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Art. 2909 Codice Civile — Anno 2026

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683 provvedimenti

Altri anni per Art. 2909 Codice Civile

Concessione di lavori pubblici: il Comune risarcisce il Fallimento
Un Comune concede a una società a capitale misto il diritto di superficie per realizzare un parcheggio multipiano. Dopo il fallimento della società, il Comune dichiara decaduta la concessione e acquisisce l'area. Il Consiglio di Stato annulla l'acquisizione, qualificando il rapporto come concessione di lavori pubblici. La Curatela fallimentare chiede quindi al giudice ordinario il risarcimento per l'occupazione illegittima. La Corte d'Appello dichiara il difetto di giurisdizione a favore del giudice amministrativo. Le Sezioni Unite della Cassazione annullano la decisione: poiché esiste un giudicato sulla natura di concessione di lavori pubblici e la controversia riguarda la fase esecutiva del rapporto paritetico, la giurisdizione spetta al giudice ordinario. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per la decisione sul risarcimento.
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Prelazione agraria: il riscatto fallisce senza prove certe
Un coltivatore e sua madre chiedevano il riscatto di un terreno agricolo venduto a terzi, sostenendo che il fondo fosse stato frazionato in modo fraudolento per escludere il loro diritto di prelazione agraria. Il Tribunale e la Corte d'Appello rigettavano la domanda per mancanza di prove sui requisiti necessari, rilevando anche che un precedente giudizio aveva escluso l'esistenza di un contratto di affitto sul fondo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, rigettando il ricorso del coltivatore. La Suprema Corte ha chiarito che, senza la prova rigorosa dei requisiti soggettivi e oggettivi previsti dalla legge, non è possibile esercitare il riscatto, e che l'esclusione di tali requisiti assorbe e rende irrilevanti le altre questioni sul prezzo o sul frazionamento del terreno.
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Nullità clausola indicizzazione: il cliente batte la finanziaria
Un utilizzatore di un contratto di leasing per un'imbarcazione ha contestato la validità della clausola che legava i canoni al tasso Libor e al rischio cambio. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando la nullità clausola indicizzazione per via della sua totale indeterminatezza. La clausola, infatti, non permetteva di calcolare in modo chiaro e preventivo le variazioni dei canoni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha stabilito che l'utilizzatore non deve pagare le somme richieste dalla società di leasing a titolo di rischio cambio, né i canoni successivi alla scadenza del contratto, avendo egli esercitato correttamente il diritto di riscatto del bene. La società di leasing perde il ricorso ed è condannata al pagamento delle spese processuali.
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Ammortamento dell’usufrutto: il fisco perde contro il costo storico
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società per rideterminare il valore dell'usufrutto di un immobile e ridurre le relative quote di ammortamento deducibili ai fini IRES e IRAP. L'ufficio finanziario ha utilizzato i criteri dell'imposta di registro anziché il corrispettivo effettivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che per l'ammortamento dell'usufrutto rileva il costo storico del bene e la differenza tra costo di acquisto e prezzo di cessione della nuda proprietà. Inoltre, la Corte ha applicato il principio del giudicato esterno, poiché i giudici avevano già annullato gli accertamenti per gli anni precedenti basati sullo stesso presupposto. L'avviso di accertamento è stato definitivamente annullato.
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Opposizione all’esecuzione: il Gestore Idrico batte l’Ente Locale
Il Gestore Idrico ha proposto opposizione all'esecuzione contro una cartella di pagamento per il canone di occupazione del suolo pubblico (COSAP). Il Tribunale ha accolto l'opposizione dichiarando l'esenzione. L'Ente Locale ha proposto appello, accolto in secondo grado. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione d'appello, dichiarando l'appello dell'Ente Locale inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che l'opposizione a cartella esattoriale per crediti non tributari costituisce una comune opposizione all'esecuzione. Poiché la sentenza di primo grado è stata pubblicata nel periodo in cui la legge escludeva l'appellabilità di tali decisioni, l'appello non poteva essere proposto. Di conseguenza, la sentenza di primo grado favorevole al Gestore Idrico è passata in giudicato.
