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Art. 2909 Codice Civile — Anno 2026

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683 provvedimenti

Altri anni per Art. 2909 Codice Civile

Eccesso di potere giurisdizionale: stop al ricorso sulla revoca
Una societa privata riceve l'autorizzazione per realizzare un deposito di gas in un'area costiera protetta. Successivamente, una norma statale vieta gli impianti di stoccaggio nei siti patrimonio dell'umanita per tutelare l'ambiente e la sicurezza pubblica. L'autorizzazione viene revocata con il riconoscimento di un indennizzo parziale. La societa impugna il provvedimento chiedendo il risarcimento dei danni, ma il Consiglio di Stato rigetta il ricorso confermando la legittimita della revoca e dell'indennizzo. La societa propone ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione denunciando un presunto eccesso di potere giurisdizionale per sconfinamento nel merito amministrativo e nella competenza di altri giudici. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Corte chiarisce che il giudizio di legittimita non riscontra un eccesso di potere giurisdizionale quando il giudice amministrativo si limita a rigettare le domande del privato confermando la correttezza dell'operato pubblico. La societa perde la causa ed e condannata al pagamento delle spese processuali.
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Annullamento dell’atto presupposto: sanzioni doganali cancellate
L'Agenzia delle Dogane ha rettificato il valore di due auto di lusso e ricambi importati dagli USA da una società italiana, irrogando le relative sanzioni. La società ha impugnato l'atto sanzionatorio, ottenendone l'annullamento nei gradi di merito poiché l'avviso di rettifica del valore doganale era già stato annullato in un giudizio separato. L'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'annullamento definitivo dell'avviso di rettifica del valore doganale comporta l'automatico annullamento dell'atto presupposto e la caducazione delle sanzioni collegate, in base al principio dell'effetto espansivo esterno. L'Agenzia è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Azione revocatoria: il fallimento non ferma il fisco
Una società riceveva pagamenti per l'affitto di un capannone da un'impresa poi fallita. Il Ministero, creditore dell'impresa fallita per danno erariale, otteneva l'inefficacia di tali pagamenti tramite un'azione revocatoria davanti alla Corte dei conti. Successivamente, l'Agente della Riscossione emetteva una cartella di pagamento da 604 mila euro contro la società beneficiaria per recuperare le somme. La società si opponeva, sostenendo che il fallimento dell'impresa bloccasse l'azione del singolo creditore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'azione revocatoria del singolo creditore è legittima se il curatore fallimentare non subentra o non avvia un'azione analoga. Inoltre, una precedente decisione definitiva tra le stesse parti impediva di ridiscutere la questione. La società è stata condannata a pagare le spese legali.
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Sconto tariffario ASL: il giudicato interno blocca il giudice
Una struttura sanitaria privata ha richiesto all'Azienda Sanitaria il pagamento di prestazioni eseguite per conto del servizio pubblico, contestando l'applicazione di uno sconto tariffario. Il Tribunale ha accolto la domanda, riconoscendo implicitamente la validità del rapporto di accreditamento. In appello, il giudice ha rigettato la richiesta rilevando d'ufficio la nullità dei contratti per mancanza di prova sull'accreditamento. La Cassazione ha annullato la decisione d'appello, stabilendo che la validità del rapporto era ormai coperta da giudicato interno, poiché l'Azienda Sanitaria non aveva contestato questo specifico punto nel suo ricorso in appello. Di conseguenza, il giudice di secondo grado non poteva sollevare d'ufficio la questione della nullità.
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Indebito arricchimento: sì all’indennizzo anche senza contratto
Un professionista ha chiesto il pagamento per la progettazione di una stazione ferroviaria all'Ente Ferroviario. La prima domanda contrattuale è stata respinta perché il rapporto era con un terzo appaltatore. Successivamente, l'Ente ha chiesto la restituzione delle somme anticipate. Il professionista si è opposto chiedendo un indennizzo per indebito arricchimento. I giudici di merito hanno ritenuto la questione preclusa dal precedente giudicato. La Cassazione ha accolto il ricorso del professionista: l'azione di indebito arricchimento ha una causa petendi diversa rispetto all'azione contrattuale, escludendo l'operatività del giudicato. La causa è stata rinviata per l'esame nel merito.
