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Art. 2118 Codice Civile

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146 provvedimenti

Indennità di preavviso: Accordo sindacale batte Contratto
Alcuni lavoratori di una compagnia aerea, licenziati a seguito di una procedura collettiva, hanno fatto causa all'azienda. Contestavano un accordo sindacale che aveva ridotto il loro preavviso a soli 5 giorni, chiedendo una maggiore indennità sostitutiva del preavviso. Sostenevano che il diritto a un preavviso più lungo, previsto dal CCNL, fosse un diritto acquisito e non modificabile. La Corte di Cassazione ha dato torto ai lavoratori. Ha stabilito che il diritto al preavviso non è un diritto 'quesito' (cioè già consolidato) sin dall'assunzione, ma sorge solo al momento del licenziamento. Di conseguenza, un accordo collettivo stipulato prima del recesso può legittimamente modificarne la durata, anche in senso peggiorativo per il lavoratore. L'azienda ha vinto la causa.
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Mansioni Superiori non provate: Lavoratore perde TFR e preavviso
Un lavoratore ha chiesto al tribunale di ammettere un credito di oltre 90.000 euro nei confronti della sua ex azienda, ormai fallita. La richiesta includeva differenze retributive, TFR e indennità di preavviso, tutte basate sul presupposto di aver svolto mansioni di livello superiore. Il tribunale ha respinto la domanda perché il lavoratore non è riuscito a provare lo svolgimento di tali compiti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Il principio chiave è che se tutte le pretese economiche sono collegate al riconoscimento mansioni superiori e questa prova fondamentale manca, l'intera domanda viene rigettata.
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Indennità di preavviso rinunciata? I contributi INPS restano dovuti
Un'azienda, dopo aver licenziato alcuni dipendenti riconoscendo il loro diritto all'indennità di preavviso, stipula con loro un accordo successivo. Questo accordo trasforma il licenziamento in una risoluzione consensuale e i lavoratori rinunciano all'indennità in cambio di un incentivo all'esodo. Nonostante la rinuncia e il mancato pagamento, l'INPS richiede i relativi versamenti. La Cassazione conferma che i **contributi su indennità di mancato preavviso** sono sempre dovuti. L'obbligo contributivo, di natura pubblica, sorge nel momento in cui nasce il diritto del lavoratore a ricevere l'indennità, non quando questa viene effettivamente pagata. Un accordo privato successivo tra le parti non può annullare un'obbligazione preesistente verso l'ente previdenziale.
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Contributi su indennità di preavviso: dovuti anche se rinunciata
La Corte di Cassazione ha stabilito che i contributi su indennità di preavviso sono sempre dovuti, anche se i lavoratori vi rinunciano tramite un accordo transattivo con l'azienda. Il caso riguardava un'impresa che, in una procedura di mobilità, aveva concordato con i dipendenti la cessazione del rapporto di lavoro in cambio della loro rinuncia all'indennità. L'Ente Previdenziale ha comunque preteso il versamento dei contributi. La Corte ha dato ragione all'Ente, affermando che l'obbligo contributivo è autonomo rispetto all'effettivo pagamento della somma al lavoratore. Tale obbligo nasce dalla legge e non può essere annullato da un accordo privato.
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Risoluzione Lavoro Pubblico: Aspettativa non è Dimissione
Un dipendente comunale chiede un'aspettativa per svolgere un periodo di prova come docente. Il Comune, invece di concederla, interpreta la richiesta come dimissioni e delibera la cessazione del rapporto. La Corte di Cassazione ha stabilito che la richiesta di aspettativa non può mai essere equiparata a dimissioni. Inoltre, ha sancito un principio fondamentale: la risoluzione rapporto di lavoro pubblico per mutuo accordo richiede obbligatoriamente la forma scritta 'ad substantiam'. Il silenzio o la mancata impugnazione immediata da parte del lavoratore non possono essere considerati come un'accettazione tacita della fine del rapporto. La Corte ha quindi dato ragione al lavoratore, affermando che il suo contratto con il Comune non si è mai legalmente estinto.
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Minimale contributivo: accordo privato non ferma l’obbligo INPS
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di obblighi previdenziali. Anche se un'azienda e i suoi lavoratori si accordano per la rinuncia all'indennità sostitutiva del preavviso, l'Ente Previdenziale ha comunque il diritto di pretendere i contributi su quella somma. La decisione si fonda sul principio del minimale contributivo, secondo cui i contributi si calcolano sulla retribuzione legalmente dovuta, non su quella effettivamente pagata. L'accordo privato tra le parti, quindi, non è vincolante per l'ente, che tutela un interesse pubblico. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a versare i contributi omessi.