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Giurisdizione appalti pubblici: risarciti i ritardi della PA
Un'impresa appaltatrice ha chiesto il risarcimento dei danni alla Pubblica Amministrazione per i ritardi accumulati nella fase di approvazione del progetto di un parcheggio multipiano, che hanno causato un andamento anomalo dei successivi lavori. La Corte d'Appello aveva dichiarato il difetto di giurisdizione, ritenendo competente il giudice amministrativo. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la giurisdizione appalti pubblici spetta al giudice ordinario civile. Poiché il contratto è stato regolarmente firmato ed eseguito, i ritardi della fase precedente si riflettono direttamente sul rapporto contrattuale, coinvolgendo diritti soggettivi delle parti e non semplici interessi legittimi. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello per la decisione sul merito dei danni richiesti.
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Licenziamento illegittimo: sì alla rivalutazione, no ai ricalcoli
Un lavoratore, dopo un licenziamento illegittimo avvenuto nel 1998, ottiene la reintegra e un risarcimento. Riscuote gran parte delle somme tramite pignoramento, ma avvia una nuova causa ordinaria per chiedere differenze retributive escluse dal calcolo e contributi INPS. La Corte d'Appello riduce le somme spettanti, eliminando anche una voce di rivalutazione non impugnata dall'azienda. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso del lavoratore. Stabilisce che i giudici d'appello non potevano eliminare la rivalutazione e gli interessi poiché l'azienda non aveva presentato un ricorso specifico su quel punto, violando il principio del giudicato interno. Conferma invece il rigetto delle altre richieste, poiché le contestazioni sulle somme già azionate andavano sollevate nella fase esecutiva. L'azienda è condannata a pagare la somma non impugnata.
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Definizione agevolata: stop alla causa tributaria in Cassazione
Una contribuente impugna un avviso di accertamento per redditi da partecipazione emesso dall'Agenzia delle Entrate. Dopo alterne vicende nei primi gradi di giudizio, la contribuente ricorre in Cassazione lamentando, tra l'altro, la mancata sospensione del processo in attesa della decisione sulla società partecipata. Nelle more del giudizio di legittimità, la contribuente aderisce alla definizione agevolata dei carichi esattoriali (cosiddetta rottamazione), documentando il pagamento delle prime rate. La Corte di Cassazione, preso atto dell'avvenuto pagamento e dell'istanza presentata, dichiara l'estinzione del giudizio per cessata materia del contendere, ponendo le spese a carico di chi le ha anticipate e confermando che non è dovuto alcun raddoppio del contributo unificato.
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Socio di fatto: la Cassazione cancella le tasse ingiuste
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a un contribuente, considerandolo socio di fatto di una s.r.l. per l'anno d'imposta 2009 e richiedendo maggiori imposte. Il contribuente ha impugnato l'atto negando tale qualifica. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente. I giudici hanno rilevato che una precedente sentenza definitiva (giudicato esterno) aveva già escluso categoricamente che il contribuente fosse socio di fatto della società per lo stesso anno d'imposta. Di conseguenza, venendo meno il presupposto fondamentale dell'atto impositivo, la Suprema Corte ha cassato la decisione d'appello e ha accolto definitivamente il ricorso originario del contribuente, annullando le pretese del fisco.
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Socio di fatto e fisco: la Cassazione cancella le tasse ingiuste
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento per tasse non pagate nel 2009 nei confronti di un cittadino, accusandolo di essere il socio di fatto di una società a responsabilità limitata. Il contribuente ha impugnato l'atto negando qualsiasi ruolo nella gestione della società. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente. I giudici hanno rilevato che una precedente sentenza definitiva aveva già escluso la qualifica di socio di fatto per lo stesso anno d'imposta e per la stessa società. Di conseguenza, essendosi formato un giudicato esterno vincolante, è venuto meno il presupposto stesso dell'accertamento fiscale. La Suprema Corte ha quindi annullato definitivamente l'atto impositivo.
