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Art. 2909 Codice Civile — Anno 2023

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853 provvedimenti

Altri anni per Art. 2909 Codice Civile

Lavoro festivo e domenicale: azienda perde contro le dipendenti
Due dipendenti chiedono il pagamento delle maggiorazioni e dei riposi compensativi per il lavoro svolto di domenica e nei giorni festivi durante il periodo natalizio. Una precedente sentenza definitiva aveva già riconosciuto questo diritto. L'Azienda esegue solo in parte la decisione, spingendo le lavoratrici a fare nuovamente causa. La Corte d'Appello dà ragione alle dipendenti. L'Azienda ricorre in Cassazione, sostenendo che non spettasse un ulteriore giorno di riposo. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. L'Azienda ha violato il principio di autosufficienza, non avendo riportato nel ricorso il testo esatto della precedente sentenza. Vince il lavoratore: l'Azienda deve pagare le differenze retributive e le spese di giudizio. Il tema centrale riguarda il lavoro festivo e domenicale.
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Risarcimento danni da demansionamento: stop ai doppi indennizzi
Il Lavoratore ha richiesto il risarcimento danni da demansionamento e la reintegrazione presso la Banca Cedente, contestando la cessione del ramo d'azienda alla Società Cessionaria. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la reintegrazione per precedente contenzioso e ha rigettato la domanda risarcitoria. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso del Lavoratore. I giudici hanno chiarito che la richiesta di risarcimento copre anche i danni futuri maturati durante il processo, a meno che non vi sia un'esplicita limitazione temporale da parte del ricorrente. Di conseguenza, il precedente giudicato precludeva una nuova richiesta per lo stesso periodo. Per il periodo successivo alla cessione, la responsabilità ricade unicamente sulla Società Cessionaria, ma le accuse del Lavoratore sono state ritenute troppo generiche e prive di prove concrete sul danno alla professionalità.
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Impugnazione estratto di ruolo: quando il ricorso è inutile
Il Contribuente ha proposto ricorso contro l'Agente della Riscossione contestando un estratto di ruolo contenente due cartelle di pagamento e un avviso di accertamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione estratto di ruolo non è direttamente consentita dalla legge, a meno che il debitore non dimostri un pregiudizio concreto e tassativo, come l'esclusione da appalti pubblici o la perdita di benefici amministrativi. Poiché il Contribuente non ha provato alcuno di questi specifici danni, l'azione legale è stata bloccata all'origine. Le spese di giudizio sono state compensate tra le parti a causa del mutamento della normativa durante il processo.
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Revocazione della sentenza: ko del contribuente contro il fisco
Il Contribuente ha proposto ricorso per la revocazione della sentenza con cui la Corte di Cassazione aveva confermato un avviso di accertamento per omessa dichiarazione di ricavi da attività alberghiera abusiva. Il Contribuente sosteneva che la Corte avesse ignorato un precedente giudicato esterno favorevole riguardante altre annualità e basato sui consumi elettrici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il giudicato esterno in materia tributaria non si applica a elementi variabili come i consumi di utenze, che cambiano di anno in anno. Inoltre, la revocazione della sentenza di Cassazione per contrasto di giudicati non è ammessa dalla legge. Il Contribuente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Definizione agevolata negata: il giudicato chiude la lite col Fisco
Il Contribuente ha impugnato per revocazione una sentenza della Corte di Cassazione riguardante un accertamento fiscale per omessa dichiarazione di redditi di un agriturismo. Nelle more, ha richiesto l'estinzione del giudizio per definizione agevolata ai sensi della legge n. 130/2022. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile sia la richiesta di definizione agevolata sia il ricorso principale. I giudici hanno chiarito che la pendenza del termine per la revocazione non impedisce il passaggio in giudicato della sentenza. Di conseguenza, la lite non può considerarsi pendente ai fini della sanatoria fiscale. Inoltre, la Corte ha escluso la presenza di un errore revocatorio decisivo, poiché i consumi di utenze elettriche e idriche variano di anno in anno e non costituiscono un elemento permanente idoneo a vincolare i periodi d'imposta successivi. Il Contribuente è stato condannato al pagamento delle spese.
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Verificazione di scrittura privata: firma vera ma confini da rifare
Il Primo Proprietario contesta i confini con I Vicini, lamentando l'abusiva costruzione di un ampliamento edilizio a distanza illegittima. I Vicini oppongono una scrittura privata che stabilisce i confini, la cui firma viene accertata come autentica in un separato giudizio. La Corte d'Appello ritiene che tale accertamento vincoli la determinazione dei confini. La Cassazione accoglie il ricorso del Primo Proprietario, chiarendo che la verificazione di scrittura privata accerta solo la paternità della firma, ma non la verità del contenuto del documento o la validità dell'accordo sui confini. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Servitù di veduta: la privacy vince sul tempo immemorabile
I proprietari di un giardino hanno citato in giudizio il vicino per ottenere la chiusura di alcune finestre e di una veranda, ritenute abusive perché aperte a distanza inferiore a quella legale, e la regolarizzazione di alcune luci. Il vicino si è difeso sostenendo di aver acquistato una servitù di veduta per usucapione o per possesso immemorabile, e che un precedente giudizio sulle distanze tra edifici avesse già risolto la questione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del vicino. I giudici hanno chiarito che il precedente processo riguardava solo le distanze tra costruzioni per ragioni di igiene, mentre questo riguarda la tutela della riservatezza. Senza prove scritte o testimoniali dell'acquisto, non esiste alcuna servitù di veduta e le aperture abusive vanno eliminate.
