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Art. 274 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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634 provvedimenti

Altri anni per Art. 274 Codice di Procedura Penale

Rapina aggravata: la bottiglia di vetro è un’arma impropria
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane accusato di rapina aggravata ai danni di due ragazze. L'indagato aveva sottratto un cellulare minacciando le vittime con una bottiglia di vetro. La difesa ha contestato l'uso della bottiglia come arma impropria e la mancata traduzione degli atti in lingua araba. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la bottiglia di vetro, usata per minacciare, costituisce a tutti gli effetti un'arma impropria. Inoltre, i giudici hanno ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione del reato per la violenza dell'azione, l'assenza di un lavoro e la mancanza di legami sul territorio, confermando la legittimità della misura cautelare.
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Associazione di tipo mafioso: vittima o complice del clan?
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un imprenditore accusato del reato di associazione di tipo mafioso. L'indagato sosteneva di essere una vittima di estorsione o, al massimo, un imprenditore colluso esterno al clan. Tuttavia, le intercettazioni hanno rivelato una sua partecipazione attiva e stabile all'organizzazione criminale. L'uomo si era messo a completa disposizione dei vertici del clan, chiedendo favori, offrendo contributi economici costanti e persino proponendo azioni armate. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la sua condotta configura una piena intraneità al sodalizio mafioso. Di conseguenza, opera la presunzione di pericolosità che impone la misura carceraria, non superata da prove contrarie. L'imprenditore resta quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un'associazione per delinquere dedita ai furti aggravati. La difesa contestava la gravità degli indizi, l'attualità del pericolo di reiterazione (visto il tempo trascorso dai fatti) e l'inadeguatezza della misura rispetto agli arresti domiciliari. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il decorso del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari se emergono una spiccata pericolosità sociale e una condotta seriale. Inoltre, la fuga rocambolesca dell'indagato durante un inseguimento con le forze dell'ordine dimostra l'assoluta inidoneità di misure meno severe del carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il lavoro non cancella il clan
L'Indagato, accusato di associazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che la misura non fosse l'unica soluzione possibile, evidenziando lo svolgimento di un'attività lavorativa lecita da parte dell'uomo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che i legami con il clan criminale erano stabili, profondi e recenti, e che una precedente condanna non era bastata a spezzarli. Inoltre, il lavoro lecito non aveva impedito all'Indagato di rimanere a disposizione dell'organizzazione. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata come unica misura idonea a contenere la pericolosità del soggetto, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza del pericolo di reiterazione, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e il rispetto dei precedenti arresti domiciliari. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto inammissibile il ricorso, evidenziando la pericolosità del soggetto, già sottoposto a sorveglianza speciale e coinvolto in altri reati recenti. La Suprema Corte ha chiarito che, nei contesti di criminalità organizzata, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a impedire il mantenimento dei contatti con il gruppo criminale, poiché gli arresti domiciliari non offrono sufficienti garanzie di isolamento.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego di revoca della custodia cautelare in carcere. L'Imputato, condannato in primo grado a oltre otto anni per traffico di stupefacenti ma assolto dal reato associativo, chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, valorizzando il tempo trascorso in detenzione. La Suprema Corte ha chiarito che il mero decorso del tempo non attenua automaticamente le esigenze cautelari. Nel caso specifico, la spiccata pericolosità sociale del soggetto, desunta da una recidiva specifica e da un'altra condanna per violenza sessuale, giustifica il mantenimento della misura di massimo rigore, escludendo l'adeguatezza del braccialetto elettronico.
