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Art. 2112 Codice Civile

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915 provvedimenti

Fondo Garanzia TFR: Pagamento senza escussione cedente
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33951/2024, ha stabilito che in caso di trasferimento d'azienda seguito dal fallimento del datore di lavoro cessionario, il lavoratore ha diritto all'intervento del Fondo Garanzia TFR per l'intero credito, compresa la quota maturata presso il cedente. La Corte ha rigettato la tesi dell'INPS, secondo cui l'obbligazione del Fondo sarebbe sussidiaria, affermando che il lavoratore non è tenuto ad agire preventivamente contro il cedente per ottenere il pagamento.
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Fondo di Garanzia INPS: No se il lavoro continua
La Corte di Cassazione ha negato l'intervento del Fondo di Garanzia INPS a favore di alcuni lavoratori i cui crediti retributivi e TFR erano rimasti a carico della precedente azienda, poi fallita, a seguito di un affitto di ramo d'azienda. La decisione si fonda sul principio che il rapporto di lavoro era proseguito senza interruzioni con la nuova società. Poiché la cessazione del rapporto di lavoro è un presupposto essenziale per l'attivazione del Fondo, la richiesta dei lavoratori è stata respinta. Gli accordi tra le aziende non sono stati ritenuti opponibili all'INPS.
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Soppressione ente pubblico: il destino del Direttore
Un ex Direttore Generale di un ente pubblico ha contestato la risoluzione anticipata del suo contratto, avvenuta a seguito di una riforma che ha soppresso l'ente e ne ha creato uno nuovo. La Corte di Cassazione ha stabilito che la risoluzione era legittima, riconoscendo una 'impossibilità sopravvenuta della prestazione'. La sentenza chiarisce che la posizione del direttore generale, a differenza del resto del personale, non godeva di continuità automatica a causa della profonda riorganizzazione del ruolo apicale prevista dalla nuova legge sulla soppressione dell'ente pubblico. Il recesso, quindi, non era ingiustificato.
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Assegno ad personam: spetta nel pubblico impiego?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 33349/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di una dipendente pubblica che chiedeva il riconoscimento di un assegno ad personam per mantenere il suo precedente e più elevato stipendio dopo essere passata a un'altra amministrazione. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che le dimissioni volontarie dalla precedente posizione per accettare un nuovo impiego, vinto tramite concorso, interrompono la continuità del rapporto di lavoro, escludendo così il diritto a conservare il trattamento economico più favorevole.
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Onere prova trasferimento d’azienda: il ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un lavoratore che impugnava il proprio licenziamento collettivo, sostenendo un presunto trasferimento d'azienda non dimostrato. La Suprema Corte ha ribadito che l'onere della prova del trasferimento d'azienda grava sul lavoratore che lo invoca per far valere i propri diritti nei confronti della presunta società cessionaria. La mancanza di prove concrete ha reso il ricorso infondato.
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Trasferimento d’azienda: il superminimo può essere ridotto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33146/2024, ha stabilito che dopo un trasferimento d'azienda è legittima la riduzione di un 'superminimo' se il contratto collettivo applicato dal nuovo datore di lavoro non lo prevede. La tutela della retribuzione del lavoratore opera al momento del passaggio, ma non rende il trattamento economico intangibile rispetto a future modifiche della contrattazione collettiva. Il caso riguardava due lavoratori che si erano visti sopprimere un emolumento a seguito della disdetta di vecchi accordi aziendali, molti anni dopo il trasferimento.
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Trasferimento d’azienda: stipendio e nuovi contratti
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda, il datore di lavoro subentrante può legittimamente applicare il proprio contratto collettivo, anche se meno favorevole, dopo la scadenza di quello applicato dal cedente. La tutela per i lavoratori è volta a impedire un peggioramento retributivo immediato e dovuto al solo fatto del trasferimento, ma non rende i trattamenti economici intangibili rispetto alle successive dinamiche della contrattazione collettiva. La Corte ha rigettato il ricorso di alcune lavoratrici che si erano viste revocare un 'superminimo non assorbibile' a seguito della disdetta di un accordo aziendale, confermando la legittimità dell'operato aziendale.
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Cessione di ramo d’azienda: i criteri distintivi
Una società immobiliare contesta la riqualificazione di un acquisto di beni come una cessione di ramo d'azienda da parte dell'Agenzia Fiscale, con conseguente recupero dell'IVA. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società, stabilendo che il giudice di merito non ha adeguatamente verificato se il complesso dei beni ceduti, appartenenti a un'impresa fallita da oltre vent'anni, possedesse ancora l'autonomia funzionale e l'organizzazione necessarie per essere considerato un'azienda. La Corte ha cassato la sentenza e rinviato il caso per un nuovo esame che applichi i corretti criteri civilistici per la qualificazione della cessione di ramo d'azienda.
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Passaggio dipendenti pubblici: la Cassazione decide
Un dipendente comunale, addetto al servizio idrico, si oppone al trasferimento presso la società privata subentrata nella gestione del servizio. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32773/2024, stabilisce che il passaggio dei dipendenti pubblici in questi casi è automatico e non richiede il consenso del lavoratore. La normativa, infatti, configura una fattispecie legale di trasferimento finalizzata a garantire la continuità occupazionale, applicando la disciplina del trasferimento d'azienda (art. 2112 c.c.). Il rifiuto del lavoratore è quindi irrilevante.
