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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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402 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Traffico di stupefacenti: legami familiari e arresto in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane accusato di dirigere una rete criminale dedita al traffico di stupefacenti gestita insieme alla madre e al fratello. La difesa sosteneva che i legami familiari escludessero l'esistenza di una vera associazione criminale organizzata, qualificando gli aiuti dei parenti come mere condotte occasionali e contestando la tempestività del deposito del provvedimento. La Suprema Corte ha ribadito che il vincolo di parentela non esclude l'associazione a delinquere quando sussistono una base logistica comune, la precisa ripartizione dei compiti e una cassa condivisa. I termini per il deposito decorrono dalla pubblicazione del dispositivo in cancelleria.
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Droga in famiglia: consigli dal carcere senza associazione
La Corte di Cassazione ha esaminato la posizione di un soggetto detenuto dal 2015, accusato di far parte di un'organizzazione familiare dedita allo spaccio. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, basandosi su colloqui carcerari in cui l'indagato dava consigli al figlio su future alleanze e contatti. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso difensivo, evidenziando l'assenza di gravi indizi di un apporto concreto, effettivo e attuale. I meri consigli paterni o i progetti futuri, non seguiti da fatti reali e privi di contatti con i fornitori del gruppo, non integrano la partecipazione associativa. La Suprema Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza impugnata per una nuova valutazione cautelare.
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Affiliazione mafiosa o favoreggiamento: carcere confermato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due individui accusati di far parte di un clan criminale. Uno dei ricorrenti rispondeva di tentata estorsione ed entrambi del delitto di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva la natura occasionale dei contatti, chiedendo di derubricare la condotta a semplice favoreggiamento personale. I giudici hanno respinto i ricorsi evidenziando il valore probatorio delle intercettazioni ambientali e delle dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia. Mettersi stabilmente a disposizione dei vertici del gruppo per reperire armi o sabotare telecamere dimostra l'inserimento organico nella consorteria criminale. Non serve compiere materialmente ogni singolo reato programmato per configurare la piena partecipazione all'associazione mafiosa.
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Misura cautelare e termini scaduti: libertà senza spese
Due indagati sottoposti a custodia in carcere contestano la decisione del Tribunale del riesame per il ritardo nel deposito dei motivi e l'uso di chat criptate. Nelle more del ricorso in Cassazione, lo stesso Tribunale dichiara decaduta la misura cautelare per il superamento del termine perentorio di trenta giorni. I difensori tentano di rinunciare al ricorso senza procura speciale, ma la Suprema Corte dichiara l'inammissibilità dell'impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la misura restrittiva ha già perso efficacia. I ricorrenti ottengono la liberazione senza condanna al pagamento delle spese di giustizia né alla sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: immobile confiscabile anche a incensurati
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo disposto su un immobile commerciale e sulla relativa attività di lounge bar, intestati formalmente a due coniugi incensurati. Gli inquirenti hanno accertato che il locale fungeva da base operativa ed economica per un'associazione mafiosa di stampo locale. La presunta proprietaria ha contestato la decisione, sostenendo l'acquisto mediante mutuo, la propria totale estraneità alle vicende criminali e il difetto di motivazione autonoma dei giudici di merito. La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, stabilendo che la titolarità formale e l'incensuratezza non escludono il ruolo di prestanome consapevole. La misura cautelare resta pienamente valida poiché sussistono gravi indizi di interposizione fittizia e il pericolo concreto di dispersione dei beni nelle more del processo.
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Usura aggravata: prestiti illeciti e lecite prestazioni
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per un uomo accusato del delitto di usura aggravata ai danni di un imprenditore in stato di bisogno. L'indagato sosteneva che i passaggi di denaro contestati derivassero da lecite prestazioni lavorative di meccanico e dalla vendita di un furgone. I giudici hanno respinto questa tesi difensiva, rilevando la presenza di gravi indizi di colpevolezza emersi da intercettazioni, riscontri documentali e riprese video. L'eventuale esistenza di rapporti commerciali regolari tra le parti non cancella né giustifica la parallela concessione di finanziamenti a tassi usurari. Di conseguenza, il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna alle spese di giustizia.
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Riesame della misura cautelare e furto di reperti: ricorso respinto
Un indagato al vertice di un'organizzazione dedita al traffico illecito di reperti archeologici ha contestato l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari. La difesa lamentava la perdita di efficacia della misura per il superamento dei termini di decisione e la carenza di motivazione sui gravi indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso sul riesame della misura cautelare. I giudici hanno chiarito che il termine per decidere decorre solo dall'effettiva ricezione degli atti completi da parte del tribunale. Inoltre, la Cassazione ha ribadito l'impossibilità di richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati dai rilievi investigativi.