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Custodia cautelare in carcere: l’errore non evita la cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di porto e detenzione illegale di armi con l'aggravante mafiosa. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando il tempo trascorso dai fatti, la mancanza di attualità del pericolo di reato e un errore del giudice che gli aveva attribuito la pianificazione di una rapina non contestata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa si è limitata a ripetere le stesse obiezioni già respinte, senza confrontarsi con le motivazioni del Tribunale. Inoltre, l'errore sulla rapina supera la "prova di resistenza", poiché gli altri elementi sulle armi bastano a giustificare la misura restrittiva. L'imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Associazione per delinquere: condannato chi presta solo l’auto
Un indagato ha impugnato la misura cautelare dell'obbligo di dimora, contestando la propria partecipazione a un'associazione per delinquere finalizzata al saccheggio di siti archeologici in Sicilia. La difesa sosteneva che l'uomo avesse preso parte solo a singoli episodi di scavo clandestino (reati-fine) senza una reale stabilità associativa, e che il pericolo di reiterazione non fosse attuale dato il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che la stabilità del vincolo e l'affectio societatis emergevano dall'organizzazione sistematica delle trasferte, dall'uso di auto modificate e dalla costante disponibilità del ricorrente. Inoltre, la professionalità e la serialità delle condotte giustificano l'attualità del pericolo di reiterazione anche a distanza di tempo.
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Custodia cautelare in carcere: l’archiviazione non salva
Il caso riguarda un uomo condannato in primo grado per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere. La difesa chiedeva la revoca della misura poich un'indagine per sequestro di persona a suo carico, nata dalla denuncia di un ex compagno di cella, era stata archiviata. Secondo la difesa, l'archiviazione faceva venire meno il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'archiviazione di un singolo episodio non cancella le complessive esigenze cautelari, che rimangono solide a causa della gravità dei reati commessi, della professionalità dimostrata nel narcotraffico e del possesso di armi al momento dell'arresto.
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Arresti domiciliari per truffa: la Cassazione nega la libertà
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per truffa a carico di un indagato. La difesa contestava l'attualità e la concretezza del pericolo di reiterazione del reato, ritenendo eccessiva la misura cautelare e valorizzando il tempo trascorso dai precedenti penali del 2021. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la spiccata capacità di pianificazione del soggetto, la sua mobilità sul territorio e l'inefficacia delle precedenti misure dimostrano la persistenza del pericolo. Di conseguenza, gli arresti domiciliari per truffa rimangono la misura idonea a neutralizzare il rischio di nuove condotte illecite, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere per truffe ad anziani
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto a custodia cautelare in carcere per rapina impropria ai danni di un'anziana ultranovantenne. L'indagato aveva raggirato la vittima inventando un falso incidente stradale causato dal figlio per farsi consegnare del denaro. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi e l'attualit del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno chiarito che l'et avanzata della vittima conferma la spregiudicatezza dell'autore, mentre il pericolo di reiterazione del reato non coincide con l'imminenza di un nuovo reato, ma indica la continuit della pericolosit del soggetto, desumibile dai numerosi precedenti penali e dalla totale assenza di ravvedimento. L'indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Misure cautelari personali: arresti confermati per l’ex arbitro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ex arbitro contro l'ordinanza che disponeva gli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze alla base delle misure cautelari personali, poiché l'indagato era stato sospeso dalla federazione calcistica, perdendo lo status di arbitro. La Suprema Corte ha invece confermato il provvedimento, evidenziando il ruolo di spicco dell'indagato come intermediario e organizzatore del gruppo criminale. Secondo i giudici, le condotte illecite erano del tutto indipendenti dalla sua qualifica ufficiale, persistendo il concreto pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove, in particolare per il rischio di occultamento di flussi finanziari. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: spacciare ai domiciliari costa caro
Il Tribunale ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Nonostante la difesa sostenesse la cessazione dell'attività associativa nel 2022, l'indagato è stato sorpreso due volte con ingenti quantitativi di cocaina mentre si trovava agli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando l'elevata pericolosità sociale del soggetto e l'inefficacia di misure meno severe. La commissione di nuovi reati durante la detenzione domiciliare dimostra in modo evidente il concreto pericolo di reiterazione, giustificando pienamente la misura della custodia cautelare in carcere.
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Attualità del pericolo di reiterazione: no al carcere dopo anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura per mancanza di attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando che i fatti risalivano al 2022 e che non vi erano elementi recenti a dimostrazione di legami ancora attivi con la criminalità organizzata. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, ribadendo che il decorso di un significativo lasso di tempo senza indizi concreti di attività illecite esclude la necessità della misura cautelare. Di conseguenza, l'indagato rimane in stato di libertà rispetto a questa misura.
