Un dirigente e la propria azienda stipulano un accordo per la riduzione dello stipendio al fine di fronteggiare una crisi aziendale. L'intesa, firmata nel 2013 al di fuori di una sede protetta, viene poi contestata dal lavoratore che ne chiede la nullità. Mentre la Corte d'Appello dà ragione al dipendente applicando le tutele del Jobs Act, la Cassazione ribalta la prospettiva. I giudici supremi chiariscono che per gli accordi antecedenti al 2015, la tutela economica era strettamente legata al divieto di demansionamento. L'errore dei giudici di merito è stato applicare retroattivamente la nuova normativa, che impone le sedi protette per qualsiasi modifica peggiorativa. La Suprema Corte accoglie il ricorso dell'azienda, cassando la sentenza e rinviando la causa per una nuova valutazione basata sulle norme vigenti all'epoca dei fatti.
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