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Art. 346-bis Codice Penale

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122 provvedimenti

Traffico di influenze illecite: condannato chi prometteva aiuti
Un uomo, incaricato del riordino dell'archivio del Tribunale, ha sfruttato i suoi contatti con magistrati e cancellieri per farsi consegnare 4.800 euro da una coppia. In cambio, ha promesso di mediare illecitamente con il professionista delegato alla vendita all'asta della loro casa pignorata, promettendo di rallentare la procedura. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di traffico di influenze illecite, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha chiarito che non si tratta di truffa, poiché le relazioni con i pubblici ufficiali erano reali ed effettive, e non è stato utilizzato alcun inganno o raggiro per ottenere il denaro. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione o recupero crediti? Il caso della tangente
Due soggetti, padre e figlio, hanno tentato di costringere con minacce il titolare di una ditta edile a restituire cinquantacinquemila euro. Tale somma era stata precedentemente versata a terzi come tangente per ottenere un appalto pubblico. Le minacce hanno coinvolto anche la suocera della vittima. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione, rigettando la richiesta di qualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che la richiesta di restituzione di una tangente, essendo legata a una causa illecita, non può ricevere alcuna tutela legale o giudiziaria. Di conseguenza, l'uso della violenza o della minaccia per recuperare una somma illecita integra sempre il reato più grave di estorsione e non quello di autotutela di un diritto.
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Traffico di influenze illecite: promesse false e condanne vere
Un gruppo di soggetti, tra cui un agente di polizia penitenziaria e un ufficiale dell'esercito, si faceva consegnare ingenti somme di denaro dai familiari di alcuni candidati a concorsi pubblici, promettendo di pilotare le selezioni grazie a presunte conoscenze influenti. I candidati venivano però respinti. Un dipendente del tribunale aiutava poi i complici a eludere le indagini rivelando l'esistenza dell'inchiesta. La Cassazione ha confermato le condanne per i reati di millantato credito e favoreggiamento. La Corte ha chiarito che vi è continuità normativa tra il vecchio reato di millantato credito e il moderno traffico di influenze illecite. Di conseguenza, le vittime raggirate mantengono il diritto al risarcimento e la qualità di testimoni, non potendo essere considerate complici del reato.
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Accesso abusivo a sistema informatico: quando l’uso non è reato
Un imprenditore e un dipendente pubblico sono stati condannati per corruzione e abuso d'ufficio. L'imprenditore pagava tangenti per ammorbidire i controlli fiscali sulle sue società, mentre il dipendente alterava i dati dei debiti tributari e consultava banche dati riservate. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per corruzione, chiarendo che basta l'accordo illecito con funzionari dello stesso ufficio per configurare il reato. Tuttavia, la Corte ha annullato parzialmente la sentenza nei confronti del dipendente pubblico per l'accusa di accesso abusivo a sistema informatico. I giudici dovranno verificare se l'impiegato avesse comunque la facoltà di accedere a quei dati. L'imprenditore è stato condannato definitivamente, mentre la posizione del dipendente per i reati informatici sarà riesaminata.
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Traffico di influenze illecite: la prescrizione non salva il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di millantato credito, successivamente riqualificato in traffico di influenze illecite. L'imputato sosteneva che il reato fosse ormai estinto per prescrizione. I giudici hanno chiarito che, nonostante la riforma legislativa del 2019 abbia formalmente abrogato il millantato credito facendolo confluire nel reato di traffico di influenze illecite, esiste una piena continuità tra le due norme. Per il calcolo della prescrizione si deve applicare la nuova pena massima di quattro anni e sei mesi di reclusione, in quanto più favorevole rispetto alla disciplina precedente. Di conseguenza, considerando anche la recidiva qualificata dell'imputato, i termini di prescrizione non erano ancora decorsi al momento della sentenza d'appello. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di influenze illecite: tra relazioni lecite e sequestro
La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro preventivo di oltre duecentomila euro disposto nei confronti della compagna di un intermediario, accusato di concorso in traffico di influenze illecite. L'intermediario avrebbe sfruttato i suoi rapporti personali con il Commissario Straordinario per l'emergenza sanitaria per favorire l'acquisto di mascherine protettive da aziende estere. La Suprema Corte ha stabilito che il semplice utilizzo di relazioni personali preesistenti non rende di per sé illecita la mediazione. Per configurare il reato, è necessario dimostrare che l'accordo mirasse specificamente a inquinare la funzione pubblica o a compiere un illecito penale. Poiché il Tribunale non ha provato tale finalità illecita, l'ordinanza di sequestro è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Rinuncia al ricorso e sequestro milionario: la decisione
Il Tribunale di Roma aveva confermato il sequestro preventivo di saldi attivi bancari fino a 5,8 milioni di euro nei confronti di un indagato, accusato di concorso in traffico di influenze illecite. L'indagato ha proposto ricorso per cassazione contro questo provvedimento. Successivamente, lo stesso indagato ha presentato personalmente una formale dichiarazione di rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha preso atto di questa volontà e ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per intervenuta rinuncia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma pari a duemila euro in favore della Cassa delle Ammende, confermando l'efficacia del sequestro originario.
