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Art. 274 Codice di Procedura Penale — Sezione Quarta Penale

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631 provvedimenti

Altri anni per Art. 274 Codice di Procedura Penale

Contestazioni a catena: arresto passato, ma il carcere resta
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per Il Partecipante, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. La difesa ricorreva in Cassazione lamentando la mancata applicazione delle contestazioni a catena e della retrodatazione dei termini di custodia, sostenendo che i fatti fossero desumibili da un precedente arresto del 2019. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la retrodatazione non opera se i procedimenti pendono davanti ad autorità diverse per fatti non sovrapponibili e se il reato associativo è emerso solo successivamente grazie a nuovi elementi investigativi. Di conseguenza, la misura cautelare resta valida e Il Partecipante deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: confermata anche dopo tre anni
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Fornitore, accusato di traffico di stupefacenti all'interno di un centro di accoglienza. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni eseguite da remoto e dei tabulati telefonici acquisiti prima della riforma del 2021, nonché l'attualità del pericolo di reiterazione dopo tre anni dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che l'ascolto da remoto della polizia giudiziaria è legittimo se la registrazione avviene sui server della Procura. Inoltre, i tabulati telefonici pregressi sono utilizzabili se corroborati da altri elementi di prova. Infine, il pericolo di recidiva rimane attuale, nonostante il tempo trascorso, a causa dell'ingente quantitativo di droga trattato e della pendenza di condanne definitive che hanno reso Il Fornitore irreperibile.
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Misure cautelari personali: il tempo passa ma il carcere resta
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza di custodia in carcere per un indagato accusato di spaccio sistematico di stupefacenti. La difesa contestava l'utilizzabilità dei tabulati telefonici acquisiti prima della riforma del 2021 e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato, dato il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno chiarito che le nuove norme sull'acquisizione dei tabulati si applicano anche retroattivamente, ma nel caso specifico gli elementi indiziari erano comunque sovrabbondanti grazie a pedinamenti e intercettazioni. Inoltre, la gravità e la frequenza delle cessioni (66 kg di marijuana in pochi mesi) giustificano l'applicazione delle misure cautelari personali di massimo rigore, poiché il pericolo di recidiva rimane concreto e attuale nonostante il decorso del tempo. Il ricorso è stato rigettato.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato resta dietro le sbarre
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato per traffico di droga e porto abusivo di armi clandestine. La difesa contestava la mancanza di un'autonoma valutazione da parte del giudice e l'assenza di prove fisiche oltre alle intercettazioni telefoniche. I giudici hanno stabilito che il richiamo agli atti d'indagine è legittimo se accompagnato da un giudizio critico. Inoltre, la gravità dei fatti e i legami con la criminalità organizzata giustificano la misura carceraria, escludendo l'adeguatezza degli arresti domiciliari anche per un soggetto incensurato.
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Misure cautelari personali: dai domiciliari all’obbligo di dimora
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali nei confronti di un uomo accusato di coltivazione e detenzione di oltre mille piante di cannabis. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente attenuato la custodia cautelare, sostituendo gli arresti domiciliari con l'obbligo di dimora. L'indagato ha proposto ricorso contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni e l'attualità del pericolo di recidiva. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo i gravi indizi di colpevolezza solidamente provati dalle indagini e dalle conversazioni registrate. Inoltre, i giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando la personalità del soggetto e i suoi collegamenti con il traffico di stupefacenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia in carcere: il maxi carico nega i domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia in carcere per un soggetto accusato del trasporto di oltre 500 kg di cocaina. L'indagato aveva richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e l'applicazione del braccialetto elettronico, sostenendo che il licenziamento dal lavoro di autotrasportatore e l'impossibilità di accedere al porto avessero azzerato il rischio di commettere nuovi reati. I giudici hanno invece ritenuto sussistente un concreto e attuale pericolo di recidiva, evidenziando che l'uomo potrebbe comunque svolgere attività di intermediazione, detenzione o spaccio, data la sua inserzione in un contesto criminale organizzato. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso, confermando la legittimità della custodia in carcere.
