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Art. 322-ter Codice Penale

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526 provvedimenti

Sequestro preventivo dello stipendio: i limiti sul conto
Un dipendente pubblico subisce il sequestro preventivo delle somme presenti sul proprio conto corrente bancario per una presunta accusa di peculato. Il blocco giudiziario colpisce l'intero saldo attivo del rapporto, compresi gli stipendi versati dal datore di lavoro. L'indagato contesta il provvedimento davanti al Tribunale del Riesame, eccependo la violazione dei limiti di pignorabilità previsti a tutela del minimo vitale. Il Tribunale respinge la richiesta difensiva ritenendo tali limiti inapplicabili al processo penale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'indagato e chiarisce la disciplina applicabile. La Suprema Corte stabilisce che il sequestro preventivo dello stipendio deve rispettare i vincoli stabiliti dal codice di rito civile a protezione della sussistenza economica del cittadino, ordinando un nuovo esame del caso.
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Confisca dopo patteggiamento: illegittimo il decreto tardivo
Un imputato per reati di corruzione concorda una pena tramite patteggiamento. In quella sede, il giudice confisca alcuni beni, ma riserva a un momento successivo la decisione su due immobili intestati all'imputato e alla sorella. Mesi dopo, con un decreto fuori udienza, lo stesso giudice ordina la confisca e respinge la richiesta di restituzione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e annulla l'atto senza rinvio. La Suprema Corte stabilisce che il giudice della cognizione perde il potere di decidere sui beni dopo la sentenza. Una confisca dopo patteggiamento disposta tramite un provvedimento tardivo e separato costituisce un atto abnorme. La competenza a decidere sul destino definitivo dei beni appartiene unicamente al giudice dell'esecuzione.
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Confisca nel patteggiamento: l’accordo non salva il bottino
Due soggetti hanno patteggiato la pena di un anno di reclusione per truffa aggravata finalizzata a ottenere erogazioni pubbliche e omessa comunicazione all'INPS di variazioni di reddito. Il giudice di merito ha però omesso di disporre la confisca della somma indebitamente percepita, pari a circa tremila euro. Il Procuratore generale ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca nel patteggiamento è una misura di sicurezza obbligatoria per legge per questo tipo di reato e non può essere esclusa dall'accordo tra le parti. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla mancata confisca, rinviando la decisione al Tribunale per determinare l'esatto importo da sottrarre.
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Confisca per equivalente: annullato il sequestro sui vecchi beni
La Corte di Cassazione ha annullato il decreto di confisca emesso contro Il Proposto e La Terza Interessata. I giudici di merito avevano disposto la confisca per equivalente di vari beni, tra cui una villa acquistata prima del periodo di presunta pericolosità sociale del soggetto. La Cassazione ha chiarito che nelle misure di prevenzione la confisca per equivalente risponde a regole diverse rispetto a quella penale. Per applicare questa misura occorre prima individuare i beni confiscabili acquistati durante il periodo di pericolosità e verificare che siano stati trasferiti a terzi. Solo in quel caso è possibile aggredire altri beni di valore corrispondente. Mancando questa preventiva verifica, la Suprema Corte ha accolto il ricorso e rinviato la causa a una diversa sezione della Corte d'Appello.
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Sequestro preventivo: contratti fittizi contro tangenti reali
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato di corruzione a carico di una società di servizi ecologici. Inizialmente, il Tribunale del riesame aveva ridotto la somma sequestrata a circa 1,6 milioni di euro. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che non si potesse considerare profitto l'intero valore dei contratti, ma occorresse sottrarre i costi delle prestazioni eseguite. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che i contratti erano fittizi, stipulati al solo scopo di creare la provvista economica per pagare le tangenti necessarie a ottenere l'autorizzazione per l'ampliamento di una discarica. Di conseguenza, l'intero importo sovrafatturato costituisce profitto illecito confiscabile.
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Confisca per equivalente: reato prescritto ma beni a rischio
Un imprenditore è stato condannato per dichiarazione fraudolenta tramite fatture inesistenti. In Cassazione, emerge che i reati sono ormai estinti per prescrizione. Tuttavia, sorge il problema della sorte della confisca per equivalente disposta nei gradi precedenti. Esiste infatti un forte contrasto giurisprudenziale sulla possibilità di applicare retroattivamente la norma che consente di mantenere la confisca anche in caso di prescrizione. Per risolvere questo dubbio, la Terza Sezione Penale ha rimesso la questione alle Sezioni Unite, affinché stabiliscano se la confisca per equivalente possa sopravvivere all'estinzione del reato per fatti commessi prima della riforma del 2019.
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Emissione di fatture per operazioni inesistenti: confisca certa
Il Tribunale applicava su richiesta delle parti la pena di otto mesi e sette giorni di reclusione a un amministratore per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Il giudice ometteva tuttavia di disporre la confisca dei beni, misura obbligatoria per i reati tributari. Il Procuratore Generale ricorreva in Cassazione lamentando l'illegalità della pena per la mancata applicazione della misura di sicurezza. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la confisca è obbligatoria anche in caso di patteggiamento e non è subordinata all'accordo delle parti. Sebbene l'emittente non ottenga un risparmio d'imposta diretto, egli percepisce solitamente un compenso che costituisce il prezzo del reato, soggetto a confisca. La sentenza viene annullata limitatamente alla mancata statuizione sulla confisca, con rinvio al giudice di merito.