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Associazione di tipo mafioso: tra condanne e sconti di pena
La Corte di Cassazione si è pronunciata sui ricorsi relativi a una complessa indagine su un'articolazione di Cosa Nostra a Messina. I giudici hanno confermato l'esistenza di un'associazione di tipo mafioso dedita all'infiltrazione nel settore farmaceutico e alle corse clandestine di cavalli. La Corte ha rigettato i ricorsi di un funzionario comunale per turbativa d'asta e di un dirigente per concorso esterno. Ha invece annullato con rinvio l'assoluzione di un presunto esponente del clan e le condanne per traffico di influenze illecite a causa di un errore nell'applicazione della legge penale. Infine, ha rideterminato al ribasso le pene per tre imputati, accogliendo i ricorsi sul divieto di peggioramento del trattamento sanzionatorio in appello.
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Concorso in corruzione: condannato l’intermediario dei permessi
Un intermediario facilitava il rilascio di permessi di soggiorno mettendo in contatto cittadini stranieri e un agente di polizia. L'intermediario riscuoteva somme tra i 400 e i 1.000 euro, trattenendone una percentuale e consegnando il resto al pubblico ufficiale. La Corte d'Appello lo condannava per concorso in corruzione, disponendo la confisca di 1.600 euro. L'intermediario ricorreva in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come traffico di influenze illecite, sostenendo di aver ricevuto solo piccole mance. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per concorso in corruzione. I giudici hanno chiarito che vi è corruzione quando il denaro è destinato, anche solo in parte, a remunerare l'atto del pubblico ufficiale, e non la semplice mediazione.
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Concordato in appello: l’accordo non si rinnega in Cassazione
L'Imputato aveva concordato in appello una pena per corruzione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'errata qualificazione giuridica del fatto e l'illegalità della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta la rinuncia a contestare la qualificazione giuridica del reato. Inoltre, la pena non può definirsi illegale solo perché deriva da un'asserita errata qualificazione dei fatti, se rientra nei limiti edittali del reato concordato. Di conseguenza, l'accordo resta valido e l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di truffa: finto mediatore incastrato dalla Cassazione
Un finto intermediario si faceva consegnare denaro da ignari contribuenti promettendo di azzerare i loro debiti con l'esattoria, millantando conoscenze inesistenti. La Corte di Cassazione ha stabilito che, dopo l'abrogazione del millantato credito, se la condotta è basata su raggiri e simulazioni prevalenti, il fatto costituisce un vero e proprio reato di truffa. Inoltre, la Corte ha chiarito che la costituzione di parte civile equivale alla presentazione della querela per i reati divenuti procedibili a querela dopo la Riforma Cartabia. Di conseguenza, alcune condanne sono state annullate per prescrizione o mancanza di querela, mentre per altre è stata confermata la responsabilità con rinvio alla Corte d'Appello per ricalcolare la pena.
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Utilizzabilità intercettazioni: annullato arresto per corruzione
Un politico viene messo agli arresti domiciliari per corruzione e traffico di influenze illecite. La difesa contesta l'utilizzabilità delle intercettazioni, sostenendo che fossero state autorizzate per un'indagine diversa (edilizia) e non potessero essere usate per i reati contestati (sanità). La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che mancava un 'legame sostanziale' tra i fatti. Non basta che l'indagato sia lo stesso; i reati devono essere strettamente connessi. Di conseguenza, la Corte ha annullato l'ordinanza di arresto, rinviando il caso a un nuovo giudice per una nuova valutazione senza le prove ritenute illegittime.
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Licenziamento per giusta causa e assoluzione penale
Il Tribunale di Brescia ha confermato la validità di un licenziamento per giusta causa intimato a un dipendente pubblico per episodi di corruzione e millantato credito. Nonostante l'assoluzione in sede penale per l'intervenuta depenalizzazione del reato di traffico di influenze illecite, il giudice ha stabilito che la condotta accertata costituisce una violazione insanabile del codice di comportamento e dei doveri d'ufficio, rendendo legittima l'interruzione del rapporto lavorativo.
