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Art. 2729 Codice Civile — Sezione Terza Civile

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663 provvedimenti

Altri anni per Art. 2729 Codice Civile

Cessione del credito nulla: il modulo generico salva l’assicurazione
Il proprietario di un'auto danneggiata da una grandinata ha stipulato una cessione del credito a favore della carrozzeria per coprire i costi di riparazione. La carrozzeria ha poi richiesto l'indennizzo alla compagnia assicurativa, che si è rifiutata di pagare. Il Tribunale ha dichiarato nullo l'accordo per indeterminatezza dell'oggetto, poiché il modulo prestampato conteneva formule generiche e contraddittorie, facendo riferimento a un incidente stradale anziché alla grandine. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della carrozzeria. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene l'oggetto di un contratto possa essere determinato anche per elementi esterni, in questo caso le informazioni erano troppo generiche e non consentivano di identificare il diritto trasferito. Vince la compagnia assicurativa.
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Responsabilità professionale del commercialista: paga l’errore
Un'azienda ha fatto causa al proprio commercialista per ottenere il risarcimento dei danni causati dal mancato invio telematico del modello CVS, necessario per usufruire di un credito d'imposta. A causa di questa omissione, l'azienda ha ricevuto cartelle esattoriali di recupero del credito. La Corte d'Appello ha condannato il professionista a risarcire circa 48.000 euro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso principale del professionista e dichiarato inammissibile quello incidentale dell'azienda. La sentenza conferma la responsabilità professionale del commercialista per la condotta negligente che ha causato la perdita del beneficio fiscale, ribadendo che il professionista risponde dei danni derivanti dall'omissione informativa e dall'inadempimento dei propri doveri di diligenza professionale.
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Contratto di somministrazione acqua: tallio non sempre risarcibile
Una cittadina ha chiesto la restituzione delle bollette pagate per il contratto di somministrazione acqua a causa della presenza di tallio nelle condutture. Il gestore idrico aveva già rimosso la sorgente inquinata e i controlli tecnici dell'Istituto Superiore di Sanità avevano escluso un pericolo concreto per la salute umana. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cittadina, stabilendo che la presenza di sostanze non espressamente vietate non rende l'acqua non potabile se non vi è un pericolo concreto e provato per la salute. Di conseguenza, l'utente non ha diritto al rimborso delle tariffe idriche precedentemente versate.
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Azione revocatoria ordinaria: la parentela smaschera la finta vendita
Una banca avvia un'azione revocatoria ordinaria per annullare la vendita di un immobile effettuata da due coniugi fideiussori a favore di una società immobiliare. I coniugi, garanti di un grosso debito societario, avevano venduto i propri beni subito dopo la revoca dei finanziamenti da parte della banca. Il Tribunale e la Corte d'Appello accolgono la domanda, ritenendo provata la complicità della società acquirente a causa dei legami di parentela tra il suo titolare e una socia della debitrice principale. La Corte di Cassazione conferma la decisione, stabilendo che la consapevolezza del danno da parte del terzo acquirente può essere dimostrata tramite presunzioni semplici, come i rapporti di parentela o di affari. L'acquirente perde la causa e deve pagare le spese.
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Azione revocatoria: donare la casa e tenere quote non basta
Un debitore ha donato alle figlie la nuda proprietà di un immobile, riservandosi il diritto di abitazione. La banca creditrice ha promosso un'azione revocatoria per dichiarare inefficace la donazione, ritenendo che l'atto riducesse le garanzie patrimoniali. Il debitore si è difeso sostenendo di possedere ancora quote societarie di valore superiore al debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del debitore, confermando l'inefficacia della donazione. I giudici hanno chiarito che, per l'azione revocatoria, il danno al creditore non richiede la perdita totale del patrimonio, ma basta una maggiore difficoltà nel recupero del credito. Le quote societarie, soggette a forti fluttuazioni di mercato e valutate in concreto molto meno del dichiarato, non offrivano le stesse garanzie di un immobile.
