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Art. 360-bis Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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254 provvedimenti

Altri anni per Art. 360-bis Codice di Procedura Civile

Contributo di solidarietà: Cassazione lo boccia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cassa di previdenza, confermando l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto sulle pensioni. La Corte ha ribadito che solo la legge può introdurre tali prelievi e ha confermato il termine di prescrizione di dieci anni per la restituzione delle somme indebitamente trattenute al pensionato.
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Gestione separata avvocati: prescrizione e reddito
Un ente previdenziale ha citato in giudizio un avvocato per contributi non versati alla Gestione separata per il 2011. Le corti di merito hanno respinto la richiesta, sia perché prescritta, sia perché il reddito del professionista era inferiore a 5.000 euro. La Cassazione ha confermato la decisione, chiarendo un punto cruciale sulla prescrizione: la semplice omissione della compilazione del quadro RR nella dichiarazione dei redditi non costituisce 'doloso occultamento' del debito e, pertanto, non sospende i termini di prescrizione. Questa pronuncia è fondamentale per la categoria della Gestione separata avvocati.
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Inammissibilità del ricorso: motivi confusi e limiti
Un cittadino si è visto negare un contributo post-sisma per non risiedere abitualmente nell'immobile danneggiato. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato dal cittadino, non per il merito della questione, ma per gravi vizi procedurali. L'ordinanza sottolinea che la confusione dei motivi di ricorso e il tentativo di ottenere un nuovo esame dei fatti sono inammissibili, confermando le decisioni dei gradi precedenti e sanzionando il ricorrente.
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Contributo di solidarietà: illegittimo per le Casse
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una Cassa di previdenza privata, confermando l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto sulle pensioni. Secondo la Corte, tale prelievo costituisce una prestazione patrimoniale che solo il legislatore può istituire, e non può essere deliberato autonomamente dagli enti. La Corte ha inoltre stabilito che il diritto alla restituzione delle somme indebitamente trattenute si prescrive in dieci anni e non in cinque.
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Contributo di solidarietà: illegittimo per le casse
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto da un ente previdenziale privato sulla pensione di un suo iscritto. Secondo la Corte, tale prelievo costituisce una prestazione patrimoniale la cui imposizione è riservata esclusivamente alla legge dello Stato, come previsto dall'art. 23 della Costituzione. Le casse private non possono, di propria iniziativa, introdurre trattenute di questo tipo, neanche per garantire l'equilibrio di bilancio. Il ricorso dell'ente è stato dichiarato inammissibile.
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Contributo di solidarietà: la Cassazione lo boccia
Una Cassa Previdenziale ha imposto un contributo di solidarietà sulla pensione di un suo iscritto. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del prelievo, stabilendo che tali misure possono essere introdotte solo dal legislatore e non dagli enti previdenziali autonomi. L'ente è stato condannato per aver ignorato la giurisprudenza consolidata.
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Contributo di solidarietà: quando è illegittimo?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una Cassa di previdenza professionale contro la sentenza che aveva giudicato illegittimo il contributo di solidarietà applicato sulla pensione di un iscritto. La Corte ha ribadito che qualsiasi prelievo patrimoniale, inclusi i contributi di questo tipo, deve avere un fondamento univoco nella legge e non può essere introdotto autonomamente dalla Cassa. Inoltre, è stato confermato che il diritto alla restituzione delle somme trattenute si prescrive in dieci anni e non in cinque.
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Natura giuridica ente: quando si applica il diritto privato
La Corte di Cassazione ha stabilito che un consorzio, anche se partecipato da enti pubblici e svolgente attività di interesse pubblico, deve essere considerato un soggetto di diritto privato se non è stato istituito con una specifica legge statale o regionale. Di conseguenza, i rapporti di lavoro dei suoi dipendenti sono regolati dal diritto privato e non dalle norme sul pubblico impiego. La qualifica di 'organismo di diritto pubblico' ai fini delle normative europee sugli appalti non è sufficiente a modificare la natura giuridica dell'ente per quanto riguarda il diritto del lavoro.
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Gestione Separata: Cassazione sulla Cassa Forense
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'iscrizione retroattiva di un avvocato alla propria Cassa di previdenza professionale esclude l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata dell'ente previdenziale nazionale. Tale principio vale anche se il professionista non ha materialmente versato i contributi soggettivi minimi dovuti alla cassa di categoria. La Corte ha chiarito che la Gestione Separata ha una funzione sussidiaria e interviene solo in assenza di una copertura previdenziale obbligatoria. La sentenza di merito è stata cassata con rinvio per riesaminare la legittimità dell'iscrizione d'ufficio alla luce di questo principio.
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Natura giuridica ente: la Cassazione decide sul caso
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16927/2025, ha stabilito che un consorzio, anche se partecipato da enti pubblici e svolgente attività di interesse pubblico, non può essere qualificato come ente pubblico se non è istituito con una legge specifica. Questa decisione sulla natura giuridica dell'ente conferma che i rapporti di lavoro dei suoi dipendenti sono regolati dal diritto privato e non dal contratto collettivo degli Enti Locali. Il ricorso dei lavoratori, che mirava a ottenere l'applicazione della disciplina del pubblico impiego, è stato quindi respinto.
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Mansioni superiori: ricorso inammissibile, le regole
Un dipendente di un ente locale ha ottenuto in Appello il riconoscimento del diritto a differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale del lavoratore, relativo ai criteri di calcolo delle somme, sia quello incidentale dell'ente, che contestava lo svolgimento stesso delle mansioni superiori. L'inammissibilità è derivata principalmente dal mancato rispetto del principio di autosufficienza del ricorso, che impone una specifica indicazione degli atti e dei documenti su cui si fonda l'impugnazione.
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TFR dipendenti pubblici: spetta alla fine del contratto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18969/2025, ha stabilito che il TFR dei dipendenti pubblici deve essere liquidato alla cessazione di ogni singolo rapporto di lavoro. La Corte ha respinto il ricorso dell'ente previdenziale, il quale sosteneva che il pagamento non fosse dovuto in caso di immediata riassunzione presso un'altra amministrazione pubblica. È stato confermato che al TFR pubblico si applica la disciplina privatistica (art. 2120 c.c.), che lo qualifica come retribuzione differita esigibile al termine del contratto, indipendentemente dalla continuità del servizio presso il settore pubblico.
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Una tantum e cambio appalto: chi paga il lavoratore?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cambio appalto, l'indennità una tantum per la vacanza contrattuale non deve essere pagata per intero dall'ultimo datore di lavoro. Tale importo, essendo di natura retributiva e legato al servizio prestato, va ripartito proporzionalmente tra tutti i datori di lavoro che hanno impiegato il lavoratore nel periodo di riferimento. La Corte ha così cassato la sentenza d'appello che aveva condannato un'azienda di pulizie al pagamento integrale della somma, affermando il principio di riproporzionamento.
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Inquadramento superiore: quando le mansioni non bastano
Un lavoratore ha richiesto l'inquadramento superiore sostenendo di svolgere mansioni di livello più alto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per ottenere un inquadramento superiore non è sufficiente la complessità dei compiti, ma è indispensabile dimostrare un'effettiva autonomia decisionale e discrezionalità, elementi che nel caso specifico non sono stati provati. La sentenza ribadisce che il possesso di titoli di studio è un requisito necessario ma non sufficiente.
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