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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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402 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Fornitore o socio? Il confine nel traffico di stupefacenti
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di essere il fornitore stabile di un'organizzazione criminale. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo la brevità del periodo di attività e la non esclusività delle sue forniture. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non occorre l'esclusività del rapporto. È sufficiente che le forniture siano stabili, ripetitive e di rilevante entità economica, tali da dimostrare un inserimento organico nel gruppo e la consapevolezza di contribuire al fine comune, superando il semplice rapporto di compravendita.
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Autonoma valutazione: rinvio al PM e validità del sequestro
Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro preventivo di oltre seicentomila euro a carico di un indagato, accusato di omessa comunicazione di variazioni patrimoniali. Secondo il Tribunale, il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari mancava di autonoma valutazione, essendosi limitato a recepire la richiesta del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, chiarendo che l'autonoma valutazione non impone una riscrittura originale dei fatti. Se le prove (come accertamenti bancari e della Guardia di Finanza) sono chiare e dirette, il giudice può motivare anche richiamando la richiesta dell'accusa, purché emerga un esame critico. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione del Riesame, ordinando un nuovo giudizio.
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Custodia cautelare in carcere: il braccialetto non salva il boss
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo condannato in primo grado per associazione mafiosa. La difesa contestava la mancanza di motivazione del primo giudice e chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in sede di appello cautelare, il Tribunale del Riesame può integrare la motivazione mancante del primo provvedimento. Inoltre, per il reato di associazione mafiosa opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Questa presunzione può essere superata solo dimostrando l'uscita dall'associazione o la sua fine. Il braccialetto elettronico non è sufficiente a impedire contatti telefonici o telematici con l'esterno.
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Maltrattamento di animali: confermato il sequestro di 224 husky
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di 224 cani di razza Siberian Husky ai danni di un allevatore, accusato del reato di maltrattamento di animali (art. 544-ter c.p.). Il Tribunale del Riesame aveva convalidato la misura a causa delle gravissime condizioni igienico-sanitarie della struttura, del forte sovraffollamento e dello stato di denutrizione e disidratazione riscontrato su oltre il 41% degli esemplari. L'allevatore ha proposto ricorso lamentando vizi procedurali e contestando le valutazioni di fatto dei giudici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la detenzione di animali in condizioni produttive di gravi sofferenze integra il reato contestato. L'allevatore perde la custodia dei cani ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Arresti domiciliari per reati fiscali: dimissioni inutili col web
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per reati fiscali e riciclaggio a carico di un indagato. La difesa contestava la competenza territoriale e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando che l'indagato si era dimesso dalle cariche societarie. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che la competenza spetta alla Procura che per prima ha iscritto la notizia di reato, non essendo possibile individuare il luogo esatto di consumazione dei delitti. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che le dimissioni non escludono il rischio di reiterazione del reato, poiché le condotte illecite venivano realizzate tramite piattaforme online e strumenti digitali facilmente utilizzabili anche da casa. Di conseguenza, la misura restrittiva è stata pienamente confermata.
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Custodia cautelare in carcere: spacciare dentro il penitenziario
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti all'interno di un istituto penitenziario. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la misura fosse sproporzionata e che i giudici avessero ignorato la sua precedente ammissione a una misura alternativa. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la custodia cautelare in carcere e l'unica misura idonea. Lo spaccio commesso proprio all'interno del carcere dimostra una spiccata pericolosita sociale e rende inefficaci misure meno restrittive, come gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, le quali richiedono la spontanea collaborazione del soggetto.
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Termine per la decisione del riesame: arresti validi tra coindagati
Il caso riguarda un indagato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per reati di droga. La difesa ha impugnato l'ordinanza cautelare contestando il mancato rispetto del termine per la decisione del riesame di dieci giorni, sostenendo che i documenti fossero già in possesso della cancelleria per la posizione di un coindagato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in presenza di più coindagati, il termine per la decisione del riesame decorre solo dal momento in cui l'autorità giudiziaria riceve gli atti specifici relativi al singolo richiedente. Inoltre, la Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato esclude l'obbligo per il giudice di motivare sulla futura concessione della sospensione condizionale della pena, confermando così la legittimità della misura cautelare applicata.