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Lieve entità nel reato di droga: no allo sconto con i bilancini
Il Tribunale del Riesame ha applicato gli arresti domiciliari a un indagato trovato in possesso di oltre 360 grammi di marijuana e strumenti per il confezionamento. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del fatto nella più mite fattispecie della lieve entità nel reato di droga e contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, data la sua collaborazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la lieve entità nel reato di droga richiede una valutazione globale e non può essere concessa in presenza di un quantitativo significativo e di un'organizzazione professionale (bilancini, buste). Inoltre, il pericolo di recidiva è concreto, poiché l'indagato ha commesso il fatto mentre era già sottoposto all'obbligo di firma per reati analoghi.
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Custodia cautelare in carcere: il corriere della droga non esce
Il Tribunale di Catania ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Corriere, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di droga tra Calabria e Sicilia. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e contestando la necessità della misura carceraria rispetto ai domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati associativi legati agli stupefacenti opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, superabile solo da prove contrarie non fornite dalla difesa. Inoltre, i numerosi viaggi monitorati tramite GPS e la consegna di telefoni criptati confermano il ruolo stabile dell'indagato nel gruppo criminale.
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Sostituzione di misura cautelare: dal carcere ai domiciliari negati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il diniego di sostituzione di misura cautelare. L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico, chiedeva la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva l'attenuazione delle esigenze cautelari per il decorso del tempo. La Suprema Corte ha confermato che il semplice trascorrere del tempo non riduce la pericolosità sociale. Inoltre, L'Indagato aveva già violato i domiciliari in passato, continuando a gestire i traffici illeciti al telefono. Di conseguenza, i giudici hanno ritenuto inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai file audio senza richiesta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la gravita degli indizi, l'interpretazione delle intercettazioni e l'utilizzabilita dei file audio non messi a disposizione. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimita non consente una rielaborazione dei fatti. Inoltre, l'eccezione di inutilizzabilita delle intercettazioni e infondata poiche la difesa non aveva preventivamente richiesto copia dei file audio al Pubblico Ministero. La sussistenza di gravi indizi e il concreto pericolo di reiterazione del reato giustificano pienamente il mantenimento della misura restrittiva.
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Traffico di stupefacenti: fornitore occasionale resta in carcere
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato si difendeva sostenendo di aver svolto solo un ruolo occasionale di fornitore esterno per circa un mese e mezzo, configurando un semplice rapporto di scambio commerciale e non una reale partecipazione al gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che anche una fornitura temporanea ma costante di droga, finalizzata ad alimentare l'attività del gruppo, dimostra la volontà di far parte del sodalizio criminoso. Di conseguenza, la presunzione di pericolosità giustifica la massima misura cautelare in carcere.
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Gravi indizi di colpevolezza: dal furto d’oro al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di furto con destrezza di una collana d'oro. L'indagato, insieme a due complici, aveva distratto la vittima spruzzandole del liquido sulla maglietta. La difesa contestava l'attendibilità del riconoscimento fotografico e la gravità degli indizi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che i gravi indizi di colpevolezza vanno valutati nel loro insieme e non in modo frammentato. Gli elementi raccolti, tra cui i filmati delle telecamere, il noleggio dell'auto e il possesso di documenti falsi al momento dell'arresto, giustificano ampiamente la misura cautelare per il concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Carcere per il corriere: c’è pericolo di reiterazione del reato
Un uomo, accusato di aver trasportato e consegnato cocaina per conto di un gruppo criminale organizzato, ha impugnato la decisione del Tribunale che confermava la sua custodia in carcere. La difesa sosteneva che il suo ruolo di semplice corriere escludesse il pericolo di reiterazione del reato, rendendo sufficienti gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere. I giudici hanno stabilito che il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale, data la rete di contatti stabili dell'indagato con la criminalità organizzata e la gravità dei fatti, rendendo inadeguata qualsiasi misura meno afflittiva.
