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Art. 2751-bis Codice Civile — Anno 2023

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63 provvedimenti

Altri anni per Art. 2751-bis Codice Civile

Lavoro subordinato dell’amministratore: busta paga non basta
Un'amministratrice di una società fallita ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per crediti legati a un presunto rapporto lavorativo. Il Tribunale ha respinto la richiesta per mancanza di prove sulla subordinazione, ritenendo i cedolini paga insufficienti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il lavoro subordinato dell'amministratore è possibile solo se si dimostra il concreto assoggettamento alle direttive e al controllo dell'organo collegiale della società, svolgendo mansioni diverse da quelle di gestione. L'amministratrice perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Concordato preventivo in continuità: stop ai piani irrealizzabili
Una cooperativa agricola ha richiesto l'ammissione alla procedura di concordato preventivo in continuità per ristrutturare i propri debiti. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta a causa di gravi lacune nel piano economico, alterazioni dei privilegi dei creditori e incertezze sulla vendita degli immobili. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, dichiarando il fallimento della società. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei soci e dei partner commerciali, confermando che il giudice ha il potere di controllare direttamente la fattibilità economica del piano quando questo appare palesemente irrealizzabile. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Ammissione al passivo del TFR: paga il fallimento, non l’INPS
Un lavoratore ha impugnato l'esclusione di diversi crediti, tra cui il trattamento di fine rapporto e alcuni risarcimenti danni, dallo stato passivo del fallimento della propria azienda datrice di lavoro. Il Tribunale aveva escluso la quota di TFR ritenendo che il debitore fosse il Fondo Tesoreria dell'INPS. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso limitatamente a questa voce, stabilendo che il lavoratore ha pieno diritto all'ammissione al passivo del TFR anche per le quote maturate dopo il 2007 e non versate all'INPS. La Cassazione ha chiarito che il datore di lavoro fallito conserva la responsabilità del debito. Le altre richieste di risarcimento sono state dichiarate inammissibili per difetti formali del ricorso. La causa è stata rinviata al Tribunale per ricalcolare le somme spettanti al lavoratore.
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Condono aziendale e restituzione delle ritenute fiscali
Un lavoratore ha richiesto l'ammissione al passivo dell'azienda datrice di lavoro, in amministrazione straordinaria, per ottenere la restituzione delle ritenute fiscali operate sulla sua busta paga tra il 1990 e il 1992. L'azienda aveva beneficiato della sospensione dei tributi per il sisma del 1990 e, successivamente, aveva aderito a un condono fiscale pagando solo il 10% delle somme trattenute. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando che il lavoratore ha pieno diritto al rimborso del restante 90% delle somme trattenute e non versate allo Stato. La Corte ha inoltre stabilito che gli interessi e la rivalutazione monetaria decorrono dal momento in cui sono state effettuate le singole trattenute mensili, data la natura retributiva del credito.
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Doppio ruolo amministratore e dipendente: niente tutele al capo
Il Lavoratore, già Presidente di un'azienda poi fallita, ha chiesto l'inserimento dei propri crediti di lavoro nello stato passivo, rivendicando la natura subordinata del rapporto. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa dell'ampiezza dei suoi poteri di gestione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Lavoratore, confermando che il doppio ruolo amministratore e dipendente è possibile solo se si dimostra l'effettivo assoggettamento al potere direttivo altrui e lo svolgimento di mansioni diverse da quelle istituzionali. Inoltre, l'assoluzione in sede penale per reati fiscali non vincola il giudice civile nella valutazione del rapporto di lavoro. Il Lavoratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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TFR destinato a fondo pensione: il lavoratore batte il fallimento
Un lavoratore aveva scelto di destinare le proprie quote di TFR maturando a un fondo di previdenza complementare. Tuttavia, l'azienda datrice di lavoro, successivamente fallita, aveva trattenuto queste somme senza mai versarle al fondo. Il Tribunale aveva escluso il credito del lavoratore dallo stato passivo, ritenendo che solo il fondo pensione fosse legittimato ad agire. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il TFR destinato a fondo pensione non ancora versato mantiene natura retributiva. Con il fallimento del datore di lavoro, il mandato al versamento si scioglie e la piena titolarità del credito ritorna al lavoratore, che può quindi insinuarsi al passivo in via privilegiata.
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Insinuazione tardiva allo stato passivo: accordo chiude la lite
Un ex dirigente ha proposto un'insinuazione tardiva allo stato passivo di una banca in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il pagamento di un bonus una tantum di 75.000 euro. Dopo il rigetto in primo grado, la Corte d'Appello ha accolto la domanda del lavoratore. La banca ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. Il dirigente ha formulato una proposta di transazione accettata dalla banca, che prevede la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte, preso atto dell'accordo, ha rinviato la causa concedendo alle parti sessanta giorni per formalizzare l'atto di rinuncia.