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Azione revocatoria ordinaria: casa ai genitori ma il debito resta
Un fideiussore, consapevole dei debiti della società da lui garantita, vendeva la nuda proprietà del proprio appartamento ai genitori. La banca creditrice avviava un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace la vendita, sostenendo che l'atto pregiudicasse il recupero del credito. I giudici di merito accoglievano la domanda, ritenendo provata la consapevolezza del danno tramite presunzioni, come il vincolo di parentela. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso del debitore. La Corte ha chiarito che l'eventus damni sussiste anche in presenza di un semplice pericolo di rendere più difficile la riscossione del credito. Inoltre, la vicinanza familiare costituisce un elemento grave e preciso per presumere la conoscenza del pregiudizio da parte dei terzi acquirenti.
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Inadempimento contrattuale e ordini bloccati: vince il produttore
Un distributore di pneumatici ha fatto causa al produttore lamentando un inadempimento contrattuale per aver inserito un concorrente nella sua zona e bloccato le forniture. Il produttore ha reagito recedendo dal contratto per i continui ritardi nei pagamenti del distributore. La Corte d'Appello ha ribaltato la prima decisione favorevole al distributore, rilevando che i singoli ordini inseriti nel sistema informatico erano solo proposte contrattuali non ancora accettate e che il distributore era già gravemente moroso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del distributore (nel frattempo fallito). I giudici hanno chiarito che, in caso di contestazioni reciproche, occorre valutare la gravità dei rispettivi comportamenti: la morosità del distributore giustificava ampiamente la sospensione delle forniture da parte del produttore.
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Occupazione senza titolo: risarcimento dovuto anche senza prove
I proprietari di un appartamento hanno richiesto il rilascio dell'immobile e il risarcimento dei danni per l'occupazione senza titolo da parte di due soggetti che lo abitavano a titolo precario. Nonostante la formale richiesta di restituzione inviata tramite raccomandata nel 2006, gli occupanti hanno liberato l'immobile solo nel 2009. La Corte d'Appello ha condannato gli occupanti al pagamento di oltre 16.000 euro per il danno subito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli occupanti, confermando che l'occupazione senza titolo di un immobile genera un danno da perdita della sua utilità che il giudice può calcolare in base al valore di mercato (canone di locazione figurativo) tramite presunzioni semplici, senza necessità di una prova rigorosa del danno concreto da parte del proprietario.
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Responsabilità dell’intermediario finanziario: vince il cliente
Un risparmiatore ha citato in giudizio due istituti bancari chiedendo il risarcimento dei danni per la perdita di oltre 300.000 euro investiti in obbligazioni subordinate estere. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, presumendo che l'investitore conoscesse i rischi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del risparmiatore, ribadendo che in tema di responsabilità dell'intermediario finanziario spetta alla banca l'onere di provare di aver agito con la specifica diligenza professionale e di aver fornito informazioni adeguate. I giudici di merito hanno erroneamente invertito tale onere e utilizzato presunzioni smentite da prove dirette. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria: la separazione non salva i beni dai creditori
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del trasferimento di beni immobili effettuato da un ex amministratore di una società fallita a favore della moglie e dei figli in sede di separazione consensuale. La Curatela Fallimentare ha promosso con successo l'azione revocatoria per tutelare i creditori. Il debitore si era difeso sostenendo di essere solo un amministratore di facciata ("testa di legno") e che spettasse ai creditori provare la mancanza di altri beni. I giudici hanno invece ribadito che la quasi totale dismissione del patrimonio fa presumere il danno per i creditori, gravando sul debitore l'onere di provare il contrario. Inoltre, la qualifica formale di amministratore non esclude la consapevolezza del pregiudizio arrecato. L'appello del debitore è stato rigettato, confermando la revoca dei trasferimenti immobiliari.
