Il Tribunale di Roma applicava la custodia in carcere a un indagato per associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione del tempo silente nelle misure cautelari, ossia il decorso di circa venti mesi dai fatti senza la commissione di nuovi reati, ritenendo ingiustificata la misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nei reati associativi di droga, opera una presunzione relativa di pericolosità. Il solo decorso del tempo non basta a superare tale presunzione, occorrendo una valutazione globale della personalità del soggetto. Nel caso specifico, l'indagato aveva continuato a supportare il sodalizio criminoso anche durante la detenzione domiciliare del capo, dimostrando un inserimento stabile e professionale nel traffico di stupefacenti.
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