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Riconoscimento del debito contributivo: condanna da un milione
Un avvocato ha contestato la richiesta della Cassa Forense di pagare oltre un milione di euro di contributi previdenziali arretrati dal 1980. Il professionista sosteneva che un precedente accordo transattivo fosse nullo e che il debito fosse prescritto. La Corte d'Appello, pur dichiarando inefficace la transazione, ha condannato il professionista al pagamento. La decisione si fonda su una lettera del 2003 in cui l'avvocato chiedeva un condono e manifestava l'intenzione di iscriversi tardivamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che tale missiva costituisce un valido riconoscimento del debito contributivo. Questo atto ha interrotto la prescrizione, rendendo legittima la richiesta di pagamento della Cassa Forense. Il professionista perde la causa e deve saldare il debito previdenziale oltre alle spese legali.
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Eccezione di inadempimento: chi deve provare l’adempimento?
Un'impresa di servizi ecologici richiede il pagamento del corrispettivo a due società subentrate, che avevano accettato di pagare le fatture su indicazione del committente originario. Le società interrompono i pagamenti sollevando contestazioni sulla qualità del servizio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'impresa creditrice. Il principio cardine stabilisce che, di fronte a un'eccezione di inadempimento sollevata dalla controparte, spetta al creditore che agisce per il pagamento dimostrare di aver eseguito correttamente e interamente la propria prestazione. Non sussiste inoltre un litisconsorzio necessario tra i condebitori in solido, potendo il creditore agire autonomamente contro ciascuno di essi.
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Definizione agevolata: no alla sanatoria per sentenze definitive
Il Contribuente ha impugnato per revocazione una sentenza della Corte di Cassazione che confermava un accertamento fiscale per omessa dichiarazione di ricavi di un'attività alberghiera a Ischia. Durante il giudizio, il Contribuente ha richiesto l'estinzione del processo per aver aderito alla definizione agevolata delle liti pendenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile sia la richiesta di definizione agevolata sia il ricorso principale. I giudici hanno chiarito che la definizione agevolata non si applica se la sentenza di Cassazione è già passata in giudicato, poiché la pendenza del termine per la revocazione non impedisce il passaggio in giudicato. Inoltre, l'errore di fatto contestato non riguardava elementi permanenti della pretesa fiscale, rendendo inammissibile anche la revocazione.
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Cancellazione dall’albo dei cassazionisti: difesa salva
Un cittadino si oppone al preavviso di iscrizione ipotecaria notificato da un ente pubblico per il recupero di un credito risarcitorio. Dopo il rigetto nei primi gradi, il ricorrente propone ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio, emerge la cancellazione dall'albo dei cassazionisti del suo unico difensore. La Corte di Cassazione, per garantire l'effettività del diritto di difesa, dispone il rinvio a nuovo ruolo della causa. Questa decisione consente al ricorrente di ricevere personalmente la notifica del rinvio e di nominare un nuovo avvocato abilitato, evitando l'interruzione automatica del processo ma tutelando il diritto a una difesa tecnica attiva.
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Terreni contesi: la simulazione del contratto blocca i proprietari
I Proprietari di alcuni terreni agricoli hanno chiesto la restituzione dei fondi e il risarcimento per l'occupazione illegittima da parte degli Affittuari. Questi ultimi si sono difesi eccependo la simulazione del contratto d'affitto agrario, sostenendo che l'accordo non fosse mai stato voluto né eseguito. La Corte d'Appello ha accolto la tesi degli Affittuari, dichiarando nullo il rapporto. I Proprietari si sono quindi rivolti alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso dei Proprietari. La Suprema Corte ha chiarito che i ricorrenti non hanno rispettato il principio di autosufficienza, omettendo di trascrivere integralmente i documenti e le sentenze precedenti su cui si basavano le loro difese. Di conseguenza, la simulazione del contratto accertata nei gradi di merito rimane valida e i Proprietari perdono la causa, venendo condannati a pagare le spese processuali.
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Opposizione a precetto: la riduzione del danno non lo annulla
Una lavoratrice ha ottenuto una sentenza favorevole per il risarcimento dei danni da trasferimento illegittimo e ha notificato un atto di precetto all'azienda. Successivamente, la Corte d'Appello ha ridotto l'importo del risarcimento. L'azienda ha proposto opposizione a precetto e i giudici di merito hanno dichiarato nullo l'intero precetto. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la riduzione della somma in appello non cancella del tutto il diritto di credito. Il precetto non doveva essere annullato, ma semplicemente ridotto nel suo ammontare. Per questo motivo, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della lavoratrice, annullando la decisione precedente e disponendo un nuovo esame della vicenda.
