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Art. 325 Codice di Procedura Penale — Sezione Quarta Penale

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Altri anni per Art. 325 Codice di Procedura Penale

Disturbo quiete pubblica: Sequestro discoteca legittimo
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo degli impianti audio di una discoteca per il reato di disturbo quiete pubblica. Il gestore aveva impugnato il provvedimento sostenendo che il rumore disturbasse solo pochi residenti e che l'attività fosse stagionale e quindi non vi fosse un pericolo attuale. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo che per integrare il reato è sufficiente l'idoneità del rumore a disturbare un numero indeterminato di persone, anche se localizzate in un'area ristretta. Inoltre, il pericolo di reiterazione del reato (periculum in mora) sussiste anche per attività stagionali, data la prevedibile riapertura.
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Sequestro preventivo: quando i risparmi sono sospetti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo contro il sequestro preventivo di circa 130.000 euro in contanti. L'indagato sosteneva fossero i risparmi di una vita, ma i giudici hanno confermato il vincolo, ritenendo la somma profitto del reato di sfruttamento del lavoro. La decisione sottolinea come, in sede di legittimità, non sia possibile una nuova valutazione dei fatti, ma solo un controllo sulla violazione di legge, e che le modalità di conservazione e l'ingente quantità di contante possono costituire gravi indizi della sua provenienza illecita.
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Sequestro per sproporzione: quando è legittimo?
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca di una cospicua somma di denaro trovata in possesso di un indagato con redditi quasi inesistenti. La sentenza chiarisce che per il sequestro per sproporzione non è necessario dimostrare il nesso diretto tra il denaro e uno specifico reato, essendo sufficiente l'evidente sproporzione tra il patrimonio e il reddito dichiarato e l'impossibilità di giustificarne la lecita provenienza.
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Sequestro preventivo terzo: la Cassazione decide
A seguito di un'indagine per detenzione di stupefacenti, venivano sequestrate ingenti somme di denaro. La compagna dell'indagato, terza interessata, ne rivendicava la proprietà e la provenienza lecita. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, stabilendo che l'indagato non ha interesse a impugnare il sequestro di beni che non rivendica come propri. Per quanto riguarda il sequestro preventivo terzo, la Corte ha ribadito che quest'ultimo ha l'onere di provare la titolarità e la provenienza lecita del bene, ma non può contestare i presupposti del sequestro (come la sussistenza del reato). La valutazione delle prove fornite dal terzo è un giudizio di fatto insindacabile in sede di legittimità se la motivazione è logica e non meramente apparente.
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Confisca allargata e onere della prova del terzo
La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel contesto della confisca allargata, spetta al terzo che rivendica la proprietà di un bene dimostrarne la provenienza lecita. Il caso riguardava alcuni orologi di lusso, confiscati a un soggetto condannato, la cui moglie ne reclamava la proprietà sostenendo fossero donazioni. La Corte ha ritenuto insufficienti tali prove, confermando che l'onere della prova incombe sul terzo interessato alla restituzione e non sull'accusa.
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Patrocinio a spese dello Stato: no con redditi illeciti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto a cui era stato negato il patrocinio a spese dello Stato. La decisione si basa sui suoi numerosi precedenti penali per reati redditizi (droga, reati contro il patrimonio), ritenuti indizio sufficiente a presumere la disponibilità di redditi illeciti non dichiarati, superando la sua autocertificazione di indigenza.
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Sequestro preventivo terzo: quando il ricorso è perso
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una madre contro il sequestro preventivo di una somma di denaro. La donna sosteneva che i soldi fossero suoi e non legati ai reati del genero. La Corte ha ribadito che il terzo proprietario non può contestare i presupposti della misura cautelare, ma deve limitarsi a dimostrare la propria titolarità e l'assenza di collegamenti con l'indagato. Il sequestro preventivo su beni di un terzo rimane valido se la motivazione del giudice non è totalmente assente o illogica.
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Terzo in buona fede: acquisto sospetto e sequestro
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un acquirente di un'autovettura, la cui istanza di revoca del sequestro preventivo era stata rigettata. Il ricorrente sosteneva di essere un terzo in buona fede, ma i giudici hanno ritenuto l'operazione di acquisto anomala e inserita in un contesto criminale di riciclaggio di veicoli, non ritenendo provata la buona fede dell'acquirente, professionista del settore.
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Sequestro per equivalente: i limiti per i reati tributari
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6295/2025, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un amministratore contro un sequestro per equivalente sui suoi beni personali. La misura era stata disposta a seguito di reati tributari commessi dalla società da lui gestita. La Corte ha confermato la legittimità del sequestro, chiarendo che quando il profitto diretto del reato (l'imposta evasa) non è reperibile nel patrimonio della società perché incapiente, si può procedere in via sussidiaria sui beni dell'amministratore. La sentenza ribadisce la distinzione tra profitto diretto del reato e il reimpiego di tali somme, escludendo che i beni aziendali acquistati successivamente possano essere oggetto di sequestro diretto senza una prova del nesso causale.
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Sequestro preventivo terzo: limiti all’impugnazione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4170/2025, ha rigettato il ricorso del figlio di un indagato, i cui beni erano stati sequestrati. La Corte ha ribadito un principio fondamentale sul sequestro preventivo terzo: il terzo proprietario non può contestare i presupposti del sequestro (fumus delicti e periculum in mora), ma può solo dimostrare la propria effettiva titolarità dei beni e la sua estraneità ai fatti. In questo caso, la sproporzione tra i redditi del nucleo familiare e il patrimonio ha giustificato il mantenimento della misura cautelare sull'azienda del figlio.
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