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Opposizione allo stato passivo: no al raddoppio delle tasse
Una lavoratrice ha proposto opposizione allo stato passivo per ottenere l'ammissione del proprio credito per TFR e retribuzioni non pagate. Il Tribunale ha respinto la richiesta per mancanza di prove certe sul rapporto di lavoro e ha condannato la donna al raddoppio del contributo unificato. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del credito a causa della firma incerta sulle buste paga. Tuttavia, ha accolto il ricorso sul fronte fiscale: l'opposizione allo stato passivo non è un'impugnazione in senso stretto, ma un giudizio a cognizione piena. Di conseguenza, in caso di rigetto, non si applica il raddoppio del contributo unificato. La lavoratrice vince parzialmente, ottenendo l'annullamento della sanzione fiscale, ma perde sul credito di lavoro.
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Indennità sostitutiva del preavviso salva anche nel fallimento
Un dirigente, licenziato prima del fallimento dell'azienda, ha chiesto l'ammissione al passivo per l'indennità sostitutiva del preavviso. Il Tribunale aveva ridotto l'importo basandosi sui minimi contrattuali e detraendo i guadagni da lavoro autonomo. La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che l'indennità sostitutiva del preavviso va calcolata sull'ultima retribuzione effettiva risultante dai cedolini paga, già riconosciuti nel passivo e coperti da giudicato endofallimentare. La Corte ha chiarito che il preavviso ha efficacia obbligatoria: il fallimento successivo o la percezione di altri redditi (aliunde perceptum) non riducono l'indennità, che ha natura indennitaria e non risarcitoria. Il lavoratore è stato ammesso al passivo per l'intero importo di oltre 51.000 euro in via privilegiata.
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Ammissione al passivo con riserva: il lavoratore batte il fallimento
Un lavoratore ha chiesto l'ammissione al passivo dei propri crediti di lavoro (TFR, preavviso e differenze retributive) dopo il fallimento del datore di lavoro. Il giudice delegato ha disposto l'ammissione al passivo con riserva, rinviando la decisione all'esito di una causa di lavoro pendente. Il lavoratore ha proposto opposizione per rimuovere la riserva. Il Tribunale ha accolto la domanda del lavoratore, ritenendo la riserva atipica e quindi non apposta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Fallimento. La Suprema Corte ha chiarito che il curatore non può contestare il merito del credito solo difendendosi nel giudizio di opposizione promosso dal lavoratore, ma avrebbe dovuto proporre un'autonoma e tempestiva impugnazione contro il provvedimento del giudice delegato.
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Rivalutazione crediti di lavoro: spetta d’ufficio nel fallimento
Un dirigente (Il Lavoratore) ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento dell'Azienda per crediti di lavoro e per il risarcimento da licenziamento illegittimo. Il Tribunale ha negato parte dei crediti ritenendo che si fosse formato un giudicato sulla legittimità del licenziamento e ha escluso la rivalutazione monetaria e gli interessi perché non espressamente richiesti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore, stabilendo che non vi era alcuna preclusione sul licenziamento e che la rivalutazione crediti di lavoro e gli interessi devono essere riconosciuti d'ufficio dal giudice, senza necessità di una domanda specifica del dipendente. La causa è stata rinviata al Tribunale per un nuovo esame.
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Compenso professionale avvocato: niente parcella se il piano è inutile
La Corte di Cassazione ha negato il diritto al compenso professionale a un avvocato che aveva assistito un'azienda nella preparazione di un piano di concordato preventivo, poi fallito. La Curatela del fallimento si era opposta al pagamento, sostenendo l'inutilità della prestazione. I giudici hanno confermato che se l'attività professionale è palesemente inadeguata e priva di possibilità di successo fin dall'inizio, il professionista viola il suo dovere di diligenza. Di conseguenza, il cliente (in questo caso, la Curatela) può legittimamente rifiutare il pagamento del compenso professionale dell'avvocato, sollevando l'eccezione di inadempimento.
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Indennità di preavviso: accordo in Cassazione estingue il caso
Un collaboratore chiedeva a un'azienda, poi fallita, il pagamento dell'indennità di mancato preavviso. Il suo credito era stato ammesso con priorità nell'elenco dei debiti della società. Il curatore fallimentare, in disaccordo, aveva impugnato la decisione fino in Corte di Cassazione. Durante il processo, però, le parti hanno raggiunto un accordo economico. Di conseguenza, l'azienda ha rinunciato al ricorso e il collaboratore ha accettato la rinuncia. La Corte ha quindi dichiarato estinto il giudizio, chiudendo la vicenda senza una sentenza sul merito, ma sulla base della volontà delle parti di risolvere la questione con una transazione.
