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Art. 322-bis Codice di Procedura Penale — Anno 2023

90 provvedimenti

Altri anni per Art. 322-bis Codice di Procedura Penale

Sequestro preventivo: no al ricorso se i beni sono della società
Un amministratore ha impugnato in proprio il provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca emesso a carico della sua società, coinvolta in una presunta truffa contrattuale per la vendita di dispositivi di protezione individuale privi di marcatura CE. Il ricorrente lamentava la mancata deduzione dei costi di acquisto della merce dal profitto confiscabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'indagato non titolare del bene sequestrato può proporre impugnazione solo se vanta un interesse concreto e attuale alla restituzione del bene stesso. Poiché il sequestro colpiva i beni della società e il ricorrente ha agito in proprio senza dimostrare un interesse personale e diretto alla restituzione, egli non era legittimato a impugnare la misura cautelare.
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Sequestro preventivo: conti bloccati anche per fondi successivi
Il Rappresentante Legale di una società ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, emesso per reati tributari, che ha colpito i conti correnti societari e personali. La difesa sosteneva l'illegittimità del blocco sui conti per somme confluite dopo il reato e criticava la scelta dei conti operata dalla polizia giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il sequestro preventivo sui conti della società costituisce sempre confisca diretta del profitto, anche per somme successive. Inoltre, la polizia giudiziaria ha la discrezionalità di individuare i beni da bloccare quando il decreto indica un valore complessivo. Infine, le somme depositate successivamente sui conti personali dell'indagato possono essere legittimamente sequestrate per equivalente. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese.
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Sequestro preventivo: il fallimento batte l’ex amministratore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ex amministratore di una societ fallita contro la revoca del sequestro preventivo di alcuni beni immobili e quote sociali. Il Tribunale aveva precedentemente restituito tali beni al curatore fallimentare. La Cassazione ha ribadito che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per reati tributari non pu colpire beni gi inclusi nel fallimento, poich la dichiarazione di fallimento comporta lo spossessamento del debitore. Di conseguenza, l'ex amministratore non ha alcun diritto alla restituzione dei beni, spettando la gestione degli stessi esclusivamente al curatore fallimentare, soggetto terzo estraneo al reato. L'ex amministratore stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo e proscioglimento: stop al ricorso del PM
Il caso riguarda il sequestro preventivo di oltre un milione di euro imposto a un contribuente accusato di reati fiscali. Il giudice di merito ha prosciolto l'imputato per intervenuta prescrizione dei reati e ha ordinato la restituzione delle somme. Il Pubblico Ministero ha proposto un autonomo appello cautelare contro la revoca del sequestro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno stabilito che, in caso di proscioglimento, la perdita di efficacia del vincolo sui beni è un effetto automatico. Di conseguenza, il provvedimento di restituzione non può essere impugnato autonomamente con l'appello cautelare, ma deve essere contestato esclusivamente insieme alla sentenza di merito che ha deciso il proscioglimento. Vince il contribuente, che mantiene la disponibilità dei beni restituiti.
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Sequestro preventivo: no a motivi nuovi in appello cautelare
Un Amministratore di fatto ha impugnato il provvedimento di rigetto del dissequestro del proprio conto corrente, colpito da un sequestro preventivo per reati tributari. Inizialmente, l'indagato aveva chiesto la restituzione delle somme lamentando solo difficoltà personali legate al pagamento del mutuo e dello stipendio. Successivamente, in sede di appello, ha sollevato nuove contestazioni riguardanti la sua effettiva qualifica di amministratore e l'assenza di indizi di reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che nell'appello cautelare non è possibile introdurre motivi del tutto nuovi rispetto a quelli presentati con la prima richiesta al giudice per le indagini preliminari. Di conseguenza, il blocco dei conti correnti è stato confermato.
