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Art. 2932 Codice Civile — Anno 2026

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148 provvedimenti

Altri anni per Art. 2932 Codice Civile

Esecuzione in forma specifica: no all’immobile senza saldare
Un promissario acquirente ha stipulato un contratto preliminare per acquistare un immobile, ma la trattativa si è bloccata. L'acquirente ha chiesto al giudice l'esecuzione in forma specifica dell'immobile senza versare il prezzo residuo. Egli sosteneva infatti che il saldo fosse compensato da presunti danni e da acconti già versati. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che non si può ottenere il trasferimento della proprietà se l'acquirente si rifiuta espressamente di pagare il prezzo dovuto, escludendo l'offerta anche in via subordinata. Senza la disponibilità al saldo, la domanda fondata sull'articolo 2932 del codice civile viene respinta. Il promissario acquirente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Imposta di registro proporzionale: fissa negata sul trasferimento
Una società immobiliare si è impegnata ad acquistare un terreno, ma è nata una lite sui confini. Il Tribunale ha emesso una sentenza che ha trasferito la proprietà subordinatamente al pagamento del prezzo. L'Agenzia delle Entrate ha richiesto l'applicazione dell'imposta di registro proporzionale. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado ha invece ritenuto applicabile la tassa fissa, considerando il pagamento come una condizione sospensiva e invocando l'alternatività con l'IVA. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco: la sentenza che dispone il trasferimento immobiliare condizionato al pagamento del prezzo è soggetta a imposta di registro proporzionale. Il pagamento del prezzo dipende infatti dalla mera volontà dell'acquirente e non costituisce una vera condizione sospensiva ai fini fiscali.
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Diffida ad adempiere: se incassi le rate il contratto non salta
Un venditore prometteva di vendere alcuni immobili al fratello. Successivamente, inviava una diffida ad adempiere per ottenere il saldo del prezzo entro quindici giorni. Prima della scadenza, il compratore proponeva una rateizzazione, accettata dal venditore che riceveva pagamenti per oltre due anni, coprendo il 99,1% del prezzo. Gli eredi del compratore chiedevano il trasferimento coattivo degli immobili, mentre il venditore eccepiva l'avvenuta risoluzione di diritto del contratto. La Cassazione ha rigettato il ricorso del venditore: l'accordo sulla rateizzazione, raggiunto prima della scadenza del termine, ha impedito la risoluzione. Inoltre, la modifica dei tempi di pagamento non richiede la forma scritta. Vince la parte acquirente, che ottiene la proprietà degli immobili.
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Momento impositivo della permuta: fisco contro costruttore
Una società edile si impegna a costruire e trasferire 54 immobili a dei privati in cambio di un terreno (permuta di bene presente con bene futuro). A causa dell'inadempimento della società, i privati ottengono dal Tribunale il trasferimento coattivo degli immobili tramite sentenza. L'Agenzia delle Entrate accerta l'omessa dichiarazione delle imposte per l'anno di pubblicazione della sentenza. La Cassazione stabilisce che il momento impositivo della permuta coincide con la pubblicazione della sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c., anche se non ancora definitiva, poiché l'altra parte ha già interamente eseguito la propria prestazione. La base imponibile deve basarsi sul valore pattuito nel preliminare. Vince l'Agenzia delle Entrate.
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Acquisto per usucapione negato: il terreno torna alla società
Il Privato ha citato in giudizio La Società per ottenere l'accertamento dell'acquisto per usucapione di un terreno agricolo. La Società ha resistito chiedendo la restituzione del bene e il risarcimento per occupazione abusiva. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda del Privato, rilevando che una precedente sentenza definitiva del 2008 aveva trasferito la proprietà del terreno al dante causa della Società, interrompendo così il possesso ventennale necessario. Di conseguenza, ha condannato il Privato a restituire il terreno e a pagare un indennizzo mensile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Privato. I giudici hanno chiarito che l'occupazione senza titolo impedisce il godimento del bene al proprietario, configurando un danno risarcibile calcolato sul valore locatizio del terreno.