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Compenso professionale dell’avvocato: no all’accordo verbale
Un avvocato ha assistito un'associazione in due cause civili, richiedendo successivamente il pagamento delle proprie spettanze. L'associazione si è opposta, sostenendo l'esistenza di un accordo verbale di gratuità in cambio di favori commerciali. Il Tribunale ha accolto la domanda del legale, ritenendo nullo l'accordo verbale per mancanza di forma scritta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'associazione. I giudici hanno chiarito che il compenso professionale dell'avvocato, compreso l'eventuale patto di gratuità, deve essere stipulato obbligatoriamente per iscritto a pena di nullità. Di conseguenza, l'associazione ha perso la causa ed è stata condannata a pagare i parametri medi per le prestazioni ricevute, oltre al raddoppio del contributo unificato.
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Reintegrazione e stipendio ridotto: sì alle differenze retributive
Un lavoratore, dopo l'annullamento del suo licenziamento illegittimo, veniva reintegrato dall'azienda. Tuttavia, l'azienda pretendeva di corrispondergli uno stipendio inferiore rispetto a quello precedentemente percepito e accertato in giudizio. Il lavoratore ha quindi agito in giudizio per ottenere le differenze retributive. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del dipendente, riconoscendo la continuità del rapporto di lavoro e il diritto a mantenere la retribuzione originaria. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la reintegrazione ripristina il rapporto originario e che sarebbe contraddittorio calcolare il risarcimento del danno su una retribuzione globale di fatto più alta per poi applicare uno stipendio inferiore alla ripresa del servizio. Di conseguenza, il lavoratore ha vinto la causa, ottenendo il pagamento di tutte le somme spettanti.
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Riscatto della previdenza complementare: sì dopo l’accordo
Un ex dipendente bancario, dopo aver firmato un accordo transattivo con l'azienda per la risoluzione del rapporto di lavoro, si è visto negare la pensione integrativa per mancanza di requisiti. Ha quindi richiesto il riscatto della previdenza complementare, ossia la restituzione dei contributi accumulati. L'azienda e il fondo pensione si sono opposti, sostenendo che l'accordo iniziale avesse natura tombale e precludesse ogni pretesa. La Corte di Cassazione ha invece dato ragione al lavoratore, stabilendo che la transazione sul rapporto di lavoro non si estende ai diritti previdenziali integrativi, a meno di una rinuncia esplicita. Inoltre, il riscatto della previdenza complementare spetta anche nei fondi a prestazione definita al momento della cessazione del rapporto, rappresentando un diritto autonomo e inderogabile rispetto alla pensione stessa.
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Sanzioni civili Gestione separata: l’avvocato evita la multa
Un'avvocatessa ha impugnato la decisione che la obbligava a pagare contributi e sanzioni all'INPS per gli anni 2009 e 2010 a causa della mancata iscrizione alla Gestione Separata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il motivo relativo all'obbligo contributivo per difetto di autosufficienza del ricorso. Tuttavia, ha accolto il secondo motivo riguardante le sanzioni. Richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 104/2022, la Suprema Corte ha stabilito che per i periodi precedenti al 2011 non sono dovute le sanzioni civili Gestione separata da parte dei professionisti non iscritti alla Cassa forense. Di conseguenza, la ricorrente vince parzialmente: l'obbligo di pagare i contributi resta valido, ma viene annullato l'obbligo di pagare le sanzioni civili per le annualità contestate.