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Sequestro preventivo: lecito bloccare anche il denaro pulito
L'Amministratore di una società fallita è stato accusato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per aver distratto ingenti somme di denaro facendole transitare su conti di società controllate e, infine, sui propri conti personali. Il Tribunale del riesame ha disposto il sequestro preventivo di 485.000 euro. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il denaro attualmente presente sul suo conto avesse un'origine lecita e fosse successivo al fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il sequestro preventivo. I giudici hanno chiarito che, data la natura fungibile del denaro, la confisca diretta può colpire qualsiasi somma depositata sui conti dell'indagato, anche se di provenienza lecita o confluita successivamente al reato, nei limiti del profitto illecito calcolato.
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Confisca del profitto: il funzionario perde tutto il bottino
Un dirigente pubblico riceveva mazzette dai titolari di alcune autoscuole per far superare l'esame per il trasporto di merci pericolose ai candidati, falsificandone le schede. Dopo la condanna definitiva per corruzione e falso, la controversia si è concentrata sulla quantificazione della confisca del profitto. La difesa sosteneva che la misura dovesse limitarsi alle sole schede d'esame materialmente falsificate. La Corte di Cassazione ha invece confermato la decisione del giudice di rinvio, stabilendo che la confisca del profitto deve comprendere l'intero valore economico derivante dall'accordo corruttivo globale, calcolato su tutti i candidati presentati nel periodo contestato e non solo su quelli truccati. Il ricorso del funzionario è stato dichiarato inammissibile, confermando la confisca di oltre 76.000 euro.
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Confisca per equivalente: liberi i beni se il reato è prescritto
Tre contribuenti erano accusati di reati tributari. La Corte d'appello dichiarava i reati prescritti per due di essi e quasi interamente per il terzo, ma confermava la confisca per equivalente dei loro beni. Gli imputati facevano ricorso in Cassazione, sostenendo l'illegalità della misura in assenza di condanna. La Suprema Corte ha accolto i ricorsi, stabilendo che la confisca per equivalente ha natura punitiva e non può essere applicata retroattivamente o mantenuta se il reato è estinto per prescrizione prima dell'entrata in vigore delle nuove norme procedurali. Di conseguenza, la Cassazione ha eliminato la confisca per i primi due contribuenti e ridotto l'importo per il terzo in base al solo reato non prescritto.
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Sequestro preventivo per equivalente: ko il ricorso del terzo
Il caso riguarda il sequestro preventivo per equivalente disposto sulle quote societarie di un terzo estraneo ai fatti, nell'ambito di un'indagine per reati fiscali contro altri soggetti. Il proprietario delle quote ha impugnato il provvedimento, lamentando la mancata verifica preventiva della mancanza di beni in capo agli indagati principali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il terzo proprietario non può contestare i presupposti generali del sequestro, come l'incapienza dei beni degli indagati. Il terzo può solo dimostrare la propria effettiva proprietà del bene e la totale estraneità al reato. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca per equivalente: la banca vince contro lo Stato
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di un condannato per corruzione e di un istituto di credito terzo creditore ipotecario. Il condannato contestava l'esecuzione della confisca per equivalente di oltre sei milioni di euro, chiedendo di ripartirla con i coimputati o di indirizzarla verso la società beneficiaria del profitto. La banca difendeva la propria buona fede, avendo iscritto ipoteca su beni immobili prima del sequestro penale degli stessi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, poiché le contestazioni sul merito della decisione spettano al giudizio di cognizione e non alla fase esecutiva. Ha invece accolto il ricorso della banca, stabilendo che il giudice dell'esecuzione deve valutare rigorosamente la buona fede del terzo creditore al momento della nascita del credito e dell'iscrizione ipotecaria, annullando il provvedimento con rinvio.
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Omessa dichiarazione dei redditi: il fisco vince sul sequestro
Un imprenditore edile subisce il sequestro preventivo dei propri beni a seguito di un accertamento induttivo dell'Agenzia delle Entrate, che ha stimato un'evasione IRPEF superiore alla soglia penale di 50.000 euro, configurando il reato di omessa dichiarazione dei redditi. L'indagato ricorre in Cassazione contestando il calcolo dei costi deducibili e il sequestro di un conto corrente intestato alla moglie. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, per stabilire il superamento della soglia di punibilità, il giudice penale può legittimamente basarsi sull'accertamento induttivo del fisco. Inoltre, l'imprenditore non può contestare il sequestro del conto della moglie, spettando solo a quest'ultima la tutela dei propri beni. Il sequestro viene quindi confermato.