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Responsabilità precontrattuale: mutuo promesso e poi negato
Una società immobiliare avvia trattative con una banca per ottenere un finanziamento. Su rassicurazione dei funzionari, la società acquista cinque appartamenti accogliendosi un mutuo in sofferenza. Tuttavia, concluso l'acquisto, la banca nega il finanziamento e segnala erroneamente la società alla Centrale Rischi. La Corte d'Appello respinge la richiesta di risarcimento, ma la Cassazione ribalta la decisione. La Suprema Corte riconosce la responsabilità precontrattuale dell'istituto di credito: le trattative erano giunte a uno stadio avanzato e l'affidamento della società era legittimo. Inoltre, la banca risponde dell'operato dei propri dipendenti e l'errata segnalazione alla Centrale Rischi, prolungata nel tempo, consente di presumere il danno alla reputazione commerciale della società. La causa viene rinviata per un nuovo esame.
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Azione revocatoria: donare quote ai figli non salva il patrimonio
Un creditore ha promosso un'azione revocatoria per far dichiarare inefficaci le donazioni di quote societarie effettuate dal debitore alla figlia e la cessione di un'intera società a una S.r.l. amministrata dal genero. Il creditore lamentava il pregiudizio alle sue ragioni di garanzia. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, confermando l'inefficacia degli atti e condannando la figlia al pagamento di una somma equivalente al valore delle quote alienate. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi della figlia e della società acquirente. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'eventus damni, precisando che anche la sostituzione di beni facilmente aggredibili con denaro costituisce un pregiudizio, e del consilium fraudis, desumibile dai rapporti di stretta parentela e dall'esistenza di un accordo quadro volto a svuotare il patrimonio del debitore.
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Risarcimento danni da inadempimento: banca colpevole ma salva
Due coniugi chiedono il risarcimento danni da inadempimento a una banca che non ha erogato un finanziamento promesso. I clienti sostengono che la mancanza di fondi abbia impedito loro di riacquistare un terreno da un fallimento. La Corte d'Appello rigetta la richiesta per mancanza di prove sulla reale esistenza di una trattativa con la curatela fallimentare. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dei clienti. I giudici confermano che non basta dimostrare l'errore della banca, ma serve la prova certa del nesso causale tra la mancata erogazione del denaro e la perdita dell'affare. Il ricorso incidentale della banca viene dichiarato inefficace perché tardivo. I clienti perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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Centro commerciale vuoto: sì al recesso per gravi motivi
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recesso per gravi motivi esercitato da una società conduttrice, che gestiva una palestra all'interno di un centro commerciale. Il centro commerciale aveva subìto un progressivo e drastico declino, culminato nell'abbandono quasi totale da parte delle altre attività commerciali. Questo svuotamento ha causato un crollo verticale del fatturato della palestra. La società locatrice aveva contestato il recesso, chiedendo la risoluzione del contratto per inadempimento e il risarcimento dei danni. I giudici di legittimità hanno invece stabilito che il degrado oggettivo e imprevedibile della struttura commerciale costituisce un fatto sopravvenuto e involontario. Tale situazione rende la prosecuzione del rapporto intollerabilmente gravosa per l'inquilino, giustificando pienamente l'interruzione anticipata del contratto di locazione.