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Certificato di destinazione urbanistica: valido anche in appello
Una cooperativa sociale (l'Acquirente) e una proprietaria terriera (la Venditrice) firmano un accordo per la compravendita di un terreno. Davanti al rifiuto di concludere l'affare, si giunge in tribunale per ottenere il trasferimento forzato del bene. L'Acquirente contesta la mancata presentazione iniziale del Certificato di destinazione urbanistica da parte della Venditrice, ritenendola una mancanza insanabile. La Corte d'Appello acquisisce il documento durante il secondo grado di giudizio e dispone il trasferimento del terreno condizionato al pagamento del saldo. La Cassazione rigetta il ricorso dell'Acquirente, stabilendo che il Certificato di destinazione urbanistica è una condizione dell'azione. Questo documento può quindi essere depositato in ogni stato e grado del processo, anche su richiesta del giudice, purché prima della decisione finale.
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Legittimazione dei soci: società estinta ma il processo continua
Due ex soci hanno chiesto l'accertamento della proprietà di un terreno in base a una sentenza, agendo contro una società costruttrice e i successivi acquirenti. La società venditrice originaria era stata cancellata dal registro delle imprese prima della causa. La Corte d'Appello aveva negato la legittimazione dei soci poiché non avevano ricevuto attivo dalla liquidazione. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la legittimazione dei soci come successori della società estinta prescinde dall'effettiva riscossione di somme. La Suprema Corte ha annullato la decisione e ha rinviato la causa al Tribunale di Trani per integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli ex soci.
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Nullità del contratto: l’ex marito perde contro l’ex moglie
L'Ex Marito ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che ha escluso la simulazione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare stipulato tra l'Ex Moglie e una Società Costruttrice. Non avendo impugnato il rigetto della simulazione, l'Ex Marito è stato considerato definitivamente terzo estraneo al contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che un terzo estraneo non può far valere la nullità del contratto o chiederne la risoluzione se non dimostra un concreto interesse ad agire, giuridicamente rilevante e non di mero fatto. L'interesse a recuperare un acconto versato per conto dell'acquirente non legittima l'azione di nullità del contratto contro il venditore.
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Prezzo massimo di cessione: nullo il prezzo libero senza svincolo
Un venditore e un acquirente firmano un preliminare per un immobile soggetto a edilizia convenzionata. Sorge un contrasto sul prezzo di vendita, poiché l'acquirente contesta il superamento del limite legale. Il venditore chiede la risoluzione del contratto, mentre l'acquirente chiede il trasferimento forzato con riduzione del prezzo. La Corte d'Appello dichiara nulla la clausola sul prezzo eccedente il prezzo massimo di cessione e sospende il trasferimento in attesa dello svincolo comunale, condannando il venditore a risarcire i danni da ritardo. La Corte di Cassazione conferma la decisione, rigettando entrambi i ricorsi: il vincolo sul prezzo massimo di cessione costituisce un onere reale che segue il bene, e il contratto rimane valido ma ineseguibile fino al completamento della procedura di affrancazione.
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Notifica del ricorso incompleta: la Cassazione blocca il processo
Un acquirente agisce in giudizio per ottenere il trasferimento forzato di un immobile promesso in vendita, ma la società venditrice fallisce. Dopo alterne vicende nei gradi precedenti, l'acquirente propone ricorso in Cassazione. Tuttavia, la Suprema Corte rileva un vizio procedurale preliminare: manca la prova del perfezionamento della notifica del ricorso a due soggetti co-interessati, rimasti contumaci in appello ma ritenuti litisconsorti necessari. Mancano infatti agli atti le cartoline di ritorno delle raccomandate. Di conseguenza, la Corte ordina il rinvio a nuovo ruolo, concedendo sessanta giorni per depositare le ricevute o rinnovare la notifica del ricorso, pena l'inammissibilità del giudizio.