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Riesame cautelare: vietato il bis per il difensore
Un indagato alloglotta e latitante subisce una misura di custodia cautelare in carcere. Il difensore presenta una prima richiesta di riesame cautelare, che i giudici rigettano nel merito. Successivamente, l'autorità giudiziaria notifica al legale l'ordinanza tradotta nella lingua madre dell'assistito insieme al decreto di latitanza. Il difensore deposita quindi una seconda richiesta di riesame cautelare, ritenendo riaperti i termini per la difesa tecnica. Il Tribunale dichiara inammissibile la richiesta e la Corte di Cassazione conferma la decisione. Il principio della pluralità delle impugnazioni tutela esclusivamente il diritto personale dell'indagato di proporre ricorso dopo il proprio legale, ma impedisce allo stesso difensore di reiterare l'impugnazione già esaminata e decisa.
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Lieve entità e custodia cautelare in carcere: la Cassazione
Un indagato ha presentato ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per detenzione di cocaina e crack, sebbene il fatto fosse stato riqualificato come reato di lieve entità. La difesa ha sostenuto che gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico fossero sufficienti a contenere il pericolo di recidiva, richiamando anche lo stato di tossicodipendenza del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha ritenuto congrua la motivazione dei giudici di merito. L'abitazione dell'indagato fungeva da laboratorio per confezionare la droga. Inoltre, i precedenti penali, le continue violazioni di precedenti obblighi di firma e l'interruzione volontaria del percorso riabilitativo giustificano la misura carceraria.
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Riesame oltre i termini: perdita di efficacia della misura
Un cittadino viene sottoposto alla custodia cautelare in carcere per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Il difensore presenta istanza di riesame al Tribunale della libertà. Il collegio giudicante riceve il fascicolo ma deposita il provvedimento confermativo oltre il termine tassativo di dieci giorni previsto dalla legge processuale penale. L'interessato ricorre quindi in Cassazione lamentando la violazione dei termini di legge. I giudici di legittimità accolgono il ricorso e dichiarano la perdita di efficacia della misura cautelare, disponendo l'immediata liberazione dell'indagato a causa del ritardo procedurale.
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Custodia cautelare in carcere: annullata per omessa prova lavoro
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di traffico di stupefacenti. La difesa aveva depositato la documentazione attestante un lavoro stabile a tempo indeterminato e la disponibilità di un alloggio per i domiciliari. I giudici del riesame hanno omesso di esaminare tali prove, trascurando il lungo tempo trascorso dai fatti e l'eventuale idoneità degli arresti domiciliari con controllo elettronico. La Suprema Corte ha imposto una nuova valutazione sulla concreta attualità delle esigenze cautelari.
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Custodia cautelare e tempo silente: la mafia impone il carcere
La Corte di Cassazione ha esaminato la correlazione tra custodia cautelare e tempo silente nel caso di un indagato per associazione di tipo mafioso e reati connessi alle armi. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, sostenendo che il decorso del tempo e la presunta interruzione dei rapporti con il clan escludessero l'attualità del pericolo sociale. I giudici hanno respinto il ricorso. La Suprema Corte ha ribadito che l'accusa di mafia attiva una presunzione legale di pericolosità sociale e di idoneità esclusiva del carcere. Il semplice tempo trascorso dai fatti non è sufficiente, da solo, a dimostrare l'interruzione del vincolo associativo, soprattutto in assenza di un recesso formale o di elementi oggettivi di dissociazione. L'indagato resta in custodia carceraria.
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Condotte riparatorie e cautela: vaglia del legale non basta
Due persone indagate per tentato furto aggravato hanno subito l'obbligo di dimora. La difesa ha chiesto la revoca della misura cautelare sostenendo l'operatività delle condotte riparatorie previste dall'art. 162-ter c.p., poiché il legale aveva inviato un vaglia postale di 300 euro all'esercizio commerciale a titolo di risarcimento del danno. I giudici di merito hanno respinto l'istanza ritenendo l'offerta generica e non univocamente riconducibile a entrambe le indagate. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha stabilito che la valutazione preventiva sull'estinzione del reato per condotte riparatorie richiede prove certe e verificabili sull'effettiva volontà risarcitoria personale di ciascun indagato, non bastando un vaglia inviato dal difensore con diciture sommarie per superare le esigenze cautelari.