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Minimale Contributivo: Contributi INPS dovuti anche senza paga
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in tema di minimale contributivo. Un'azienda, dopo aver licenziato alcuni dipendenti, aveva stipulato con loro un accordo in cui questi rinunciavano all'indennità sostitutiva del preavviso. Nonostante la somma non fosse stata materialmente pagata, l'INPS ha preteso il versamento dei relativi contributi. La Corte ha dato ragione all'ente previdenziale, affermando che l'obbligo di versare i contributi si basa sulla retribuzione legalmente dovuta, non su quella effettivamente corrisposta. L'accordo tra azienda e lavoratori non può quindi pregiudicare il diritto dell'INPS a riscuotere i contributi calcolati secondo il principio del minimale contributivo.
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Minimale contributivo: accordo non vale, l’azienda paga i contributi
Un'azienda, dopo un licenziamento collettivo, stipula un accordo con i lavoratori: questi rinunciano all'indennità sostitutiva del preavviso in cambio di un incentivo all'esodo. L'azienda non versa i contributi su tale indennità, ritenendo non fossero dovuti perché mai pagata. L'Ente Previdenziale, invece, li richiede. La Cassazione dà ragione all'Ente, applicando il principio del **minimale contributivo**: i contributi si versano sulla retribuzione legalmente dovuta, non su quella effettivamente percepita. L'accordo tra azienda e lavoratori non è opponibile all'Ente, che ha un diritto autonomo. L'azienda è quindi obbligata a pagare i contributi omessi.
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Accordo col lavoratore? L’INPS vince: inopponibilità transazione
Un'azienda, dopo aver licenziato due dipendenti, stipula con loro un accordo transattivo. I lavoratori rinunciano all'indennità di preavviso in cambio di un incentivo all'esodo. L'Ente Previdenziale, tuttavia, chiede all'azienda il pagamento dei contributi su quell'indennità non versata. La Corte di Cassazione dà ragione all'Ente, stabilendo il principio dell'inopponibilità della transazione all'INPS. Gli accordi privati tra azienda e lavoratore non possono annullare l'obbligo di versare i contributi sulla retribuzione legalmente dovuta, anche se non effettivamente pagata. L'azienda è quindi tenuta a versare i contributi mancanti.
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Direttore autonomo ma contributi sul preavviso sempre dovuti
La Cassazione affronta la qualificazione del rapporto di lavoro giornalistico. La Corte ha stabilito che un Direttore Responsabile, pur avendo un ruolo apicale, non è automaticamente un lavoratore subordinato. Se agisce in piena autonomia, senza ricevere direttive dall'editore e avendo l'ultima parola sulla linea editoriale, il suo rapporto è autonomo e non soggetto a contribuzione per lavoro dipendente. In un altro aspetto della stessa sentenza, la Corte ha però confermato un principio rigido: l'obbligo di versare i contributi sull'indennità di mancato preavviso esiste sempre, anche se il rapporto di lavoro cessa con un accordo consensuale. Questo perché l'obbligazione contributiva verso l'ente previdenziale è un dovere pubblico e non può essere annullato da patti privati.
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Licenziamento Dirigente Blocco Covid: Azienda Rinuncia in Cassazione
Un'azienda aveva licenziato un dirigente per ragioni economiche durante la pandemia, sostenendo che il divieto di licenziamento non si applicasse a questa categoria di lavoratori. Il caso è arrivato fino alla Corte di Cassazione, che ha sollevato una questione alla Corte Costituzionale. A seguito della decisione di quest'ultima, l'azienda ha rinunciato al ricorso. La Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, confermando di fatto la vittoria del lavoratore. La vicenda chiarisce l'applicabilità del **licenziamento dirigente blocco Covid** anche a questa figura professionale.
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Cambio Appalto: Niente Indennità Preavviso con Riasunzione?
Un lavoratore, addetto alle pulizie ferroviarie, al termine di un appalto cessa il rapporto con la vecchia azienda e viene immediatamente assunto dalla nuova, senza interruzioni. L'azienda uscente non paga l'indennità sostitutiva del preavviso, sostenendo che si tratti di una risoluzione consensuale e non di un licenziamento, dato che il lavoratore non è mai rimasto disoccupato. Il lavoratore, invece, la richiede. La Corte di Cassazione, riconoscendo l'importanza della questione per l'uniformità del diritto, non emette una decisione finale ma rinvia il caso a una pubblica udienza per un esame più approfondito. La questione sul diritto all'indennità sostitutiva del preavviso in caso di riassunzione immediata resta quindi aperta.
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Licenziamento collettivo illegittimo: azienda condannata per caos comunicativo
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo, ma le sue comunicazioni agli uffici competenti e ai sindacati sono risultate frammentarie, tardive e poco chiare. Un lavoratore, licenziato nell'ambito di questa procedura, ha impugnato il provvedimento. I giudici hanno dichiarato il licenziamento collettivo illegittimo proprio a causa della violazione delle norme sulla trasparenza e completezza delle informazioni. L'azienda è stata condannata a pagare un'indennità risarcitoria al lavoratore. La Corte di Cassazione ha poi dichiarato estinto il processo, confermando di fatto la vittoria del dipendente, poiché l'azienda ha rinunciato al proprio ricorso.
