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Art. 273 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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724 provvedimenti

Altri anni per Art. 273 Codice di Procedura Penale

Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per usura
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego di sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. L'Imputato, accusato di usura ed estorsione aggravate da metodo mafioso, chiedeva l'attenuazione della misura in una regione diversa da quella dei fatti. La Suprema Corte ha chiarito che la presunta riduzione della gravità degli indizi non giustifica automaticamente una misura meno afflittiva. Inoltre, i legami con esponenti della criminalità organizzata e l'uso del metodo mafioso confermano la persistente pericolosità sociale. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane l'unica misura idonea a contenere il rischio di reiterazione del reato, escludendo l'adeguatezza dei semplici arresti domiciliari.
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Associazione per delinquere: quando il furto di piante diventa clan
Quattro indagati sono stati sottoposti a misure cautelari con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al furto aggravato di migliaia di piante di agrumi da vari vivai. Gli indagati hanno fatto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del vincolo associativo e la valutazione degli indizi, sostenendo si trattasse di collaborazioni occasionali. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la solidità dell'impianto accusatorio. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, l'esistenza di una struttura organizzata, la divisione dei ruoli e la pianificazione di molteplici furti notturni giustificano pienamente la misura cautelare per il reato associativo.
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Metodo mafioso: la finta mediazione che diventa reato
Il caso riguarda un soggetto accusato di concorso in tentata estorsione e favoreggiamento, aggravati dal metodo mafioso. L'indagato sosteneva di aver agito in modo neutro, cercando solo una mediazione bonaria per proteggere le vittime. La Corte di Cassazione ha invece confermato la misura cautelare, stabilendo che consigliare alle vittime di cedere alle richieste estorsive e di non collaborare con la giustizia integra pienamente l'aggravante del metodo mafioso. La condotta è stata ritenuta idonea a incutere timore e a favorire il clan criminale, a prescindere dalla reazione della vittima. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Custodia cautelare in carcere: lo spaccio nega la libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per spaccio di sostanze stupefacenti, anche a un minorenne. La difesa contestava la visibilità dello scambio da parte della polizia e l'attualità delle esigenze cautelari. I giudici hanno confermato la misura evidenziando che il servizio di osservazione ha accertato lo scambio di cocaina e che la personalità de L'Indagato, gravata da precedenti penali per reati di stampo mafioso e uso di armi, rende concreto il rischio di reiterazione. Di conseguenza, L'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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