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Truffa erogazioni pubbliche: reato prescritto ma beni confiscati
Due imprenditori venivano condannati per truffa erogazioni pubbliche, consumata e tentata, ai danni della Regione Toscana. Gli imputati avevano simulato l'esistenza di sedi fittizie in Toscana e schermato la proprietà aziendale tramite una società fiduciaria per aggirare i divieti del bando e ottenere indebitamente finanziamenti per un prototipo navale. La Cassazione ha dichiarato prescritto il reato tentato per entrambi i ricorrenti, applicando l'effetto estensivo dell'impugnazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato nel resto i ricorsi, confermando la responsabilità civile per il risarcimento del danno in favore dell'ente pubblico e la legittimità della confisca per equivalente del profitto del reato, applicabile anche in presenza di prescrizione ai sensi dell'art. 578-bis c.p.p.
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Sequestro preventivo per equivalente: stop ai crediti falsi
Un'azienda edile ha impugnato il sequestro preventivo per equivalente di oltre 11 milioni di euro, disposto in relazione al reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche per lavori legati al Superbonus 110%. L'accusa contestava la falsa attestazione di lavori condominiali per oltre 25 milioni di euro, a fronte di interventi reali inferiori a 2,5 milioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che i crediti d'imposta fittizi costituiscono profitto del reato e che la falsa asseverazione comporta la decadenza dall'intero beneficio fiscale. Di conseguenza, il sequestro preventivo per equivalente deve colpire l'intero importo del contributo statale indebitamente percepito, senza possibilità di scomputare i lavori eseguiti successivamente o i costi realmente sostenuti dall'impresa.
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Sequestro preventivo: no al blocco automatico dei beni
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un professionista contro il provvedimento che disponeva il sequestro preventivo dei suoi beni per oltre 570 mila euro, ipotizzato per reati di corruzione. Il Tribunale aveva confermato il blocco dei beni ritenendo che il pericolo di dispersione fosse implicito o legato al rischio di commettere nuovi reati. La Suprema Corte ha chiarito che anche nei reati contro la pubblica amministrazione il sequestro preventivo non è automatico. I giudici devono sempre motivare in modo specifico il "periculum in mora", ossia il rischio effettivo che i beni vengano nascosti o venduti prima della fine del processo, senza confondere questo rischio con la semplice possibilità di reiterare il reato. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca allargata: la Cassazione tutela i beni dei figli
Il caso riguarda una misura di confisca allargata disposta dal Giudice dell'esecuzione di Napoli contro il patrimonio di una famiglia. Il Padre era stato condannato per vari reati, tra cui corruzione e intestazione fittizia. Lo Stato aveva confiscato beni intestati ai figli (il Figlio e la Figlia), ritenendoli fittiziamente interposti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente i ricorsi dei familiari, annullando la confisca con rinvio. I giudici hanno stabilito che la corruzione non giustifica la confisca allargata e che manca la prova del nesso temporale tra i reati e gli acquisti risalenti nel tempo (come una società acquistata quindici anni prima). Inoltre, la motivazione sulla fittizietà dei beni della Figlia era contraddittoria. Ora il giudice di merito dovrà rivalutare tutto.
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Sequestro preventivo per equivalente: casa della madre bloccata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una madre contro il sequestro preventivo per equivalente di due immobili formalmente intestati a lei. I beni erano stati sequestrati nell'ambito di un'indagine per reati tributari a carico del figlio. I giudici hanno stabilito che la formale intestazione alla madre non esclude la reale disponibilità dei beni in capo al figlio. Quest'ultimo utilizzava regolarmente gli immobili, gestiva i lavori di manutenzione e forniva alla madre il denaro per pagare le relative tasse. La Suprema Corte ha confermato che, ai fini del sequestro, rileva il possesso effettivo e non la mera proprietà catastale. Di conseguenza, la madre perde il controllo dei beni e deve pagare le spese processuali.
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Confisca per equivalente: no al raddoppio se si paga il fisco
Il caso riguarda Il Condannato, accusato di reati tributari in concorso con altri soggetti. La Corte di appello aveva ridotto di centomila euro la confisca dei suoi beni, riconoscendo il pagamento effettuato al fisco e applicando una ripartizione pro quota. Tuttavia, il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta di sostituzione della quota immobiliare confiscata, applicando il principio solidaristico per l'intero profitto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice dell'esecuzione non può ignorare il giudicato che ha già escluso tale principio. La confisca per equivalente non può superare il profitto effettivo né duplicare il prelievo tra i coimputati. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Confisca per equivalente: il pescatore prescritto salva i beni
Un pescatore riceve un contributo pubblico di 40.000 euro per cambiare lavoro, ma non rispetta l'obbligo e investe la somma in titoli privati. Accusato di malversazione, il reato si estingue per prescrizione. La Cassazione conferma la confisca diretta dei titoli acquistati con i fondi pubblici, ma annulla la confisca per equivalente sui beni personali. La Corte stabilisce che quest'ultima misura ha natura sanzionatoria e non può essere applicata retroattivamente se il reato è prescritto e commesso prima della riforma del 2018. Vince parzialmente il pescatore, che salva i propri beni personali non derivanti dal reato.
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