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Mansioni superiori nel pubblico impiego: no al doppio ricorso
Il Lavoratore, dipendente di un Comune, ha chiesto il riconoscimento dell'inquadramento professionale superiore per aver sostituito un collega assente svolgendo mansioni di autista e gestione dell'autoparco. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda, rilevando l'esistenza di un precedente giudicato esterno (una sentenza del 2011 sullo stesso oggetto passata in giudicato) e la mancata prova dello svolgimento prevalente di mansioni superiori nel pubblico impiego. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Lavoratore, confermando che la precedente sentenza aveva già deciso sul merito della questione e che il Lavoratore non ha dimostrato la prevalenza qualitativa e temporale delle mansioni rivendicate. Il Lavoratore perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali.
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Esenzione IMU alloggi sociali: Ente batte Comune in Cassazione
Un Ente pubblico per l'edilizia residenziale ha impugnato un avviso di accertamento IMU emesso da un Comune. L'Ente chiedeva l'applicazione dell'esenzione IMU alloggi sociali per i propri immobili destinati a edilizia popolare. I giudici di appello avevano negato l'esenzione, ritenendo applicabile solo una detrazione fissa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Ente. I giudici di legittimità hanno chiarito che gli ex istituti autonomi per le case popolari hanno diritto all'esenzione totale per gli immobili che possiedono i requisiti ministeriali di alloggio sociale. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado per un nuovo esame basato su questo principio.
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Esenzione IMU alloggi popolari: decide l’assegnazione, non l’uso
Un Ente di Edilizia Pubblica ha impugnato un avviso di accertamento IMU emesso da un Comune per l'anno 2013. Il Comune pretendeva il pagamento dell'imposta sugli alloggi popolari, sostenendo che l'esenzione richiedesse l'effettiva occupazione dell'immobile come abitazione principale da parte degli assegnatari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente, stabilendo che per ottenere l'esenzione IMU alloggi popolari è sufficiente la regolare assegnazione dell'immobile. Esiste infatti una presunzione di regolare gestione degli alloggi pubblici, e spetta al Comune dimostrare l'eventuale decadenza dall'assegnazione. Inoltre, i giudici d'appello hanno violato il giudicato interno, avendo revocato agevolazioni già riconosciute in primo grado e non contestate dal Comune. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Detrazione IMU alloggi popolari: basta l’assegnazione
Un Ente Gestore di case popolari ha impugnato l'avviso di accertamento IMU emesso da un Comune. Il Comune negava la detrazione IMU alloggi popolari per gli immobili non effettivamente abitati dagli assegnatari. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado dava ragione al Comune, sostenendo che l'esenzione richiedesse l'uso come abitazione principale e che l'Ente dovesse provarlo. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che per la detrazione IMU alloggi popolari basta la regolare assegnazione dell'alloggio. Spetta al Comune dimostrare l'eventuale decadenza dall'assegnazione. Inoltre, i giudici d'appello hanno violato il giudicato interno confermando l'accertamento anche per la parte già vinta dall'Ente in primo grado e non impugnata dal Comune. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Gestore, rinviando la causa per un nuovo giudizio.
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Indennità di occupazione legittima: vince il valore di mercato
I Proprietari di alcuni terreni subiscono un'occupazione d'urgenza da parte del Comune per la costruzione di alloggi popolari. Scaduti i termini senza un regolare esproprio, i terreni risultano irreversibilmente trasformati. I Proprietari avviano un giudizio per ottenere il risarcimento del danno e l'indennità di occupazione legittima. Dopo varie vicende, il risarcimento viene liquidato in via definitiva, mentre la richiesta di indennità viene riproposta successivamente. I giudici di merito rigettano la domanda ritenendo che il precedente giudicato sul valore del terreno blocchi il ricalcolo dell'indennità. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei Proprietari: la richiesta di risarcimento e quella per l'indennità di occupazione legittima sono autonome. Il giudicato sul risarcimento non impedisce di ricalcolare l'indennità basandosi sul valore venale pieno del bene, applicando gli effetti di incostituzionalità delle vecchie norme riduttive.
