermata la prescrizione decennale per i ratei arretrati.
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