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Competenza territoriale per reati connessi e riciclaggio
L'Indagata, sottoposta alla misura degli arresti domiciliari per condotte di riciclaggio collegate a una frode fiscale, ha impugnato l'ordinanza cautelare contestando la competenza territoriale per reati connessi dell'autorità giudiziaria procedente. La difesa sosteneva che i singoli episodi di trasferimento monetario radicassero la competenza altrove e contestava la motivazione del giudice, formulata richiamando precedenti atti, oltre all'assenza di un pericolo attuale di recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che il luogo del reato più grave determina la competenza sull'intera vicenda unitaria. Inoltre, il giudice competente può richiamare le valutazioni del giudice originario se le condivide in modo critico e consapevole.
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Connivenza non punibile o concorso: carcere confermato
I Carabinieri hanno arrestato tre individui dopo un inseguimento in auto e la perquisizione di un alloggio. I militari hanno rinvenuto ingenti quantità di cocaina, hashish e denaro contante sia a bordo del veicolo sia dentro l'immobile. Il Tribunale del Riesame ha confermato per tutti la custodia cautelare in carcere. I difensori hanno fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'ipotesi di connivenza non punibile per via dell'ospitalità temporanea degli imputati e del fatto che la droga fosse celata. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno valorizzato la fuga violenta del conducente, la presenza di droga in vista sui ripiani della casa e il possesso di bilancini di precisione, escludendo ogni presenza inconsapevole. Gli indagati restano in carcere e devono versare tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di rapine e furti aggravati in serie. La difesa ha contestato l'attualità delle esigenze cautelari e ha richiesto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. I difensori hanno sostenuto l'assenza di nuovi episodi recenti e il ruolo non apicale dell'uomo nella banda. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno ritenuto la custodia cautelare in carcere l'unica misura proporzionata e adeguata. La serialità dei crimini, l'uso di armi e i precedenti penali confermano un pericolo concreto di reiterazione del reato non arginabile a domicilio.
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Arresti domiciliari per narcotraffico: confermata la misura
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per narcotraffico a carico di un'indagata accusata di far parte di un'associazione criminale per lo spaccio di droga. L'indagata conservava sostanze stupefacenti, monitorava snodi stradali per il gruppo e aiutava a confezionare ingenti carichi di hashish. La difesa sosteneva la marginalità del ruolo e contestava il pericolo di inquinamento delle prove e la sussistenza di aggravanti. I giudici hanno chiarito che basta il pericolo di reiterazione del reato per legittimare la misura cautelare, data l'attualità dei contatti con i vertici del sodalizio criminoso.
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Possesso di documenti falsi: il cambio nome non evita il carcere
L'Indagato è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per il possesso di documenti falsi validi per l'espatrio. Il Tribunale del riesame ha confermato il provvedimento restrittivo, giudicando non credibile la versione difensiva secondo cui i dati anagrafici discordanti dipendevano da un cambio di generalità autorizzato all'estero. L'Indagato ha presentato ricorso per cassazione lamentando una motivazione illogica e richiamando la legge straniera che consente la modifica del proprio nome. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, evidenziando come la mera facoltà astratta di cambiare identità non dimostri l'effettivo accoglimento della richiesta da parte dello Stato estero. Senza prove documentali, restano fermi i gravi indizi di colpevolezza legati al possesso di documenti falsi.
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Intercettazioni e difesa: negato l’accesso per colpa del legale
Un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati di droga e associazione mafiosa ha contestato la validità delle prove raccolte. La difesa ha lamentato la violazione del diritto di difesa a causa del mancato tempestivo accesso alle registrazioni delle intercettazioni prima dell'udienza di riesame. L'istanza difensiva chiedeva l'ascolto di centinaia di registrazioni senza specificare l'urgenza legata all'udienza imminente. La Procura aveva concesso l'autorizzazione all'accesso, ma i difensori non si erano attivati per ritirare i supporti informatici. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'accesso alle registrazioni delle intercettazioni richiede una condotta attiva e diligente della difesa. Le trascrizioni rimangono quindi pienamente utilizzabili e la misura cautelare resta confermata.
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Accesso alle intercettazioni: la Cassazione frena le nullità
L'Indagato subisce la custodia cautelare in carcere per traffico di stupefacenti aggravato dal metodo mafioso. Il difensore impugna il provvedimento contestando il mancato e tempestivo accesso alle intercettazioni telefoniche e ambientali prima dell'udienza di riesame. La difesa sostiene che il ritardo dell'accusa rende inutilizzabili le conversazioni registrate e richiede la scarcerazione. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. I giudici evidenziano che l'istanza difensiva era generica, riguardava centinaia di registrazioni e non segnalava l'urgenza dell'udienza fissata. L'autorità giudiziaria si è attivata prontamente per autorizzare i duplicati. L'omesso ritiro dei file dipende dalla scarsa diligenza del richiedente. I gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione giustificano la permanenza della misura carceraria.
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