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Art. 3 Convenzione EDU — Anno 2022

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86 provvedimenti

Altri anni per Art. 3 Convenzione EDU

Regime detentivo speciale 41-bis: legittima la proroga del boss
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime detentivo speciale 41-bis per un detenuto ritenuto capo di un clan di stampo mafioso. Il provvedimento si basa su relazioni investigative che dimostrano la persistente operatività del clan e la capacità del detenuto di inviare messaggi all'esterno. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di attualità del pericolo e la violazione del principio di rieducazione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la proroga è legittima se motivata in modo logico e coerente. Inoltre, il regime speciale non viola la Costituzione, poiché non elimina le attività rieducative individuali, ma le adatta per impedire contatti pericolosi. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione inumana: negati i rimedi risarcitori in cella singola
Il Detenuto, ristretto in cella singola, ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione inumana lamentando diverse criticità, tra cui la mancanza di acqua calda in cella, una temporanea contaminazione idrica e restrizioni su socialità e cottura dei cibi. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la domanda, ritenendo che i disagi non superassero la normale afflizione dello stato detentivo e non violassero l'art. 3 CEDU. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito ha valutato correttamente e in modo logico tutte le circostanze, e che il ricorso mirava inammissibilmente a una rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento danni per trattenimento illegittimo: lo Stato paga
Un cittadino straniero, titolare di un regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, è stato trattenuto ingiustamente presso un centro di identificazione ed espulsione a seguito di una rinuncia alla protezione firmata senza interprete. Il Giudice di Pace ha successivamente annullato il decreto di espulsione. La Corte d'Appello ha condannato il Ministero dell'Interno al risarcimento del danno non patrimoniale per la privazione della libertà personale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Ministero. La Suprema Corte ha stabilito che l'illegittimità del trattenimento e la colpa della Pubblica Amministrazione determinano il diritto al risarcimento danni per trattenimento illegittimo, confermando la condanna dello Stato al pagamento delle spese processuali e del danno subito dallo straniero.
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Detenzione degradante: niente sconti se manca il vantaggio reale
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo di un detenuto che richiedeva un'ulteriore riduzione di pena per sette giorni di detenzione degradante trascorsi in uno spazio inferiore a tre metri quadrati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di interesse concreto. Infatti, anche aggiungendo i sette giorni contestati ai 696 già riconosciuti, il totale di 703 giorni non avrebbe dato diritto a nessun giorno in più di sconto di pena rispetto ai 70 già concessi, a causa delle regole di calcolo e arrotondamento dell'articolo 35-ter dell'ordinamento penitenziario. L'impugnazione non può mirare alla sola esattezza teorica della decisione, ma deve garantire un beneficio pratico. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Imprescrittibilità dell’ergastolo: sconti di pena non salvano
Il Collaboratore di Giustizia, condannato a dieci anni di reclusione per concorso in un duplice omicidio aggravato da modalità mafiose commesso nel 1986, ha presentato ricorso in Cassazione. La difesa sosteneva che il reato fosse estinto per prescrizione, poiché la concessione dell'attenuante della collaborazione aveva sostituito l'ergastolo con una pena temporanea, rendendo applicabile il vecchio e più favorevole calcolo dei termini. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando il principio dell'imprescrittibilità dell'ergastolo per i delitti punibili in astratto con la pena perpetua commessi prima della riforma del 2005, anche in presenza di attenuanti. Inoltre, ha escluso la minima partecipazione del ricorrente, avendo egli fornito le armi per il delitto. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Spazio minimo vitale in cella: letto singolo o a castello?
Il Ministero della Giustizia ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che riconosceva a un detenuto un risarcimento per condizioni di detenzione inumane. Il fulcro della controversia riguarda il calcolo dello spazio minimo vitale in cella. Il Tribunale aveva sottratto dalla superficie calpestabile anche lo spazio occupato da un letto singolo non a castello. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, stabilendo che, mentre i letti a castello riducono significativamente la libertà di movimento e il volume d'aria sovrastante, il letto singolo non impedisce l'uso dello spazio superiore (ad esempio come seduta) e quindi non va sottratto dal calcolo dello spazio disponibile. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo.
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