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Art. 2751-bis Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

63 provvedimenti

Altri anni per Art. 2751-bis Codice Civile

Autonomia apparente ed accertamento del lavoro subordinato
Una lavoratrice ha prestato la propria attività per diversi anni mediante formali contratti di collaborazione coordinata e a progetto. A seguito della crisi aziendale, la collaboratrice ha chiesto l'ammissione al passivo per crediti retributivi, differenze stipendiali e trattamento di fine rapporto, sostenendo la reale natura dipendente dell'impiego. Il Tribunale ha accolto la richiesta, accertando la subordinazione per la presenza di ordini specifici e stabile inserimento nell'organizzazione aziendale. La società ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la valutazione dei giudici. La Suprema Corte ha confermato la validità dell'accertamento del lavoro subordinato, rigettando il ricorso societario. I giudici hanno chiarito che i fatti concreti prevalgono sulle etichette contrattuali, confermando l'ammissione privilegiata dei crediti della lavoratrice.
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Fondo pensione integrativo: la banca fallita paga tutti i crediti
Un ex dipendente bancario ha richiesto l'ammissione al passivo della banca in liquidazione coatta per riscattare le quote versate al fondo pensione integrativo. I giudici hanno riconosciuto la natura retributiva del credito e il rango privilegiato. La procedura concorsuale ha contestato il cumulo tra interessi e rivalutazione monetaria, sostenendo limiti temporali più stringenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della banca. Il divieto di cumulo riguarda esclusivamente la previdenza pubblica obbligatoria e non i fondi complementari aziendali. Il lavoratore ottiene la rivalutazione fino alla definitività dello stato passivo e gli interessi legali fino al saldo effettivo.
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Fallimento e indennità di mancato preavviso: la tutela
Un dipendente viene licenziato a seguito dell'interruzione delle attività decisa dal curatore di una società fallita. Il Tribunale esclude l'indennità di mancato preavviso dallo stato passivo, ritenendo il fallimento un fatto non colposo che non genera obblighi risarcitori. Il dipendente impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'errata qualificazione della somma richiesta. La Suprema Corte accoglie il ricorso del dipendente, stabilendo che il fallimento sospende il contratto ma non ne costituisce automatica causa di scioglimento immediato. Quando il curatore recede dal rapporto, il lavoratore conserva il pieno diritto alla liquidazione dell'indennità per via della sua natura economica assistenziale e non punitiva. I giudici riconoscono quindi l'intero importo del credito previdenziale e retributivo, collocandolo con rango privilegiato a carico della procedura.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: accordo e lite estinta
Una lavoratrice chiedeva la restituzione con prelazione privilegiata delle somme versate al fondo integrativo pensioni aziendale. L'istituto datore di lavoro, sottoposto a liquidazione coatta amministrativa, contestava la richiesta e proponeva ricorso in Cassazione contro la decisione favorevole alla dipendente. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo stragiudiziale per dirimere ogni reciproca pretesa. La società ha quindi formalizzato la rinuncia al ricorso per cassazione e la controparte ha accettato tale atto rinunciando a sua volta alle proprie difese. La Suprema Corte ha preso atto della concorde volontà espressa e ha dichiarato estinto il processo, compensando interamente le spese di lite tra i contendenti.
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Indennità di Preavviso e Mobilità: la Cassazione chiarisce la Cumulabilità
Una lavoratrice ha ottenuto il riconoscimento dell'indennità di mancato preavviso e del TFR nello stato passivo del fallimento dell'azienda. Il Curatore ha proposto ricorso, sostenendo l'incompatibilità e la non cumulabilità tra l'indennità di mancato preavviso e l'indennità di mobilità, poiché entrambe mirano a sostenere il lavoratore durante la ricerca di una nuova occupazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che l'istituto previdenziale non è esonerato dall'erogazione dell'indennità di mobilità per il periodo coperto dall'indennità di mancato preavviso, a meno che quest'ultima non sia stata effettivamente corrisposta. La sentenza conferma la cumulabilità delle indennità.