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Servitù di pubblico passaggio: galleria privata ma tassa dovuta
Una società che gestisce un bar in una galleria privata si opponeva al pagamento del canone per l'occupazione del suolo pubblico richiesto dal Comune. La società sosteneva che l'area antistante il locale fosse privata e non soggetta a passaggi pubblici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che sulla galleria grava una servitù di pubblico passaggio. I giudici hanno accertato che l'area è destinata al transito pedonale della collettività sin dagli anni Quaranta, sia in forza di una convenzione originaria con i costruttori, sia per l'uso continuo e generalizzato da parte dei cittadini. Di conseguenza, l'occupazione dello spazio con tavoli e strutture commerciali è soggetta al pagamento della tassa comunale.
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Tassa occupazione suolo pubblico: si paga anche sull’area privata
Una società commerciale, proprietaria di un bar situato in una galleria privata, si è opposta all'ingiunzione di pagamento del Comune per la tassa occupazione suolo pubblico (COSAP). La società sosteneva che l'area fosse privata e non soggetta a servitù di passaggio pubblico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la galleria, pur essendo di proprietà privata, è storicamente aperta al transito pedonale della collettività. Di conseguenza, anche sulle aree private gravate da questo passaggio pubblico è pienamente dovuta la tassa occupazione suolo pubblico. La società è stata condannata a pagare la somma richiesta e le spese legali.
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Usucapione della servitù di veduta: stop alla sopraelevazione
Una coppia di proprietari ha avviato la sopraelevazione del proprio immobile. I vicini si sono opposti, rivendicando il diritto di affaccio da un terrazzo e da una finestra. I costruttori sostenevano che un vecchio accordo del 1966 escludesse tale diritto. La Corte d'Appello ha invece dato ragione ai vicini, ordinando l'arretramento della nuova costruzione a un metro e mezzo di distanza. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso dei costruttori. I giudici hanno chiarito che le decisioni prese in un precedente giudizio possessorio non bloccano la causa sulla proprietà. Inoltre, è stata confermata l'avvenuta usucapione della servitù di veduta, poiché i testimoni hanno dimostrato che le finestre erano aperte e utilizzate fin dal 1960, superando ampiamente il termine dei venti anni previsto dalla legge.
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Regolamento di competenza inammissibile nella lite per l’acqua
Una società agricola lamentava lo spoglio del possesso d'acqua per l'irrigazione dei propri terreni a causa dell'installazione di una paratoia da parte di due consorzi di bonifica. Il Tribunale di Cremona, in sede di reclamo possessorio, dichiarava la propria incompetenza a favore del Tribunale delle Acque Pubbliche. La società proponeva quindi regolamento di competenza dinanzi alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che i provvedimenti emessi nella fase cautelare del giudizio possessorio non sono definitivi né decisori. Di conseguenza, tali ordinanze non possono essere impugnate con il regolamento di competenza, potendo la questione essere riproposta solo nel successivo giudizio di merito.
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Cancellazione della società dal registro delle imprese: debiti
Due ex soci di una società estinta avviano un pignoramento contro una banca per recuperare un credito accertato in giudizio. La banca si oppone all'esecuzione, sostenendo che la cancellazione della società dal registro delle imprese avesse estinto il credito e che vi fosse un errore sull'identità del debitore indicato nel titolo. La Corte d'Appello respinge l'opposizione ritenendo la questione della successione già coperta da precedente giudicato. La Cassazione, tuttavia, accoglie parzialmente il ricorso della banca: sebbene la cancellazione della società dal registro delle imprese non estingua il credito (che si trasferisce ai soci), il giudice d'appello ha omesso di esaminare l'eccezione sull'esatta identificazione del soggetto debitore. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Trasferimento d’azienda: lavoratori esclusi senza limiti di tempo
Alcuni lavoratori hanno fatto causa alla vecchia e alla nuova società per ottenere il riconoscimento del loro passaggio alle dipendenze di quest'ultima. I lavoratori sostenevano che si fosse verificato un trasferimento d'azienda a seguito della reinternalizzazione delle attività di magazzino. I giudici di merito avevano rigettato la domanda, ritenendo l'azione ormai fuori tempo massimo per il superamento del termine di sessanta giorni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno stabilito che il termine di decadenza non si applica quando il dipendente escluso rivendica la prosecuzione del rapporto di lavoro con il nuovo datore di lavoro. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'appello.
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Valore aree fabbricabili: stime del Comune contro perizia privata
Il Contribuente ha impugnato l'avviso di accertamento del Comune che rideterminava il valore delle sue aree edificabili basandosi su una delibera comunale. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che le delibere del Comune sul valore aree fabbricabili costituiscono presunzioni semplici. Spetta quindi al contribuente l'onere di dimostrare un valore inferiore, ad esempio tramite una perizia tecnica di parte. Inoltre, la Corte ha chiarito che le sentenze favorevoli ottenute per annualità precedenti non costituiscono un vincolo per gli anni successivi, poiché il valore di mercato dei terreni varia nel tempo. Di conseguenza, il fisco può legittimamente accertare il valore aree fabbricabili basandosi sui parametri comunali se il proprietario non fornisce prove contrarie idonee.
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