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Presidente corrotto: non è pubblico ufficiale ma incaricato di servizio
Il Presidente di un'azienda pubblica di gestione rifiuti viene condannato per corruzione, per aver ricevuto una tangente in cambio dell'affidamento di corsi di formazione fittizi. La Corte di Cassazione, però, annulla la sentenza. Il motivo risiede nella sua qualifica giuridica: non è un 'pubblico ufficiale', poiché non è stato dimostrato che avesse poteri decisionali diretti. La Corte stabilisce che la sua posizione apicale e la sua influenza non bastano. Egli deve essere inquadrato nella diversa e meno grave 'qualifica di incaricato di pubblico servizio'. Il processo dovrà quindi essere rifatto per definire la corretta qualifica e ricalcolare la pena.
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Corruzione per l’esercizio della funzione: senza poteri non c’è reato
Un consigliere regionale, posto agli arresti domiciliari, era accusato di corruzione per l'esercizio della funzione. Avrebbe usato la sua influenza per favorire privati in pratiche amministrative fuori dalla sua competenza, in cambio di assunzioni e altri vantaggi. La Corte di Cassazione ha annullato la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che per configurare la corruzione per l'esercizio della funzione non basta la generica influenza politica, ma è necessario dimostrare che il pubblico ufficiale abbia strumentalizzato i poteri specifici e propri del suo ufficio. In assenza di questa prova, i fatti potrebbero rientrare nel diverso reato di traffico di influenze illecite. Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione.
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Traffico di influenze illecite: condannati anche senza corrompere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre imputati, tra cui un ex giudice tributario e due dipendenti amministrativi. Inizialmente accusati di corruzione, il reato è stato definitivamente qualificato come traffico di influenze illecite. Gli imputati avevano ricevuto denaro da una società promettendo di 'avvicinare' il giudice relatore di una causa tributaria per ottenere una sentenza favorevole. Tuttavia, non è mai stato provato un contatto o un accordo effettivo con tale giudice. La Corte ha stabilito che per il reato di traffico di influenze illecite è sufficiente vantare un'influenza (vera o presunta) su un pubblico ufficiale e farsi pagare per questo, senza che sia necessario dimostrare l'effettiva corruzione del funzionario. La condanna è stata quindi confermata.
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Vendita di Fumo: Assolto chi Vanta Falsi Contatti con Giudici
Un uomo riceve denaro da due persone sotto indagine, promettendo di aiutarle grazie a una sua presunta influenza su un magistrato. La Corte di Cassazione lo assolve dal reato di traffico di influenze illecite, stabilendo un principio chiave sulla "vendita di fumo". Se la relazione vantata con il pubblico ufficiale è completamente inventata, non si tratta di traffico di influenze, ma di semplice truffa. Poiché per la truffa mancava la querela (denuncia della vittima), l'imputato vince la causa. La sentenza chiarisce la differenza fondamentale tra una millanteria pura, che è un raggiro, e lo sfruttamento di un'influenza che ha almeno una parvenza di realtà.
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Funzionario Fisco: condanna annullata, non induzione ma corruzione
Un funzionario dell'Agenzia delle Entrate, condannato per induzione indebita dopo aver ricevuto una tangente da un'azienda per gestire favorevolmente un contenzioso fiscale, vede la sua sentenza annullata dalla Cassazione. I giudici supremi ritengono che la sua condotta potrebbe non integrare la pressione psicologica tipica dell'induzione. Il fatto potrebbe invece configurare il reato di corruzione per l'esercizio della funzione, che si basa su un accordo paritario tra corruttore e corrotto. La Corte ha quindi rinviato il caso in Appello per una nuova valutazione, che potrebbe portare a una qualificazione del reato diversa e, potenzialmente, più favorevole all'imputato.
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Avvocato condannata per truffa, assolta per abolitio criminis
Una professionista legale è stata condannata per aver truffato i suoi clienti. L'avvocato si faceva pagare ingenti somme vantando influenze inesistenti con un noto magistrato e usando documenti falsi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa, ma ha annullato quella per traffico di influenze. La decisione si basa su una recente abolitio criminis: una nuova legge ha decriminalizzato la condotta di vantare relazioni 'asserite' ma non reali. Di conseguenza, la pena finale è stata ridotta, lasciando in piedi solo la condanna per la truffa.
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Patteggiamento: limiti al ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati contro una sentenza di patteggiamento, ribadendo i limiti rigorosi per l'impugnazione in sede di legittimità. Il nodo del contendere riguardava la corretta qualificazione giuridica del fatto: i ricorrenti sostenevano che la condotta dovesse essere inquadrata come traffico di influenze illecite anziché corruzione. La Suprema Corte ha chiarito che, in caso di patteggiamento, il ricorso per errore di qualificazione è ammesso solo se tale errore è palesemente eccentrico e rilevabile con immediatezza dai capi di imputazione. Nel caso specifico, l'attività di intermediazione finalizzata all'accordo corruttivo è stata correttamente qualificata come concorso in corruzione propria.
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