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Interpretazione art. 20 TUR: la Cassazione decide
L'Agenzia delle Entrate aveva riqualificato una cessione di quote sociali, preceduta da un conferimento d'azienda, in un'unica cessione d'azienda, applicando un'imposta di registro proporzionale. La Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che l'interpretazione dell'art. 20 TUR, a seguito delle recenti riforme con efficacia retroattiva, impone di valutare solo l'atto registrato, senza considerare operazioni collegate o elementi extratestuali, consolidando la tassazione a misura fissa per l'atto di cessione quote.
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Imposta di registro: no a interpretazione extratestuale
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Agenzia Fiscale, stabilendo che la qualificazione di un'operazione ai fini dell'imposta di registro deve basarsi esclusivamente sul contenuto del singolo atto, senza considerare elementi extratestuali o atti collegati. Nel caso specifico, la cessione di beni e un contratto di servizi tra due società non potevano essere riqualificati come cessione di ramo d'azienda. La decisione si fonda sull'interpretazione autentica e retroattiva dell'art. 20 d.P.R. 131/1986.
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Retribuzione di posizione: Cassazione e inammissibilità
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un'Azienda Sanitaria Locale in una controversia sulla retribuzione di posizione di un dirigente medico. L'Azienda non può compensare le somme dovute per la parte minima contrattuale con presunti versamenti in eccesso sulla parte variabile. Il ricorso è stato respinto per motivi procedurali, in quanto non affrontava specificamente le ragioni della decisione d'appello e introduceva questioni nuove.
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Trattamento economico dipendenti pubblici: i limiti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32525/2024, ha chiarito i limiti al mantenimento del trattamento economico dei dipendenti pubblici in caso di trasferimento d'azienda. Un lavoratore del settore sanitario, trasferito da un'azienda ospedaliera a una ASL, si è visto negare la prosecuzione di un compenso legato all'attività trasfusionale. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che nel pubblico impiego la retribuzione è determinata esclusivamente dalla legge e dalla contrattazione collettiva. Prassi aziendali o atti amministrativi del precedente datore non sono sufficienti a fondare un diritto quesito, neanche in applicazione dell'art. 2112 c.c., che non può creare diritti ex novo ma solo garantire quelli già validamente costituiti.
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Anzianità aziendale: cumulo tra aziende diverse?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha rigettato il ricorso di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento dell'indennità di mobilità sommando i periodi di servizio prestati presso due diverse società dello stesso gruppo. La Corte ha ribadito che il requisito dell'anzianità aziendale, previsto dalla legge, deve essere maturato interamente presso l'unico datore di lavoro che avvia la procedura di licenziamento collettivo, salvo i casi tassativi di trasferimento d'azienda o fusione. Questa regola non è considerata discriminatoria, ma una scelta ragionevole del legislatore.
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Remissione al primo giudice: l’obbligo in appello
La Corte di Cassazione ha chiarito un importante principio processuale: se la Corte d'Appello riforma una sentenza di primo grado che aveva erroneamente negato la giurisdizione, non può decidere la causa nel merito. Deve, invece, disporre la remissione al primo giudice. Il caso riguardava la richiesta di alcuni dirigenti medici per differenze retributive nei confronti di un'Azienda Sanitaria. La Suprema Corte ha cassato la decisione d'appello, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Efficacia del giudicato nel rapporto di lavoro
La Corte di Cassazione conferma il diritto di una lavoratrice del settore sanitario a mantenere un trattamento economico specifico, precedentemente riconosciuto da una sentenza passata in giudicato. La Corte ha stabilito che l'efficacia del giudicato si estende ai periodi successivi del rapporto di lavoro, anche a seguito di una fusione per incorporazione dell'azienda datrice di lavoro, a meno che non intervengano modifiche sostanziali dei fatti o un nuovo accordo collettivo.
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Trasferimento d’azienda sanità: diritti dei lavoratori
A seguito di un trasferimento d'azienda in sanità, alcuni dipendenti si sono visti modificare un compenso aggiuntivo. La Cassazione ha stabilito che i diritti economici basati su delibere interne del vecchio datore non si mantengono, a meno che non esista un precedente giudicato favorevole, il cui effetto si estende nel tempo.
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Retribuzione aggiuntiva: serve il contratto collettivo
La Cassazione ha negato il diritto di alcuni dipendenti di un'ASL a una retribuzione aggiuntiva, precedentemente percepita, derivante da servizi a privati. La Corte ha stabilito che, nel pubblico impiego, ogni compenso deve fondarsi su un contratto collettivo o su una legge, non bastando delibere regionali o prassi aziendali precedenti a una fusione.
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Trattamento economico lavoratore: la fonte del diritto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31806/2024, ha affrontato il caso di una lavoratrice sanitaria che, dopo la fusione dell'ospedale in cui lavorava con un'altra Azienda Sanitaria, si è vista negare un compenso accessorio. La Corte ha rigettato il ricorso della lavoratrice, stabilendo che per mantenere un trattamento economico lavoratore è necessaria una valida fonte legale o contrattuale (come un contratto collettivo), non essendo sufficienti precedenti delibere amministrative. Parallelamente, ha rigettato il ricorso dell'Azienda contro altri lavoratori, la cui posizione era protetta da un 'giudicato interno' formatosi per una mancata impugnazione in appello.
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Successione nell’appalto: quando non c’è obbligo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 11431/2025, ha stabilito che nella successione nell'appalto non scatta l'obbligo per la nuova azienda di assumere i dipendenti della precedente se non vi è un effettivo trasferimento di personale e di beni strumentali. La Corte ha chiarito che la sola sostituzione di un'impresa con un'altra non configura automaticamente un trasferimento d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c., specialmente in presenza di chiari 'elementi di discontinuità' tra le due gestioni.
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