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Sequestro probatorio: il terzo non può impugnare subito
Una terza interessata, estranea al reato di ricettazione per cui era stato condannato il marito, ha richiesto la restituzione di beni sottoposti a sequestro probatorio. Dopo il rigetto della richiesta da parte della Corte d'appello, la donna ha proposto appello cautelare. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile l'impugnazione, decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno ribadito il principio stabilito dalle Sezioni Unite: il provvedimento che nega il dissequestro di beni soggetti a sequestro probatorio non è autonomamente impugnabile con appello cautelare o ricorso diretto in Cassazione. Il terzo interessato può far valere le proprie ragioni solo opponendosi alla sentenza finale o in fase esecutiva. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Restituzione dei beni sequestrati: no all’incidente senza giudicato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un imputato e da due terzi interessati che chiedevano la restituzione dei beni sequestrati tramite un incidente di esecuzione. I ricorrenti erano stati assolti in primo grado con rito abbreviato, ma la sentenza non era ancora passata in giudicato. La Suprema Corte ha chiarito che, finché la sentenza non è definitiva, la fase cautelare non è estinta e non si può avviare un incidente di esecuzione. Inoltre, non è possibile convertire l'impugnazione se la parte ha espressamente voluto un mezzo non consentito dalla legge. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Errore materiale sul tribunale: la Cassazione corregge la sede
La Corte di Cassazione ha disposto la correzione errore materiale contenuta nel ruolo di udienza relativo a un procedimento che coinvolgeva una Società. L'ordinanza principale aveva qualificato il ricorso come appello cautelare e ordinato la trasmissione degli atti al Tribunale di Napoli. Tuttavia, per un mero errore di trascrizione, il ruolo d'udienza indicava erroneamente come destinatario il Tribunale di Teramo. Rilevato il contrasto tra i documenti, la Suprema Corte ha corretto la dicitura errata ripristinando la competenza del Tribunale di Napoli.
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Procura speciale terzo interessato: auto persa per ricorso nullo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Proprietaria del Veicolo, terzo interessato estraneo al reato, contro il sequestro del mezzo affidato all'Indagato per illeciti ambientali. Il ricorso è stato rigettato perché il difensore ha agito senza una valida procura speciale terzo interessato. La ricorrente è stata condannata alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Sequestro preventivo: pagare le rate non salva i conti bloccati
Tre indagati hanno ottenuto un finanziamento bancario di 595.000 euro, garantito dallo Stato, per ristrutturare un albergo. I lavori non sono mai iniziati né programmati. La Procura ha quindi disposto il sequestro preventivo delle somme per truffa aggravata. Gli indagati hanno fatto ricorso sostenendo di stare rimborsando regolarmente il prestito e che i loro patrimoni personali offrissero garanzie sufficienti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il regolare pagamento delle rate non elimina il pericolo di perdita del denaro pubblico, poiché la società beneficiaria è fortemente indebitata e i fideiussori hanno redditi insufficienti. Vince lo Stato: il blocco dei conti correnti resta attivo e i ricorrenti devono pagare le spese processuali.
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Giudicato cautelare: nuove prove sempre ammesse contro il sequestro
Il Tribunale del Riesame di Palermo dichiarava inammissibile l'appello de L'Indagato contro il rigetto della revoca di un sequestro preventivo per sproporzione. Il Tribunale riteneva che la pendenza di un altro ricorso e il precedente rigetto creassero un ostacolo insuperabile. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso de L'Indagato. I giudici hanno stabilito che il giudicato cautelare non impedisce la presentazione di nuove istanze di revoca o modifica, purché basate su elementi di fatto nuovi (nova probatori), anche se vi è una procedura di riesame ancora in corso. Di conseguenza, l'ordinanza è stata annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti al Tribunale per un nuovo esame del merito.
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Sequestro preventivo negato: la Cassazione frena la Procura
Il Tribunale di Isernia ha respinto la richiesta del Pubblico Ministero di applicare il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, nei confronti di alcuni soggetti indagati per associazione a delinquere e riciclaggio. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un'errata valutazione della competenza territoriale, basandosi su un reato diverso rispetto a quello originariamente dedotto in sede di appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che nel giudizio di appello cautelare si applica il principio devolutivo: non è possibile introdurre per la prima volta in Cassazione motivi nuovi o profili di fatto diversi da quelli presentati al giudice di secondo grado. Di conseguenza, il provvedimento di diniego della misura cautelare reale resta confermato.
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Sequestro preventivo: la Cassazione sblocca il rimpallo di atti
Il caso nasce dal sequestro preventivo di un'auto, ritenuta provento di truffa e ricettazione. L'Indagato chiede la revoca della misura, ma il Pubblico Ministero dichiara di non poter provvedere poiché gli atti sono stati trasferiti a un altro Tribunale. L'Indagato propone appello cautelare, ma il Tribunale di Ravenna riqualifica l'atto come ricorso per cassazione, ritenendo il provvedimento del PM un atto abnorme. La Corte di Cassazione stabilisce che il ricorso per abnormità è un rimedio eccezionale di ultima istanza. Poiché il Tribunale del Riesame poteva decidere direttamente disponendo la trasmissione degli atti al giudice competente, non vi era necessità di investire la Cassazione. La Suprema Corte restituisce quindi gli atti al Tribunale di Ravenna affinché decida sull'appello.