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Pensione integrativa: la liquidazione esclude la rivalutazione
Un gruppo di ex dipendenti bancari ha richiesto il pagamento di differenze sulla pensione integrativa per il periodo 2013-2017, basandosi su un precedente giudicato che riconosceva loro la perequazione automatica. Tuttavia, i lavoratori avevano precedentemente scelto di convertire la propria pensione mensile in un capitale unico tramite la capitalizzazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei pensionati rimasti in causa, confermando che la scelta di ricevere la pensione integrativa sotto forma di liquidazione in un'unica soluzione estingue definitivamente il rapporto previdenziale periodico. Di conseguenza, viene meno anche il diritto a richiedere successivi adeguamenti o perequazioni mensili, poiché non esiste più una rendita periodica da rivalutare. Alcuni ricorrenti hanno invece conciliato la lite prima della decisione.
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Svalutazione delle partecipazioni: no alla deduzione anticipata
Una società, prima di essere cancellata dal registro delle imprese, ha dedotto fiscalmente una perdita derivante dalla svalutazione delle partecipazioni in un'altra azienda in crisi. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, ritenendola indeducibile. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della deduzione. I giudici hanno chiarito che la svalutazione delle partecipazioni non è assimilabile a una perdita su crediti e non è deducibile fino al momento del reale realizzo, ossia la vendita della quota o la chiusura della liquidazione della società partecipata. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del liquidatore per perdita di capacità processuale della società estinta, respingendo l'appello dei soci e condannandoli al pagamento delle spese.
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Giudicato di reintegrazione: stop a trattenute arbitrarie
Un lavoratore, a seguito dell'annullamento del licenziamento, ottiene un giudicato di reintegrazione che condanna l'azienda a pagargli le retribuzioni arretrate e lui a restituire il TFR ricevuto. Il lavoratore notifica un precetto per riscuotere le somme, ma l'azienda si oppone contestando la liquidità del credito e chiedendo di trattenere anche l'indennità di preavviso. La Corte d'Appello riduce l'importo del precetto. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso del lavoratore: stabilisce che l'azienda non poteva trattenere l'indennità di preavviso se questa non era prevista nel titolo originario e che i giudici d'appello avrebbero dovuto esaminare la prescrizione del diritto alla restituzione delle somme. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Mancata impugnazione dell’accertamento: addio ricorsi successivi
Una società alberghiera ha impugnato un'ingiunzione di pagamento per la tassa rifiuti (TARSU), lamentando la mancata notifica del precedente avviso di accertamento e l'esistenza di una sentenza favorevole che aveva rideterminato le superfici tassabili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente. I giudici hanno chiarito che l'avviso di accertamento originario era stato regolarmente notificato e, non essendo stato impugnato nei termini, era ormai definitivo. La mancata impugnazione dell'accertamento rende incontestabile il debito d'imposta originario. La precedente sentenza favorevole riguardava solo una pretesa integrativa del Comune per superfici maggiori e non poteva travolgere l'atto iniziale ormai consolidato. Di conseguenza, la società perde la causa e deve pagare le imposte e le spese legali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite sulla TARI
Un Comune ha notificato a una società un avviso di pagamento TARI per l'anno 2020. La società ha impugnato l'atto nei vari gradi di giudizio, fino a proporre ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo su tutte le annualità pendenti. Di conseguenza, la società ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha preso atto della rinuncia, dichiarando l'estinzione del giudizio. Non essendovi stata attività difensiva da parte del Comune, rimasto intimato, non è stata pronunciata condanna alle spese, né sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.
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Improcedibilità del ricorso per cassazione: la forma batte la sostanza
Una società consorziata ha citato in giudizio un consorzio e un comune per ottenere il trasferimento di un lotto di terreno e il risarcimento dei danni da ritardo. Dopo il rigetto delle domande nei primi due gradi di giudizio, la società ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso per cassazione perché la ricorrente, pur avendo dichiarato che la sentenza d'appello le era stata notificata, non ha depositato la copia della sentenza munita della relata di notifica entro i termini di legge. Questo errore formale ha impedito ai giudici di verificare la tempestività dell'impugnazione, determinando la sconfitta della società e la sua condanna al pagamento delle spese processuali.
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