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Recesso dal contratto preliminare: niente rogito e caparra persa
Il Promittente Venditore e la Promissaria Acquirente stipulano un contratto preliminare di compravendita immobiliare con caparra confirmatoria di 50.000 euro. Scaduto il termine per il rogito, la Società Acquirente non si presenta davanti al notaio, nonostante ripetuti solleciti e una formale convocazione. Il Venditore esercita quindi il recesso dal contratto preliminare trattenendo la caparra. La Società Acquirente contesta la gravità del proprio ritardo, invocando la non essenzialità del termine e l'emergenza pandemica. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della Società Acquirente: anche se il termine non era essenziale, il prolungato silenzio e la mancata presentazione al rogito costituiscono un grave inadempimento. Il Venditore vince definitivamente la causa e ha il diritto di trattenere i 50.000 euro di caparra, oltre al rimborso delle spese legali.
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Interpretazione del contratto: il possesso smentisce il rifiuto
Il Venditore e l'Acquirente firmano una scrittura privata per la vendita di una cartolibreria a un prezzo stabilito, con l'immediata immissione nel possesso dell'attività da parte dell'Acquirente. Successivamente, l'Acquirente si rifiuta di stipulare il contratto definitivo, sostenendo che l'accordo fosse solo una proposta unilaterale priva di dettagli. Il Venditore agisce in giudizio per ottenere il trasferimento forzato dell'azienda. La Corte d'Appello dà ragione all'Acquirente, ma la Corte di Cassazione ribalta la decisione. La Suprema Corte stabilisce che l'interpretazione del contratto non deve limitarsi al solo senso letterale delle parole. I giudici devono valutare il comportamento complessivo delle parti, come l'effettiva gestione dell'attività, per ricostruire la loro reale e comune intenzione. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Scioglimento del contratto preliminare: il prezzo pagato non basta
Il Fallimento di un'imprenditrice ha chiesto lo scioglimento del contratto preliminare di compravendita di un terreno stipulato con un'acquirente. Quest'ultima aveva già pagato l'intero prezzo e richiesto in giudizio il trasferimento forzato dell'immobile. La Corte d'Appello aveva negato lo scioglimento, ritenendo che l'acquirente avesse già eseguito la sua prestazione. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fallimento, stabilendo che la facoltà di scioglimento del contratto preliminare spetta al curatore fallimentare a meno che la domanda di trasferimento forzato non sia stata trascritta nei registri immobiliari prima della dichiarazione di fallimento. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata con rinvio.
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Esecuzione in forma specifica negata senza catasto conforme
Un promissario acquirente agisce in giudizio per ottenere l'esecuzione in forma specifica di un contratto preliminare di compravendita immobiliare stipulato nel 2007. Nel corso del giudizio, la società venditrice fallisce e il curatore sceglie di sciogliersi dal contratto. I giudici di merito respingono la domanda dell'acquirente a causa della genericità della relazione tecnica sulla conformità catastale dell'immobile. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente, confermando che la conformità catastale è una condizione dell'azione indispensabile per l'emissione della sentenza sostitutiva del contratto definitivo, anche se il preliminare e la causa sono anteriori alla legge del 2010. Di conseguenza, senza un'attestazione precisa, il trasferimento giudiziale non può essere disposto.
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Criterio del prezzo-valore: l’errore del giudice non dà sconti
Il caso riguarda un contribuente che ha chiesto l'applicazione del criterio del prezzo-valore per l'imposta di registro dopo il trasferimento di un immobile tramite sentenza. La Cassazione aveva rigettato la richiesta ritenendola tardiva. Il contribuente ha proposto ricorso per revocazione, lamentando che la Corte avesse scambiato l'avviso di liquidazione per un avviso di rettifica. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: pur essendoci un errore materiale nella definizione dell'atto, questo non era decisivo. Per beneficiare del criterio del prezzo-valore, l'opzione deve essere esercitata prima di qualsiasi atto impositivo del fisco. Di conseguenza, la decisione non sarebbe cambiata e il contribuente è stato condannato anche al pagamento di una sanzione per lite temeraria.