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Giudizio di ottemperanza: lo Stato deve pagare anche senza fondi
Un'azienda ha ottenuto il diritto al rimborso di oltre 13.000 euro per agevolazioni fiscali legate a calamità naturali. Poiché l'Agenzia delle Entrate non ha pagato, l'azienda ha avviato un giudizio di ottemperanza. I giudici di merito hanno respinto la richiesta sostenendo che lo Stato avesse esaurito i fondi stanziati. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda. I giudici di legittimità hanno stabilito che la mancanza di fondi pubblici non cancella il diritto del contribuente. Nel giudizio di ottemperanza, il giudice deve attivare tutte le procedure necessarie, come la nomina di un commissario ad acta o l'emissione di un ordine di pagamento in conto sospeso, per garantire il pagamento integrale del credito accertato.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: Cassazione frena il Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società per l'anno 2010, contestando l'utilizzo di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti. La Società si è difesa invocando sentenze favorevoli passate in giudicato per altre annualità e l'assoluzione penale del proprio amministratore. I giudici d'appello hanno rigettato i ricorsi della Società. La Corte di Cassazione ha invece accolto parzialmente il ricorso della Società, cassando la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici di merito hanno omesso di pronunciarsi su eccezioni formali decisive (validità dell'accertamento e sanzioni) e hanno liquidato l'assoluzione penale dell'amministratore con una motivazione meramente apparente, definendola marginale senza spiegarne il motivo. Ora la causa dovrà essere interamente riesaminata.
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Inerenza delle passività: mutuo non deducibile nel conferimento
Una Società e un'Azienda Agricola hanno impugnato la rideterminazione dell'imposta di registro su un conferimento societario di terreni edificabili. Le contribuenti volevano dedurre dalla base imponibile l'importo di un mutuo ipotecario accollato alla società. L'Agenzia delle Entrate ha negato la deduzione per mancanza del requisito di inerenza delle passività, ritenendo il mutuo un debito personale del socio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle contribuenti, confermando che, per ridurre il valore imponibile del conferimento, è indispensabile dimostrare l'inerenza delle passività all'immobile o all'oggetto sociale. Non avendo fornito prove sulle spese di valorizzazione dei terreni, le società perdono la causa e devono pagare le spese di giudizio.
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Diseredato ma tutelato: l’azione di riduzione non si perde
Due fratelli si scontrano sull'eredità materna. La madre aveva nominato unico erede il primo fratello, escludendo il secondo. In una precedente causa per spese condominiali, il secondo fratello si era difeso dimostrando di essere stato diseredato. Il primo fratello sostiene che tale difesa equivalga a una rinuncia tacita alla quota di legittima. La Corte di Cassazione rigetta questa tesi: difendersi in un giudizio non costituisce un comportamento concludente di rinuncia. Il secondo fratello, pur essendo stato escluso dal testamento, conserva il diritto di esercitare l'azione di riduzione per ottenere la sua quota di legittima. Viene inoltre confermato il blocco della divisione dei beni ereditari a causa di gravi abusi edilizi non sanati.