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Attualità delle esigenze cautelari: tempo e rischio di recidiva
Il Tribunale del Riesame aveva annullato gli arresti domiciliari per due commercialisti indagati per reati fallimentari e autoriciclaggio, ritenendo insussistente l'attualità delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dai fatti (risalenti al periodo 2019-2023). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, chiarendo che il decorso del tempo non cancella automaticamente il pericolo di recidiva. I giudici devono compiere una valutazione prognostica globale, considerando la professione degli indagati, i loro precedenti e le intercettazioni recenti che dimostravano la persistente attitudine a eludere le regole societarie. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Inutilizzabilità degli atti d’indagine tardivi: stop alla misura
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de Il Sottoposto a misura cautelare contro l'ordinanza del Tribunale di Napoli che disponeva il divieto di dimora in Campania. La difesa ha eccepito l'inutilizzabilità degli atti d'indagine tardivi, contestando l'uso di una nota di polizia giudiziaria redatta dopo la scadenza dei termini delle indagini preliminari. Il Tribunale aveva considerato tale nota come meramente riassuntiva, ma la Cassazione ha rilevato una motivazione generica e contraddittoria, non avendo il giudice chiarito se il documento contenesse nuovi elementi investigativi. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio, imponendo al giudice di merito di verificare la reale natura della nota e di valutare la sussistenza delle esigenze cautelari prescindendo da essa se ritenuta inutilizzabile.
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Associazione per delinquere: il carcere prevale sul tempo passato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per i reati di furto, ricettazione e associazione per delinquere. La difesa contestava la mancanza di prove sul vincolo associativo e l'assenza di attualità del pericolo a distanza di un anno dai fatti. La Suprema Corte ha chiarito che l'esistenza del sodalizio può essere dedotta dalle modalità esecutive dei singoli reati-fine. Inoltre, la gravità e la continuità delle condotte, che hanno generato un forte allarme sociale sul territorio, giustificano l'attualità delle esigenze cautelari. Infine, i giudici hanno confermato l'inadeguatezza di misure alternative come gli arresti domiciliari, data l'elevata pericolosità del soggetto e la sua appartenenza a una fitta rete criminale. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Dal carcere alla dimora: rinuncia al ricorso per cassazione
Il Tribunale di Bari confermava la custodia in carcere per L'Imputato, accusato di tentato omicidio. L'Imputato proponeva ricorso per cassazione. Successivamente, la misura cautelare veniva sostituita con l'obbligo di dimora grazie a una qualificazione giuridica più lieve del fatto. Di conseguenza, il difensore dell'Imputato presentava formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, senza applicare sanzioni pecuniarie o spese di giustizia, determinando la chiusura definitiva del procedimento cautelare in corso.
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Eredità fittizia e reato di riciclaggio: condannato il figlio
Il caso riguarda Il Figlio di un prestanome che ha ereditato formalmente dei terreni acquistati in realtà da un esponente di spicco della criminalità organizzata. Su indicazione della famiglia del reale proprietario, Il Figlio ha venduto i terreni a terzi e ha consegnato il ricavato in contanti ai familiari del boss. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare per il reato di riciclaggio. I giudici hanno chiarito che la vendita dei beni e la consegna del denaro contante costituiscono una condotta progressiva volta a ostacolare l'identificazione della provenienza illecita dei beni. Questa attività di dissimulazione non è esclusa dalla fittizia intestazione ereditata, in quanto il reato di riciclaggio assorbe quello di trasferimento fraudolento di valori quando quest'ultimo rappresenta solo un tassello di una più complessa operazione di ripulitura del denaro.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: no sconti
Una donna ha proposto ricorso in Cassazione contro la misura degli arresti domiciliari. L'accusa riguardava la sua partecipazione attiva a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, avendo messo stabilmente a disposizione il proprio appartamento per custodire e confezionare ingenti quantitativi di droga. La ricorrente sosteneva che la dazione dell'immobile fosse un fatto isolato e chiedeva la derubricazione del reato in un'ipotesi più lieve. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno evidenziato che la consapevolezza della donna e il suo inserimento nel sodalizio erano provati da elementi concreti, come il pagamento delle sue spese legali da parte del capo dell'organizzazione e il suo silenzio complice con gli inquirenti.