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Liquidazione giudiziale: il debito sospeso non salva l’azienda
La Corte di Cassazione ha confermato l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di un'azienda, respingendo il ricorso di quest'ultima e del suo socio unico. L'azienda sosteneva di essere un'impresa minore esente dalla procedura, escludendo dal calcolo dei debiti un ingente debito fiscale la cui esecuzione era stata provvisoriamente sospesa dal giudice tributario. La Suprema Corte ha stabilito che, ai fini del calcolo della soglia di indebitamento per la liquidazione giudiziale, devono essere computati tutti i debiti esistenti, compresi quelli contestati o ancora pendenti in giudizio (sub iudice), a prescindere da provvedimenti temporanei di sospensione. Accertata la sussistenza di debiti superiori alla soglia di legge e lo stato di insolvenza statica, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Termine breve per il ricorso: lo Stato perde il terreno per un ritardo
Un proprietario di un immobile ha chiesto di acquistare un'area demaniale adiacente alla sua proprietà. L'Amministrazione Statale ha rifiutato la vendita sostenendo la presenza di un vincolo paesaggistico. Dopo che i giudici di merito hanno dato ragione al proprietario, l'Amministrazione Statale ha presentato ricorso in Cassazione oltre la scadenza di legge. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché l'ente pubblico non ha rispettato il termine breve per il ricorso di sessanta giorni, decorrente dalla regolare notifica della sentenza d'appello presso l'Avvocatura dello Stato. L'Amministrazione Statale perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Obbligo di concludere un contratto: il Comune batte i soci privati
Un Comune, socio di maggioranza di una società portuale, stipula un accordo con un socio pubblico che si impegna a reperire finanziamenti entro dodici mesi dalla concessione demaniale, pena l'obbligo di rivendere le quote al Comune al valore nominale. Verificatosi il mancato reperimento e dopo varie cessioni societarie, il Comune agisce per far valere l'obbligo di concludere un contratto ex art. 2932 c.c. e riacquisire le quote. La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi delle società subentrate, confermando le decisioni di merito. I giudici ribadiscono che l'interpretazione delle clausole contrattuali spetta al giudice di merito se logicamente motivata, e che il Comune ha un legittimo interesse ad acquisire le quote anche al solo fine di dismetterle secondo le norme sulla razionalizzazione delle partecipazioni pubbliche.
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Imposta di registro proporzionale: sì anche se il prezzo non è pagato
Una contribuente ha subito il trasferimento coattivo di alcuni terreni a favore di una società immobiliare tramite una sentenza del Tribunale, subordinata al pagamento del prezzo residuo. L'Amministrazione Finanziaria ha richiesto l'applicazione dell'imposta di registro proporzionale sul trasferimento. La contribuente sosteneva invece l'applicazione dell'imposta in misura fissa, ritenendo il pagamento del prezzo una condizione sospensiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo che la sentenza che dispone il trasferimento di un immobile condizionato al pagamento del prezzo è soggetta a imposta di registro proporzionale. Il pagamento del prezzo dipende infatti dalla volontà dell'acquirente e non costituisce una vera condizione sospensiva ai fini fiscali.
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Contratto preliminare di compravendita: no a recesso affrettato
La vicenda nasce da un contratto preliminare di compravendita immobiliare. L'Acquirente ha chiesto la risoluzione del contratto e la restituzione del doppio della caparra, lamentando l'assenza del certificato di abitabilità e difformità edilizie prima della stipula del definitivo. I Venditori hanno invece chiesto l'esecuzione specifica dell'obbligo di contrarre. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Acquirente, confermando le decisioni dei gradi precedenti. I giudici hanno chiarito che la mancanza delle menzioni urbanistiche non rende nullo il contratto preliminare, applicandosi tale sanzione solo ai contratti con effetti traslativi. Inoltre, i Venditori avevano tempestivamente richiesto il certificato di agibilità, poi ottenuto per silenzio-assenso. Infine, l'Acquirente non poteva inviare una diffida ad adempiere prima della scadenza del termine pattuito, non essendoci ancora un inadempimento effettivo dei Venditori.
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