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Motivazione apparente: azienda vince contro sentenza vuota
Un lavoratore ha ottenuto un provvedimento d'urgenza per essere assunto da un'azienda con la qualifica del precedente impiego. Successivamente, ha chiesto l'inquadramento a un livello superiore del contratto collettivo applicato dall'azienda. La Corte d'Appello ha dato ragione al lavoratore, ritenendo che la questione fosse ormai chiusa per via di un precedente giudicato. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, dichiarando la nullità della sentenza per motivazione apparente. I giudici d'appello non hanno spiegato in modo logico perché il precedente provvedimento, basato su un altro contratto collettivo, dovesse coprire anche il nuovo inquadramento. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Riproponibilità della domanda: l’errore formale non cancella il diritto
Uno Studio Professionale richiede a un'Azienda i compensi per un'operazione di scissione societaria. Nel primo giudizio, la richiesta viene dichiarata inammissibile perché tardiva, sebbene il giudice inserisca anche considerazioni di merito. Lo Studio non impugna la decisione ma avvia una nuova causa. La Corte d'Appello nega la riproponibilità della domanda, ritenendo che il primo giudice avesse deciso nel merito. La Cassazione accoglie il ricorso dello Studio: le argomentazioni di merito espresse "ad abundantiam" dopo una pronuncia di rito non creano un giudicato sostanziale. Di conseguenza, sussiste la piena riproponibilità della domanda in un nuovo processo. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Giudicato esterno tributario: stop alle pretese TARI del Comune
Un'azienda ha contestato un avviso di rettifica TARI emesso dal Comune, che pretendeva di tassare un'area esterna precedentemente esclusa da una sentenza definitiva. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado aveva dato ragione al Comune, ritenendo l'area operativa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo l'importanza del giudicato esterno tributario. Poiché una precedente sentenza irrevocabile aveva già stabilito l'esclusione di quell'area dalla tassazione per lo stesso anno d'imposta, il Comune non poteva emettere un nuovo atto in contrasto con tale decisione. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per ricalcolare il tributo dovuto.
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Finanziamento agevolato per rilocalizzazione: no a doppi negozi
Una società commerciale, dopo aver ottenuto un prestito per danni alluvionali, richiedeva un finanziamento agevolato per rilocalizzazione per trasferire l'attività in una zona sicura, pretendendo l'estinzione automatica del precedente debito. La banca rifiutava l'estinzione poiché la società aveva mantenuto attive entrambe le sedi per oltre dieci anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che l'estinzione del vecchio debito non è automatica ma presuppone l'effettiva chiusura del sito originario a rischio. La Suprema Corte ha confermato che la mancata dismissione della vecchia sede esclude i benefici della rilocalizzazione, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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Demolizione di immobile abusivo: eseguirla non è mai un illecito
I Proprietari di un terreno chiedono il risarcimento dei danni per la demolizione di immobile abusivo (un capannone parzialmente abusivo sul loro fondo) eseguita dalla Società Acquirente del terreno confinante e dal Direttore dei Lavori. I Proprietari sostengono di aver rinunciato alla demolizione, precedentemente ordinata da un giudice, e che l'ingresso nel loro fondo sia stato un accesso abusivo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei Proprietari. I giudici chiariscono che la Società Acquirente, avendo accettato nel contratto di acquisto gli obblighi della precedente sentenza, è subentrata legittimamente nel dovere di demolire. L'esecuzione di un ordine del giudice non costituisce un atto illecito, anche se compiuto senza la collaborazione dei Proprietari, e la demolizione del manufatto non può generare un danno risarcibile poiché rappresenta proprio la soddisfazione del diritto originario dei Proprietari.
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Imposta comunale sulla pubblicità: sì al cumulo ma tariffe base
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune contro una società pubblicitaria per i canoni del 2016. I giudici hanno stabilito che, in assenza di un regolamento comunale valido per il passaggio al nuovo canone sostitutivo (CIMP), continua ad applicarsi la previgente Imposta comunale sulla pubblicità. Inoltre, l'imposta sulla pubblicità e il canone patrimoniale per l'occupazione del suolo pubblico sono cumulabili perché colpiscono presupposti diversi. Tuttavia, le tariffe maggiorate deliberate prima del 2012 non sono applicabili per gli anni successivi al 2013, rendendo parzialmente nulli gli accertamenti basati su tali aumenti. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio per ricalcolare l'importo dovuto.
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