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Attualità delle esigenze cautelari: libero l’indagato dopo anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura per mancanza di attualità delle esigenze cautelari, evidenziando che tra la fine dei fatti contestati (aprile 2022) e l'applicazione della misura era trascorso un significativo lasso di tempo senza elementi concreti di persistenza dei legami criminali. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, ribadendo che il pericolo di reiterazione del reato richiede una valutazione di concretezza e vicinanza temporale ai fatti, non potendo basarsi su informative investigative prive di elementi di novità o relative a condotte ormai datate. Vince l'indagato, che resta libero.
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Estradizione e pericolo di fuga: la Cassazione frena i giudici
Lo Stato estero richiede l'estradizione di un cittadino straniero per il reato di riciclaggio. La Corte di appello sostituisce la custodia in carcere con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, motivando la scelta unicamente con le precarie condizioni di salute dell'indagato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa: i giudici di merito hanno omesso di valutare in modo autonomo, concreto e attuale il pericolo di fuga, presupposto indispensabile per l'applicazione di qualsiasi misura cautelare in ambito estradizionale. La Suprema Corte annulla quindi l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Tentato omicidio: sparo accidentale o agguato? La Cassazione decide
Un uomo è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per il reato di tentato omicidio e porto abusivo di armi. L'indagato, insieme ad altri complici, ha fatto irruzione nell'abitazione della vittima per una spedizione punitiva legata a debiti di droga, ferendola alla schiena con un colpo di pistola. La difesa ha sostenuto l'accidentalità dello sparo e l'assenza della volontà di uccidere, evidenziando anche il ritardo cognitivo e l'incensuratezza dell'uomo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che l'intenzione di uccidere si desume oggettivamente dalle modalità dell'azione, come l'uso di armi da fuoco in un luogo chiuso e la direzione del colpo. L'incensuratezza non esclude la pericolosità sociale di fronte a una condotta così violenta.
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Sostituzione della misura cautelare: il braccialetto non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata che chiedeva la sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione e l'uso del braccialetto elettronico. L'imputata, accusata di gravi reati tra cui autoriciclaggio ed estorsione aggravati dal metodo mafioso, aveva collaborato attivamente con il marito detenuto, capo di un clan criminale. I giudici hanno stabilito che l'uso di strumenti informatici per commettere i reati rende inefficace il trasferimento di regione. Inoltre, il braccialetto elettronico non impedisce a un soggetto altamente pericoloso di comunicare con l'esterno o commettere nuovi illeciti. Di conseguenza, la richiesta di sostituzione della misura cautelare stata respinta e l'imputata rimane in carcere.
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Spari nel buio e tentato omicidio: la Cassazione annulla
Un cacciatore, autorizzato come bioregolatore ma non registrato sulla piattaforma telematica per quel giorno, spara un colpo di carabina munita di visore notturno da 174 metri colpendo un'auto in sosta e ferendo gravemente due giovani. Accusato di tentato omicidio e porto abusivo d'arma, viene sottoposto a custodia in carcere. La Cassazione annulla l'ordinanza cautelare con rinvio limitatamente all'accusa di tentato omicidio e alle esigenze cautelari. I giudici rilevano che il Tribunale del Riesame non ha adeguatamente motivato se l'indagato potesse effettivamente percepire la presenza umana nell'auto, elemento fondamentale per configurare il dolo. Viene invece confermata l'illegalità del porto d'arma, poiché l'omessa registrazione telematica esclude la liceità dell'attività venatoria.
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Misure cautelari personali: arresti legittimi anche senza interrogatorio
Un imprenditore, accusato di bancarotta fraudolenta per aver svuotato la propria società fallita a favore di altre imprese di famiglia, ha impugnato l'ordinanza di arresti domiciliari. La difesa lamentava la mancata esecuzione dell'interrogatorio preventivo e l'assenza di attualità delle esigenze cautelari, dato il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le misure cautelari personali. I giudici hanno chiarito che il giudice può rilevare d'ufficio il pericolo di inquinamento delle prove, escludendo così l'obbligo di interrogatorio preventivo. Inoltre, il rischio di reiterazione del reato rimane concreto e attuale se l'indagato utilizza uno schema ripetitivo, trasferendo beni a società dormenti intestate a parenti stretti per eludere i controlli.
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