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Art. 299 Codice di Procedura Penale

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857 provvedimenti

Sostituzione misura cautelare: tempo in carcere non basta
L'Imputato ha richiesto la sostituzione misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari, anche mediante applicazione del braccialetto elettronico. La difesa ha sostenuto che il tempo trascorso in detenzione e il corretto comportamento mantenuto in passato dimostrassero un'attenuazione delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che il solo decorso del tempo e l'osservanza formale delle regole non bastano per modificare la misura cautelare. Servono elementi concreti e nuovi che attestino un effettivo cambiamento nella pericolosità sociale del soggetto. Avendo L'Imputato commesso ulteriori gravi reati di spaccio dopo precedenti periodi detentivi, il pericolo di reiterazione rimane elevato. La Cassazione ha condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo trascorso non basta
L'imputato, accusato di reati di droga e associazione a delinquere, ha chiesto la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il trascorrere del tempo dai fatti e la buona condotta tenuta durante una precedente misura attenuassero il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il solo decorso del tempo non è sufficiente ad attenuare le esigenze cautelari o a superare la presunzione di pericolosità prevista per i reati più gravi. Per ottenere una misura meno afflittiva servono elementi concreti e nuovi che dimostrino l'effettiva recisione dei legami con il contesto criminale. Il semplice rispetto delle prescrizioni non costituisce una prova sufficiente del cambiamento di vita.
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Mandato di arresto europeo: niente domiciliari se c’è fuga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Cittadino Straniero contro il diniego di sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. L'uomo era trattenuto in forza di un mandato di arresto europeo emesso dall'Austria per furto aggravato. La difesa lamentava la mancanza di motivazione sulle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha chiarito che, in sede di sostituzione della misura, il giudice non deve ridescrivere i presupposti originari dell'arresto. Inoltre, i domiciliari sono stati ritenuti inadeguati a contenere il pericolo di fuga, data la spiccata propensione del soggetto a delinquere e a spostarsi all'estero, confermata da precedenti reati commessi in altri Stati. Di conseguenza, Il Cittadino Straniero resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia in carcere: incensurato ma con 80 kg di droga
L'Imputato, arrestato in flagranza con oltre 80 kg di droga (marijuana e hashish) nascosti nel proprio veicolo, ha impugnato l'ordinanza che confermava la custodia in carcere. La difesa sosteneva l'assenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando lo stato di incensurato e la presenza di un lavoro stabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'ingente quantitativo di stupefacenti dimostra l'inserimento in una rete di spaccio su larga scala. Inoltre, l'imputato non ha fornito elementi utili durante l'interrogatorio, come l'identità dei complici. Di conseguenza, la custodia in carcere rimane la misura idonea, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
L'Imputato, accusato di reati finanziari aggravati dal metodo mafioso, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti e la cessazione delle attività di famiglia avessero azzerato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati di criminalità organizzata opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere che dura per tutta la vicenda cautelare. Il semplice decorso del tempo, senza prove concrete di un effettivo ravvedimento o del venir meno della pericolosità sociale, non è sufficiente a superare questa presunzione. Di conseguenza, l'Imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari al boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un esponente di spicco di un clan criminale, condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa chiedeva la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, valorizzando il tempo trascorso dai fatti, una confessione tardiva e l'iscrizione a un percorso di studi. I giudici hanno stabilito che il cosiddetto tempo silente (il tempo trascorso dal reato) non attenua le esigenze cautelari per reati così gravi. Inoltre, la pericolosità sociale del soggetto, desunta da precedenti violazioni e dal ruolo di vertice nel clan, rende inadeguata qualsiasi misura diversa dalla prigione. Il ricorrente resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Revoca degli arresti domiciliari: buona condotta non basta
Il Tribunale del riesame ha respinto la richiesta di revoca degli arresti domiciliari avanzata da un imputato accusato di associazione mafiosa. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso dall'inizio della misura e la sua buona condotta dimostrassero l'assenza di pericoli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il semplice decorso del tempo e il comportamento corretto durante la detenzione domiciliare non bastano a superare la presunzione di pericolosità legata ai reati associativi. Per ottenere la revoca degli arresti domiciliari, è necessaria la prova concreta della rescissione totale di ogni legame con il sodalizio criminale. Di conseguenza, l'imputato rimane agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali.