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Ammissione al passivo TFR: diritto tutelato nel fallimento
Una lavoratrice ha dimesso il proprio incarico chiedendo l'ammissione al passivo TFR per oltre 11.000 euro nei confronti dell'azienda fallita. Il Tribunale aveva inizialmente respinto la richiesta operando una distinzione tra le quote maturate prima e dopo la riforma del 2007. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della dipendente, precisando che il datore di lavoro risponde del TFR non versato indipendentemente dalla data di maturazione. L'ammissione al passivo TFR costituisce inoltre il presupposto indispensabile per ottenere il successivo intervento del Fondo di Garanzia INPS. Decidendo nel merito, la Suprema Corte ha ammesso l'intero credito della lavoratrice allo stato passivo con collocazione privilegiata e interessi di legge.
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Simulazione del rapporto di lavoro: stop ai crediti nel fallimento
Una lavoratrice ha richiesto l'ammissione tardiva allo stato passivo del fallimento aziendale per oltre 57.000 euro di stipendi e TFR non pagati. Il curatore fallimentare si è opposto eccependo la simulazione del rapporto di lavoro. I giudici di merito hanno respinto la richiesta creditoria accertando la totale inesistenza della prestazione lavorativa. I colleghi di lavoro hanno confermato l'assenza della donna dai locali aziendali e sono emersi ampi poteri dispositivi sulle quote societarie incompatibili con la subordinazione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. I giudici hanno escluso la necessità di attendere l'esito del processo penale per bancarotta e hanno sancito che il contratto simulato non attribuisce alcun diritto di credito verso la procedura fallimentare.
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Opposizione allo stato passivo: prova libera per il dipendente
Un lavoratore ha avanzato domanda di ammissione al fallimento di una società per crediti retributivi, derivanti dal passaggio d'azienda e da un successivo contratto a progetto. Il Tribunale ha accolto solo in minima parte la pretesa, ritenendo non provato per iscritto il trasferimento aziendale e non riqualificabile il rapporto. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto l'opposizione allo stato passivo. La Suprema Corte ha chiarito che il dipendente non deve ridepositare gli atti già presenti nel fascicolo fallimentare. Inoltre, il lavoratore è terzo rispetto alla cessione aziendale, potendo dimostrare il passaggio con qualsiasi mezzo probatorio senza limiti di forma scritta. Infine, i giudici hanno censurato l'omessa valutazione sulla reale natura subordinata del rapporto.
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Welfare aziendale senza privilegi: la Cassazione nega la tutela
Un'Associazione di Lavoratori ha chiesto l'ammissione al passivo di un'Azienda in amministrazione straordinaria per recuperare i fondi destinati al welfare aziendale (buoni libro, giocattoli e soggiorni estivi) non versati negli anni 2014 e 2015. L'Associazione pretendeva il riconoscimento del privilegio speciale previsto per i crediti di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale. I giudici hanno stabilito che le prestazioni di welfare aziendale non hanno natura retributiva poiché mancano del nesso di corrispettività diretta con l'attività lavorativa. Questi servizi mirano infatti a migliorare il benessere familiare dei dipendenti e non a remunerare la prestazione lavorativa, escludendo così l'applicazione del privilegio sui crediti.
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TFR in cassa integrazione in deroga: tra fallimento e Stato
Una lavoratrice ha chiesto l'ammissione al fallimento del datore di lavoro per l'intero TFR maturato. Il Tribunale ha accolto la domanda, ritenendo che le quote maturate durante la cassa integrazione in deroga gravassero sull'azienda fallita, non essendoci prova del versamento al Fondo di Tesoreria INPS. La Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso della Curatela. Ha stabilito che il TFR in cassa integrazione in deroga, per il periodo di sospensione in cui il rapporto cessa senza rioccupazione, non grava sul datore di lavoro fallito ma sul Fondo sociale per l'occupazione e la formazione. Di conseguenza, la lavoratrice ha diritto all'ammissione allo stato passivo solo per le quote di TFR precedenti alla cassa integrazione per le quali il datore non ha provato il versamento all'INPS, mentre vanno escluse le quote maturate durante la cassa integrazione in deroga.