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Rinuncia all’impugnazione: scarcerata ma condannata alle spese
Una donna, accusata di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con il ruolo di cassiera, propone ricorso in Cassazione contro il diniego di scarcerazione del Tribunale del Riesame. Successivamente, l'indagata presenta formale dichiarazione di rinuncia all'impugnazione. La Suprema Corte dichiara quindi inammissibile il ricorso per sopravvenuta rinuncia all'impugnazione. Essendo l'atto di rinuncia generico, la ricorrente viene condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende, sebbene ridotta a cinquecento euro in considerazione della sua avvenuta scarcerazione e sottoposizione a una misura non detentiva.
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Gravi indizi di colpevolezza: tra sospetti e prove reali
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e vari reati di spaccio. La difesa proponeva ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente all'accusa associativa e a due episodi specifici (consegna di un pacco e coltivazione di marijuana). I giudici di legittimità hanno rilevato che tali accuse si fondavano su deduzioni meramente ipotetiche e probabilistiche, come il semplice auspicio della pioggia per favorire la fioritura delle piante. La Cassazione ha quindi disposto il rinvio al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione del quadro indiziario complessivo, confermando invece i gravi indizi per gli altri episodi di spaccio supportati da intercettazioni chiare.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo silente non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su chat criptate acquisite all'estero, e sosteneva che il tempo trascorso dai fatti escludesse la pericolosità sociale. I giudici hanno dichiarato inammissibile la contestazione sulle chat perché non era stata sollevata davanti al Tribunale del Riesame, applicando il principio della catena devolutiva. Inoltre, la Corte ha stabilito che il tempo trascorso in carcere per altre condanne costituisce tempo silente e non attenua la pericolosità dell'indagato, confermando la necessità della misura massima.
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Sostituzione della misura cautelare negata: decide il caso singolo
Il Tribunale di Catanzaro rigettava l'appello de L'Indagato contro il diniego di revoca o sostituzione della custodia in carcere per associazione finalizzata allo spaccio. L'Indagato ricorreva in Cassazione lamentando, tra l'altro, il decorso del tempo, la propria paternità e la disparità di trattamento rispetto a una coindagata, ammessa ai domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha chiarito che, per ottenere la sostituzione della misura cautelare, non si possono contestare vizi originari del provvedimento (riservati al riesame), ma occorre dimostrare elementi di novità o fattori sopravvenuti. La disparità con la coindagata non rileva in automatico, poiché ogni posizione richiede una valutazione personalizzata. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Sequestro probatorio: la Cassazione nega l’annullamento facile
La Guardia di Finanza ha eseguito un sequestro probatorio di oltre 16.000 sacchi di pellet privi di fatture presso un'azienda. La legale rappresentante ha impugnato la convalida del sequestro, lamentando la mancata trasmissione di alcuni documenti di trasporto al Tribunale del Riesame entro i termini. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di sequestro probatorio, il termine per la trasmissione degli atti al Tribunale del Riesame ha natura meramente ordinatoria e la sua inosservanza non comporta l'inefficacia della misura. Inoltre, la difesa non ha fornito prove concrete sulla decisività dei documenti asseritamente mancanti.
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Custodia cautelare in carcere: anche il palo rischia la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di tentato furto aggravato ai danni di sportelli bancomat. Il Tribunale del riesame aveva escluso il reato associativo ma mantenuto la misura per i singoli furti. La difesa contestava l'attribuzione di un'utenza telefonica usata per localizzare l'indagato e l'attualità del pericolo di reitera, sostenendo che l'indagato fosse solo un semplice palo senza competenze tecniche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo provato l'uso del telefono tramite un verbale di perquisizione e confermando la pericolosità sociale del soggetto, desunta dai numerosi precedenti specifici e dall'uso di sofisticate tecniche di furto.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche senza contatti col boss
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'omessa valutazione di una memoria difensiva, l'errata qualificazione dei fatti come reati di non lieve entità e l'assenza di contatti diretti con il capo del sodalizio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omesso esame di una memoria non invalida automaticamente la decisione e che, per la sussistenza del reato associativo, non occorrono contatti diretti con tutti i membri, bastando la consapevolezza di operare per un fine comune. Infine, la qualificazione di lieve entità richiede una valutazione globale e non meramente statistica. L'indagato resta in carcere.
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