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Revoca della misura cautelare: il tempo non cancella l’obbligo
Tre autotrasportatori, indagati per gestione illecita di rifiuti, hanno richiesto la revoca della misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La difesa ha sostenuto che il decorso del tempo, la condotta positiva e l'assenza di precedenti penali giustificassero la cancellazione dell'obbligo, evidenziando anche l'ostacolo all'attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che la revoca della misura cautelare richiede elementi di novità concreti. Il semplice decorso del tempo e il rispetto delle prescrizioni non bastano a dimostrare che le esigenze cautelari siano venute meno. Inoltre, l'obbligo di firma tre volte a settimana non impedisce il lavoro di autista, considerando che i reati contestati erano stati commessi proprio durante l'attività di trasporto.
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Sostituzione misura cautelare negata: anziani truffati e arresti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato, accusato di far parte di un'associazione a delinquere dedita alle estorsioni ai danni di anziani. Il Tribunale del Riesame aveva ripristinato gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, annullando la decisione del G.I.P. che aveva concesso l'obbligo di dimora. L'indagato chiedeva la sostituzione misura cautelare basandosi sul tempo trascorso dal reato ("tempo silente") e sulla propria condotta collaborativa. La Suprema Corte ha chiarito che il tempo trascorso dal reato deve essere valutato solo al momento dell'emissione della prima misura e non per la sua successiva modifica. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso, deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende, rimanendo agli arresti domiciliari.
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Custodia in carcere: no ai domiciliari senza albo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una professionista che chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. La donna era stata condannata in primo grado per associazione a delinquere finalizzata a reati fiscali. La difesa sosteneva che la cancellazione dall'albo professionale, la chiusura delle società e il tempo trascorso avessero azzerato il rischio di commettere nuovi reati. La Suprema Corte ha invece confermato la custodia in carcere, evidenziando che la fitta rete di contatti personali e il ruolo di vertice nell'organizzazione criminale mantengono attuale il pericolo di recidiva, rendendo la detenzione l'unica misura idonea.
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Corriere o affiliato? La custodia cautelare in carcere resta
Il caso riguarda un uomo arrestato alla guida di un'auto con 5 kg di cocaina destinati al capo di un'organizzazione criminale. Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di droga. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di prove sulla sua stabile partecipazione al gruppo e contestando la necessità della misura carceraria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che un carico così ingente non viene affidato a soggetti estranei e che la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a evitare contatti con la rete criminale. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per chi evade
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro il ripristino della custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di spaccio sistematico di cocaina, aveva ottenuto dal GIP la sostituzione del carcere con l'obbligo di firma. Tuttavia, il Tribunale del Riesame ha ripristinato la misura massima a causa della sua elevata pericolosita, avendo egli continuato a delinquere ed evaso i domiciliari. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, rilevando che i motivi di ricorso erano del tutto generici e privi di un reale confronto con le dettagliate motivazioni dei giudici di merito. L'indagato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sostituzione misura cautelare: il buon comportamento non basta
Un commercialista, condannato in primo grado per truffa aggravata legata a crediti d'imposta inesistenti, ha ottenuto la sostituzione misura cautelare dagli arresti domiciliari all'obbligo di firma. Il Tribunale aveva giustificato l'attenuazione con il buon comportamento, il decorso del tempo e la revoca del visto di conformità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, annullando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che il rispetto degli obblighi domiciliari e il mero scorrere del tempo non dimostrano una riduzione del pericolo di reiterazione. Inoltre, la perdita del visto fiscale non impedisce al professionista di commettere reati simili, mantenendo egli l'accesso alla professione. Il caso torna al Tribunale per una nuova decisione.