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Occupazione senza titolo: no al danno automatico ma sì alle prove
La Curatela Fallimentare ha richiesto la liberazione di un appartamento e il risarcimento dei danni per l'occupazione senza titolo da parte di un privato. I giudici di merito hanno ordinato il rilascio dell'immobile, ma hanno negato il risarcimento ritenendo il danno non provato. La Cassazione, richiamando i principi delle Sezioni Unite, ha chiarito che il danno da occupazione senza titolo non è automatico (in re ipsa), ma consiste nella perdita della concreta possibilità di godere del bene. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della Curatela poiché la Corte d'Appello ha omesso di valutare le prove indiziarie e le presunzioni offerte, fornendo una motivazione solo apparente. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Efficacia vincolante della puntuazione: quando la bozza non è contratto
Due fratelli hanno citato in giudizio il terzo fratello per far accertare l'efficacia vincolante della puntuazione di un accordo di divisione ereditaria firmato durante un'udienza. Nonostante la scrittura contenesse clausole dettagliate, il verbale d'udienza dello stesso giorno definiva l'accordo come una semplice ipotesi su cui riflettere. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda, escludendo la natura di contratto definitivo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso principale. La Corte ha chiarito che la contemporaneità tra la firma della bozza e la dichiarazione a verbale supera la presunzione di conclusione del contratto, confermando che si trattava di una fase di trattativa non vincolante.
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Contratto di transazione: il silenzio non cancella i debiti
Una società committente ha chiesto al Tribunale di accertare l'inesistenza di un debito verso l'appaltatrice, sostenendo l'avvenuta stipulazione di un contratto di transazione. Secondo la committente, l'accordo si era concluso poiché essa aveva accettato una proposta scritta di rinuncia reciproca ai crediti, semplicemente evitando di avviare azioni risarcitorie. L'appaltatrice ha invece richiesto il pagamento dei lavori eseguiti. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato la tesi della committente, ritenendo mai perfezionato l'accordo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il semplice silenzio o la mancata promozione di azioni legali non equivalgono a un'accettazione tacita idonea a perfezionare un contratto di transazione, che richiede invece una prova scritta o un'adesione formale e inequivocabile.
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Tariffe a forcella: la fattura non sostituisce il contratto
Un'azienda di autotrasporti (Il Vettore) ha richiesto a una società cooperativa (Il Committente) oltre 990.000 euro per differenze tariffarie, sostenendo l'applicabilità delle tariffe a forcella. Il Committente si è opposto, invocando accordi in deroga. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Vettore, confermando la decisione di appello a lui favorevole. La Corte ha chiarito che i contratti di trasporto in deroga alle tariffe a forcella richiedono obbligatoriamente la forma scritta ad substantiam (per la validità dell'atto). Di conseguenza, fatture, bolle di accompagnamento o comportamenti concludenti non possono sostituire il contratto scritto firmato da entrambe le parti.
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Azione revocatoria ordinaria: la separazione non salva la casa
Una creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro il trasferimento della quota di un appartamento e di un garage effettuato dal marito debitore a favore della moglie, nell'ambito di un accordo di separazione tramite negoziazione assistita. La creditrice sosteneva che l'atto servisse a sottrarre i beni alla garanzia del suo credito. I giudici di merito hanno accolto la domanda, qualificando l'atto come oneroso per la presenza di un conguaglio in denaro e ritenendo provata la consapevolezza della moglie riguardo al debito del marito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della moglie, confermando che il giudice può riqualificare l'atto da gratuito a oneroso e che la consapevolezza del pregiudizio può essere dimostrata tramite indizi precisi, come la ricezione di atti esecutivi e la stretta vicinanza temporale tra il pignoramento e il trasferimento immobiliare.
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Azione revocatoria ordinaria: il fondo non salva la casa
Una curatela fallimentare ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro due coniugi che avevano costituito un fondo patrimoniale, inserendovi un immobile, durante una causa di responsabilità risarcitoria. I coniugi sostenevano che il fondo fosse stato creato prima della loro condanna e che l'immobile fosse già ipotecato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei coniugi, confermando l'inefficacia del fondo patrimoniale. La Corte ha chiarito che per l'azione revocatoria ordinaria basta la consapevolezza del potenziale danno al creditore (scientia damni). Inoltre, un credito contestato in giudizio (credito litigioso) abilita comunque all'azione, e l'esistenza di un'ipoteca precedente non esclude il pregiudizio per il creditore, poiché la garanzia ipotecaria potrebbe ridursi in futuro.
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