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Sequestro preventivo: lecito il blocco anche di soldi puliti
Il Tribunale ha confermato il sequestro preventivo di trentamila euro a carico di un soggetto indagato per bancarotta fraudolenta. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione del primo giudice e sostenendo la provenienza lecita della somma sequestrata sul proprio conto corrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tribunale d'appello può sanare i difetti di motivazione del primo provvedimento. Inoltre, trattandosi di denaro, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto del reato è sempre legittimo, a prescindere dalla dimostrazione dell'origine lecita delle specifiche somme depositate sul conto. L'Indagato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: stop al ricorso pubblico contro la vendita
L'Agenzia pubblica ha impugnato il provvedimento con cui il Giudice per le indagini preliminari ha autorizzato gli amministratori giudiziari ad avviare le trattative per la vendita di una società sottoposta a sequestro preventivo. L'ente pubblico sosteneva che i beni aziendali, legati a concessioni scadute, dovessero esserle devoluti direttamente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le decisioni relative alla gestione e amministrazione dei beni sequestrati hanno natura sostanzialmente amministrativa e non sono autonomamente ricorribili per cassazione. L'ente pubblico è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo e buona fede: auto confiscata al terzo
Un acquirente ha impugnato il sequestro della propria auto, sostenendo di essere estraneo alle falsificazioni compiute dalla precedente proprietaria. Il veicolo era stato sottoposto a sequestro preventivo per reati di falso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il terzo acquirente deve dimostrare la propria totale estraneità e assenza di negligenza. Nel caso specifico, l'origine oscura dei fondi e le anomalie nei pagamenti hanno escluso la prova della buona fede del compratore. Di conseguenza, il sequestro preventivo e buona fede non provata hanno portato alla conferma del blocco del veicolo e alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Definitività della confisca: addio al riesame del sequestro
Il Tribunale di Milano dichiarava inammissibile l'appello de L'Imputato contro il rigetto del dissequestro di alcuni orologi e somme di denaro, originariamente sottoposti a sequestro probatorio. L'Imputato ricorreva in Cassazione sostenendo l'illegittimità del vincolo. Nel frattempo, la condanna principale con la relativa misura ablatoria diventava irrevocabile. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la definitività della confisca esclude qualsiasi potere del giudice di riesaminare il sequestro in sede cautelare. Tale facoltà permane solo se la pronuncia di merito non è ancora definitiva. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro e procura speciale: il ricorso negato alla società
Il Tribunale di Monza aveva disposto il dissequestro parziale di somme di denaro bloccate a una società per un'ipotesi di reato tributario. Il legale rappresentante della società ha proposto ricorso per cassazione per ottenere la restituzione dell'intero importo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo risiede nella mancanza della procura speciale al difensore: quando il ricorso contro un sequestro è presentato dal legale di un terzo interessato, è indispensabile il rilascio di una procura speciale, la cui assenza non può essere sanata successivamente. Di conseguenza, la società perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Intestazione fittizia di beni: sequestro confermato al figlio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Figlio, terzo interessato, contro il sequestro preventivo delle quote di una società edile fittiziamente intestatagli dal Padre. Il Padre era indagato per il reato di intestazione fittizia di beni e indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno chiarito che il terzo interessato non può contestare la sussistenza del reato principale o i presupposti generali della misura cautelare. Egli può unicamente dimostrare la propria reale titolarità del bene e l'assenza di collegamenti con l'indagato. Nel caso specifico, il Figlio non disponeva di redditi adeguati per avviare l'attività, mentre il Padre gestiva di fatto l'impresa. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Sequestro probatorio: orologi bloccati anche se del fratello
Il caso riguarda il sequestro probatorio di orologi di lusso custoditi in una cassetta di sicurezza intestata a un soggetto estraneo alle indagini, ma accessibile al fratello indagato per truffa. Il terzo interessato ha richiesto la restituzione dei beni, sostenendo di esserne l'unico proprietario e presentando i certificati di garanzia. Il giudice ha rigettato la richiesta, ritenendo che gli orologi fossero utilizzati come mezzo di pagamento per le truffe. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici hanno stabilito che contro il diniego di restituzione dei beni sottoposti a sequestro probatorio è ammesso solo il ricorso per cassazione e non l'appello. Inoltre, i certificati non provavano il momento dell'acquisto da parte del terzo, e il legame tra i beni e il reato è rimasto valido per accertare il profitto illecito.
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