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Revoca delle misure cautelari: la difesa dimentica la vittima
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta di revoca delle misure cautelari per un indagato accusato di rapina aggravata con violenza. La difesa non aveva notificato l'istanza alla persona offesa, la quale aveva regolarmente eletto domicilio al momento della denuncia. La Suprema Corte ha ribadito che, nei procedimenti per reati commessi con violenza alla persona, la notifica alla vittima è un requisito obbligatorio a pena di inammissibilità, rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento. Di conseguenza, il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Detenuto, condannato in primo grado per associazione finalizzata al traffico di droga ed estorsione, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e la condotta regolare avessero attenuato la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mero decorso del tempo non basta a superare la presunzione di pericolosità per reati così gravi. Il "tempo silente" rileva solo al momento della prima applicazione della misura, mentre per la sostituzione servono elementi di novità concreti che dimostrino un effettivo cambiamento della personalità del detenuto. Di conseguenza, l'imputato resta in carcere.
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Lavoro contro custodia: no alla revoca degli arresti domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego della revoca degli arresti domiciliari o dell'autorizzazione a lavorare. L'Imputato, accusato di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, sosteneva che la disponibilità di un lavoro e la condanna di primo grado attenuassero le esigenze cautelari. I giudici hanno chiarito che l'offerta di lavoro è irrilevante per mitigare il rischio di recidiva, poiché i reati commessi non sono legati a difficoltà economiche o motivi patrimoniali. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura cautelare e ha condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il legame col clan nega la libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la conferma della custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva che l'annullamento con rinvio di precedenti accuse per reati finanziari (riciclaggio) costituisse un elemento nuovo idoneo a far cadere i gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno invece confermato la misura cautelare, evidenziando che l'appartenenza stabile al clan mafioso emergeva chiaramente da intercettazioni telefoniche, gestione di affari di famiglia e riscossione di ingenti somme di denaro. La Cassazione ha ribadito che la rivalutazione dei singoli reati fine non cancella automaticamente il quadro indiziario relativo alla partecipazione all'associazione mafiosa, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca della misura cautelare: libero il sindacalista dei blocchi
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della misura cautelare dell'obbligo di firma per un sindacalista accusato di violenza privata. L'accusa riguardava blocchi stradali e picchettaggi ("muraglie umane") ai danni di aziende di logistica tra il 2016 e il 2021. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura ritenendo non più attuale il pericolo di recidiva, grazie al tempo trascorso, all'incensuratezza dell'indagato e alla firma di nuovi accordi sindacali collaborativi. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione, ma la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la revoca della misura cautelare è legittima se il percorso successivo dell'indagato dimostra il ritorno della protesta nei binari della corretta contrattazione collettiva.
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Rinuncia al ricorso per Cassazione: il carcere diventa definitivo
L'Indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati in materia di stupefacenti, proponeva appello per ottenere gli arresti domiciliari in un'altra città. Dopo il rigetto del Tribunale del Riesame, presentava ricorso in Cassazione. Successivamente, tramite il proprio difensore munito di procura speciale, l'indagato depositava formale rinuncia al ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha preso atto di questa volontà, dichiarando il ricorso inammissibile. Di conseguenza, ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, confermando l'efficacia del provvedimento restrittivo precedente.
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Misure cautelari personali: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale del riesame ha ripristinato la custodia cautelare per un indagato accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione, annullando la precedente sostituzione con il semplice obbligo di firma. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il tempo trascorso in detenzione e la buona condotta attenuassero le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il semplice decorso del tempo e il comportamento corretto sono elementi neutri. Per superare la presunzione di pericolosità legata a reati di mafia, occorrono elementi di novità concreti e significativi. Di conseguenza, le misure cautelari personali restrittive rimangono necessarie per prevenire il pericolo di recidiva.
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