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TFR in cassa integrazione: tra fallimento e fondi pubblici
Un lavoratore ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento del proprio datore di lavoro per ottenere il pagamento del TFR. La controversia riguarda la spettanza delle quote maturate durante il periodo di Cassa Integrazione in Deroga (CIGD). La Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro fallito non risponde del **TFR in cassa integrazione** maturato durante la CIGD se il lavoratore non viene riassunto alla fine del periodo. In questo caso, il pagamento spetta al Fondo sociale per l'occupazione e la formazione presso il Ministero del Lavoro. Al contrario, per le quote di TFR precedenti, se l'azienda non prova di averle versate al Fondo di Tesoreria INPS, il lavoratore ha diritto ad essere ammesso al passivo fallimentare in via privilegiata. La Cassazione ha quindi accolto parzialmente il ricorso della curatela.
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Opposizione allo stato passivo: parentela contro buste paga
Il Lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo del fallimento della società di persone per ottenere il riconoscimento, in via privilegiata, di un credito di oltre 116.000 euro per retribuzioni non percepite. Il Tribunale aveva rigettato la domanda, ritenendo il rapporto di lavoro inverosimile a causa dei legami di parentela tra il dipendente e i soci. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore, stabilendo che la produzione di buste paga, modelli CUD e del Libro Unico del Lavoro costituisce prova idonea del credito, avente valore di confessione stragiudiziale del datore di lavoro. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato il decreto impugnato, rinviando la causa al Tribunale per una nuova valutazione basata su tali documenti.
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Lavoro subordinato: il contratto co.co.co. non basta senza prove
Un collaboratore con contratto di co.co.co. ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato nei confronti di una società fallita, sostenendo che questa formasse un unico centro di imputazione con la ditta con cui aveva firmato il contratto. Il Tribunale ha respinto la richiesta per mancanza di prove, evidenziando che il lavoratore non aveva formulato correttamente i capitoli di prova per i testimoni. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'inosservanza delle regole sulla formulazione delle prove testimoniali rende le stesse inammissibili e che il semplice collegamento economico tra società non basta a estendere gli obblighi lavorativi senza la prova di un'unica struttura organizzativa e dell'uso promiscuo della prestazione.
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Dimissioni per giusta causa: conta la paga reale, non teorica
Un dirigente rassegna le dimissioni per giusta causa a causa del mancato pagamento di stipendi e contributi da parte dell'azienda, successivamente fallita. Il lavoratore chiede l'ammissione al passivo fallimentare delle indennità di preavviso e supplementare, pretendendo che siano calcolate sulla retribuzione teorica originaria di 260.000 euro anziché su quella ridotta di 150.000 euro, accettata in un precedente accordo novativo. Il Tribunale calcola le indennità sulla retribuzione effettiva di 150.000 euro ed esclude il demansionamento. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del lavoratore: l'interpretazione dei contratti spetta ai giudici di merito. Il lavoratore perde la causa e le indennità restano calcolate sulla retribuzione inferiore.