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Inquadramento Superiore Negato: Controllo Lavori non Basta
Un lavoratore ha richiesto un inquadramento superiore dal livello IV al VII, sostenendo di svolgere mansioni di maggiore responsabilità, come il controllo su lavori esterni e la liquidazione dei costi. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che, per ottenere un inquadramento superiore, non è sufficiente dimostrare di avere autonomia e di controllare lavori esterni. È necessario provare di svolgere tutte le mansioni specifiche previste dal livello più alto, come la gestione delle varianti, i collaudi e l'avvio delle procedure di liquidazione. Poiché il lavoratore si limitava a una consuntivazione dei costi e non svolgeva queste attività più complesse, la Corte ha confermato il suo inquadramento al livello IV, negando le differenze retributive richieste.
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Fondo Garanzia INPS: Niente soldi senza sentenza contro l’azienda
La Corte di Cassazione nega l'accesso al Fondo di Garanzia INPS ad alcuni lavoratori i cui crediti non erano stati accertati da un provvedimento del giudice prima che la loro azienda, già fallita, venisse cancellata dal Registro delle Imprese. Secondo la Corte, anche se è diventato impossibile agire contro l'azienda estinta, il lavoratore deve comunque possedere un titolo giudiziale che certifichi il suo credito. Questo documento è un requisito indispensabile per poter chiedere l'intervento del Fondo. La mancanza di questo accertamento formale impedisce all'INPS di pagare, con la conseguente sconfitta per i lavoratori.
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Credito privilegiato dell’artista: no della Cassazione alle royalties
La Corte di Cassazione ha negato il riconoscimento del credito privilegiato dell'artista per i compensi derivanti dall'utilizzo di fonogrammi musicali. Un artista aveva chiesto che il suo credito verso un istituto di gestione collettiva in liquidazione fosse ammesso in via privilegiata, come se fosse una retribuzione da lavoro. I giudici hanno stabilito che tali compensi non sono una remunerazione diretta per l'attività lavorativa, ma diritti di natura patrimoniale che derivano dallo sfruttamento economico successivo della prestazione già eseguita. Di conseguenza, il credito non gode di alcun privilegio e deve essere trattato come un normale credito chirografario, da pagare solo dopo quelli privilegiati.
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Privilegio Credito Artigiano: Iscrizione all’Albo Non Basta
Un fornitore di servizi agromeccanici chiede il riconoscimento del privilegio del credito artigiano nel fallimento di un'azienda cliente. I giudici di merito negano il privilegio basandosi sul superato criterio della prevalenza del capitale sul lavoro. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, stabilendo un principio fondamentale: per definire un'impresa come artigiana non si usa più il vecchio criterio, ma si deve fare esclusivo riferimento ai requisiti della legge quadro sull'artigianato (L. 443/1985). La sola iscrizione all'albo delle imprese artigiane non è sufficiente. Il creditore deve dimostrare in concreto la sussistenza di tutti i presupposti di legge per ottenere il privilegio.
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Bancarotta Preferenziale: Amministratore condannato per finti compensi
Un amministratore di una società in crisi è stato condannato per bancarotta preferenziale per aver disposto pagamenti a proprio favore, qualificandoli come compensi per consulenze. I giudici hanno stabilito che tali somme erano in realtà retribuzioni per il suo ruolo di amministratore, e quindi un credito non privilegiato. Pagando sé stesso prima degli altri creditori, ha violato il principio della 'par condicio creditorum' (parità di trattamento). La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che mascherare il proprio compenso da credito privilegiato per aggirare la legge costituisce reato. L'amministratore ha perso la causa e la sua condanna è diventata definitiva.
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Crediti prededucibili e ipotecari: Banca vince sul Professionista
Una professionista, con un credito prededucibile verso una società fallita, si oppone al piano di riparto. Il piano escludeva il suo pagamento dal ricavato della vendita di un immobile ipotecato a favore di una banca. La professionista sosteneva che il suo credito dovesse essere pagato prima di tutti, anche prima del credito ipotecario della banca. La Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo la gerarchia tra crediti prededucibili e ipotecari. Il creditore ipotecario prevale sul ricavato del bene specifico, ma solo sulla somma netta, calcolata dopo aver sottratto i costi specifici di gestione e vendita del bene e una quota delle spese generali della procedura. La banca, quindi, viene pagata per prima dal ricavato dell'immobile.
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Domanda Ultratardiva: Credito Post-Fallimento non Salva dal Ritardo
Un'azienda presenta una domanda ultratardiva per recuperare crediti sorti dopo la dichiarazione di fallimento di un'altra società con cui aveva un contratto. La Cassazione respinge il ricorso, affermando un principio cruciale: anche per i crediti sorti dopo il fallimento, la domanda ultratardiva è ammissibile solo se il creditore dimostra che il ritardo è dovuto a una causa a lui non imputabile. Il creditore deve agire in un 'termine ragionevole' da quando il credito sorge. In questo caso, l'eccessivo tempo trascorso tra la conoscenza del fallimento e la presentazione della domanda ha reso il ritardo colpevole, determinando l'inammissibilità della richiesta di pagamento.
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