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Risoluzione per mutuo consenso: tra rifiuto e nuovo impiego
Un lavoratore marittimo ha impugnato la cessazione del proprio rapporto di lavoro, sostenendo di essere stato vittima di un licenziamento illegittimo. La società armatrice ha invece eccepito che il rapporto si era estinto per una risoluzione per mutuo consenso. Il dipendente aveva infatti rifiutato ripetutamente di reiscriversi nel turno particolare della società e aveva accettato un nuovo imbarco presso un altro armatore. La Corte d'Appello ha ritenuto che tale condotta manifestasse una chiara volontà di sciogliere il vincolo contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato questa impostazione, dichiarando il ricorso inammissibile. La decisione ribadisce che la volontà di porre fine al rapporto può essere desunta da comportamenti concludenti che rendono impossibile la prosecuzione della collaborazione lavorativa.
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Indennità di mancato preavviso: il lavoratore vince sul fallimento
Un lavoratore ha impugnato l'esclusione del proprio credito per indennità di mancato preavviso dallo stato passivo di un'azienda tessile fallita. Il tribunale di merito aveva inizialmente negato il diritto, ritenendo il fallimento un evento non volontario e non risarcitorio. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il fallimento non risolve automaticamente il rapporto ma lo sospende. Se il curatore decide di sciogliere il contratto, il dipendente matura il diritto alla indennità di mancato preavviso ai sensi dell'art. 2118 c.c. La Corte ha chiarito che tale indennità ha natura retributiva e non risarcitoria, rendendola pienamente compatibile con le procedure concorsuali e ammissibile al passivo in via privilegiata.
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Contratto di apprendistato: il rischio del ritardo nel recesso
Un lavoratore ha impugnato il licenziamento avvenuto al termine di un contratto di apprendistato professionalizzante durato tre anni. Il ricorrente sosteneva che la prestazione lavorativa fosse proseguita per due giorni oltre la scadenza naturale del termine, determinando così la trasformazione automatica del rapporto in un contratto a tempo indeterminato ordinario. Dopo i rigetti nei primi due gradi di giudizio, la questione è giunta in Cassazione. La Suprema Corte, rilevando l'importanza della questione interpretativa riguardante l'esatto momento in cui il datore di lavoro può esercitare il recesso 'al termine' del periodo formativo, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. Il caso è stato rimesso alla pubblica udienza per definire se una minima prosecuzione dell'attività lavorativa impedisca o meno il recesso libero previsto dalla legge.
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Differenze retributive: azienda condannata e ricorso respinto
Una società in liquidazione è stata condannata a pagare oltre 200.000 euro a un ex dipendente per differenze retributive, TFR e indennità di preavviso. Il datore di lavoro ha presentato ricorso in Cassazione lamentando errori nel calcolo delle somme, in particolare l'inclusione dei ratei di tredicesima nel preavviso e dello straordinario nel TFR. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i motivi di ricorso. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare le assenze del lavoratore spetta al datore e che la mancata contestazione specifica delle motivazioni dei giudici di merito preclude il riesame in sede di legittimità. La decisione conferma la condanna basata sulla parola_chiave differenze retributive.
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Indennità di preavviso e licenziamento illegittimo
La Corte d'Appello di Milano ha stabilito che l'indennità di preavviso è pienamente cumulabile con il risarcimento per licenziamento illegittimo. Il caso riguardava un dirigente licenziato per una giusta causa rivelatasi insussistente; la Corte ha chiarito che il preavviso tutela la continuità reddituale, mentre il risarcimento sanziona l'illegittimità del recesso.
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Apprendistato e sgravi: la Cassazione apre il dibattito
La Corte di Cassazione affronta il tema della spettanza degli sgravi contributivi per l'assunzione di un lavoratore precedentemente occupato con contratto di apprendistato. Il caso nasce dall'opposizione di uno studio professionale contro l'Istituto previdenziale, che aveva negato l'esonero contributivo previsto dalla Legge di Stabilità 2015. La questione centrale riguarda la natura giuridica dell'apprendistato: se esso debba essere considerato un rapporto a tempo indeterminato già consolidato, precludendo così nuovi incentivi, o se la facoltà di recesso al termine della formazione lo renda assimilabile a un rapporto precario. Data la rilevanza della questione, la Corte ha rinviato la causa alla pubblica udienza.
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Credito contributivo prededucibile: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che il credito contributivo vantato dall'ente previdenziale sull'indennità sostitutiva del preavviso è da considerarsi prededucibile. Ciò accade quando il rapporto di lavoro prosegue dopo la dichiarazione di fallimento e viene successivamente interrotto dal curatore. Secondo la Corte, tale debito sorge dalla gestione della procedura fallimentare e non dalla precedente attività dell'impresa, garantendogli così la massima priorità nel pagamento.
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