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Riqualificazione del rapporto di lavoro: la realtà batte la forma
Un collaboratore ha chiesto la riqualificazione del rapporto di lavoro da collaborazione autonoma a lavoro subordinato a tempo indeterminato, oltre al pagamento del trattamento di fine rapporto e delle ore di straordinario. Il Tribunale ha accolto la domanda, accertando la subordinazione e ammettendo il lavoratore allo stato passivo dell'azienda in amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno confermato che, per stabilire la natura subordinata del rapporto, contano i fatti concreti e non la definizione formale del contratto. Inoltre, la valutazione delle prove sullo straordinario spetta esclusivamente al giudice di merito. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Fondo di garanzia INPS: niente TFR se manca nel passivo fallimentare
Un lavoratore chiedeva al Fondo di garanzia INPS il pagamento del TFR maturato presso una società fallita. Tuttavia, nello stato passivo del fallimento, il suo credito era stato ammesso solo come "differenze retributive" e non come TFR, senza che il lavoratore si opponesse a tale qualificazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che l'intervento del Fondo di garanzia INPS è strettamente vincolato alle risultanze dello stato passivo esecutivo. Poiché il credito non era stato registrato come TFR in sede fallimentare, e in mancanza di tempestiva opposizione del lavoratore, il giudice ordinario non può riqualificare autonomamente la somma. Di conseguenza, la domanda del lavoratore è stata definitivamente respinta.
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Doppio ruolo amministratore e dipendente: niente tutele al capo
Il Lavoratore, già Presidente di un'azienda poi fallita, ha chiesto l'inserimento dei propri crediti di lavoro nello stato passivo, rivendicando la natura subordinata del rapporto. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa dell'ampiezza dei suoi poteri di gestione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Lavoratore, confermando che il doppio ruolo amministratore e dipendente è possibile solo se si dimostra l'effettivo assoggettamento al potere direttivo altrui e lo svolgimento di mansioni diverse da quelle istituzionali. Inoltre, l'assoluzione in sede penale per reati fiscali non vincola il giudice civile nella valutazione del rapporto di lavoro. Il Lavoratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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TFR destinato a fondo pensione: il lavoratore batte il fallimento
Un lavoratore aveva scelto di destinare le proprie quote di TFR maturando a un fondo di previdenza complementare. Tuttavia, l'azienda datrice di lavoro, successivamente fallita, aveva trattenuto queste somme senza mai versarle al fondo. Il Tribunale aveva escluso il credito del lavoratore dallo stato passivo, ritenendo che solo il fondo pensione fosse legittimato ad agire. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il TFR destinato a fondo pensione non ancora versato mantiene natura retributiva. Con il fallimento del datore di lavoro, il mandato al versamento si scioglie e la piena titolarità del credito ritorna al lavoratore, che può quindi insinuarsi al passivo in via privilegiata.
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Opposizione allo stato passivo: no al raddoppio delle tasse
Una lavoratrice ha proposto opposizione allo stato passivo per ottenere l'ammissione del proprio credito per TFR e retribuzioni non pagate. Il Tribunale ha respinto la richiesta per mancanza di prove certe sul rapporto di lavoro e ha condannato la donna al raddoppio del contributo unificato. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del credito a causa della firma incerta sulle buste paga. Tuttavia, ha accolto il ricorso sul fronte fiscale: l'opposizione allo stato passivo non è un'impugnazione in senso stretto, ma un giudizio a cognizione piena. Di conseguenza, in caso di rigetto, non si applica il raddoppio del contributo unificato. La lavoratrice vince parzialmente, ottenendo l'annullamento della sanzione fiscale, ma perde sul credito di lavoro.
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Indennità sostitutiva del preavviso salva anche nel fallimento
Un dirigente, licenziato prima del fallimento dell'azienda, ha chiesto l'ammissione al passivo per l'indennità sostitutiva del preavviso. Il Tribunale aveva ridotto l'importo basandosi sui minimi contrattuali e detraendo i guadagni da lavoro autonomo. La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che l'indennità sostitutiva del preavviso va calcolata sull'ultima retribuzione effettiva risultante dai cedolini paga, già riconosciuti nel passivo e coperti da giudicato endofallimentare. La Corte ha chiarito che il preavviso ha efficacia obbligatoria: il fallimento successivo o la percezione di altri redditi (aliunde perceptum) non riducono l'indennità, che ha natura indennitaria e non risarcitoria. Il lavoratore è stato ammesso al passivo per l'intero importo di oltre 51.000 euro in via privilegiata.
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