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Custodia cautelare in carcere: lavoro lecito non evita la cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato gestiva una "casa dello spaccio" a Palermo, occupandosi dei turni notturni e della contabilità come stretto collaboratore del capo del sodalizio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di gravi indizi e l'affievolimento delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e lo svolgimento di un lavoro lecito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che lo svolgimento di un'attività lavorativa lecita non esclude il pericolo di recidiva, poiché il lavoro regolare può essere usato come copertura o integrazione dei proventi illeciti. L'indagato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: il fornitore finisce in carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. L'indagato fungeva da stabile canale di approvvigionamento calabrese per un gruppo criminale messinese. La difesa contestava la stabilità del vincolo associativo, la durata limitata dei rapporti (due mesi) e l'uso del termine criptico 'erba' per indicare in realtà cocaina. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, rilevando che la brevità del rapporto dipendeva solo da un controllo di polizia e che i prezzi e i quantitativi intercettati dimostravano inequivocabilmente il traffico di cocaina. Viene ribadita la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per i reati associativi di droga.
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Utilizzabilità chat criptate: la Cassazione conferma il carcere
Il Tribunale di Reggio Calabria confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di importazione di ingenti quantitativi di droga. La prova principale era costituita da messaggi scambiati sulla piattaforma SKY ECC, acquisiti tramite Ordine Europeo di Indagine dalle autorità francesi, che avevano sequestrato e decifrato i dati da un server. La difesa contestava l'utilizzabilità chat criptate, lamentando la mancata conoscenza dell'algoritmo di decifrazione e l'assenza di consenso degli utenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'acquisizione di dati informatici conservati all'estero ("dati freddi") è legittima ai sensi dell'articolo 234-bis del codice di procedura penale. Il consenso richiesto è quello dell'autorità straniera che detiene i dati, e non degli utenti. Inoltre, la mancata conoscenza dell'algoritmo non lede il diritto di difesa.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche con struttura minima
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di una struttura organizzata e di ruoli specifici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti basta una struttura minima e rudimentale, desumibile dalla ripetitività dei reati e dall'uso di un linguaggio criptico. Inoltre, sussiste una doppia presunzione relativa di adeguatezza del carcere, non superata dall'indagato, data la costante dedizione allo spaccio e la mancanza di segni di resipiscenza.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato contestava la mancanza di prove sul suo ruolo specifico nel gruppo criminale a conduzione familiare operante in Calabria. I giudici hanno invece confermato la solidità del quadro indiziario, basato su videoriprese di cessioni di droga, intercettazioni con linguaggio criptico e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che per la configurabilità del reato associativo basta una struttura minima e un accordo anche informale tra almeno tre persone. Inoltre, opera la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata dalla difesa. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: ruolo minimo, carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato sosteneva l'assenza di prove sulla sua stabile partecipazione al gruppo criminale e contestava la necessità della misura carceraria. I giudici hanno chiarito che per la configurabilità del reato associativo non occorre una struttura complessa, ma basta un accordo anche informale tra almeno tre persone con compiti distribuiti. Nel caso specifico, i filmati e le intercettazioni dimostravano il ruolo attivo dell'indagato nell'occultamento e nella vendita di marijuana per conto del sodalizio. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza di gravi indizi e il concreto pericolo di recidiva, ritenendo inadeguati gli arresti domiciliari e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio e utilizzabilità delle dichiarazioni: il carcere resta
Il Tribunale di Bari confermava la misura cautelare in carcere nei confronti di un indagato per spaccio di stupefacenti. L'indagato ricorreva in Cassazione eccependo l'inutilizzabilità delle dichiarazioni degli acquirenti assuntori e la mancanza di gravi indizi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che l'utilizzabilità delle dichiarazioni autoindizianti rese da terzi non indagati opera solo a tutela del dichiarante e non dei terzi. Inoltre, ha escluso la lieve entità del fatto data l'organizzazione professionale dello spaccio (presenza di telecamere, ingenti somme e diversità di droghe) confermando la necessità della custodia cautelare in carcere.
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