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Art. 2112 Codice Civile — Anno 2026

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118 provvedimenti

Altri anni per Art. 2112 Codice Civile

Cambio appalto e riassunzione: lite chiusa con accordo
Un lavoratore ottiene dal tribunale il riconoscimento di un contratto a tempo indeterminato con la precedente società affidataria di un servizio di igiene urbana. L'impresa fallisce e subentra una nuova ditta. Il dipendente agisce in giudizio contro la nuova società per ottenere l'assunzione e gli stipendi arretrati, invocando il trasferimento d'azienda e gli accordi sindacali. I giudici di merito respingono la domanda escludendo un passaggio automatico del rapporto. Il dipendente ricorre in Cassazione. Prima dell'udienza, le parti firmano un accordo transattivo in sede sindacale con rinuncia reciproca a tutte le pretese. La Suprema Corte dichiara la cessazione della materia del contendere in tema di cambio appalto e riassunzione, compensando integralmente le spese di lite tra le parti.
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Cessione d’azienda e imposta di registro: stop a debiti tassati
La controversia nasce dalla cessione di un ramo aziendale. La società acquirente ha calcolato il tributo sottraendo dal prezzo i debiti del personale e il trattamento di fine rapporto. L'Agenzia delle Entrate ha escluso tale deduzione e ha emesso un avviso di liquidazione per recuperare la maggiore imposta. I giudici di merito hanno confermato la pretesa fiscale, sostenendo che le passività non riducono il valore dichiarato. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito. La Suprema Corte ha chiarito le regole su cessione d'azienda e imposta di registro: la base imponibile è unica e corrisponde al valore complessivo dei beni al netto di tutte le passività inerenti.
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Trasferimento di ramo d’azienda valido ma resta il risarcimento
La Corte di Cassazione ha esaminato la vicenda di un lavoratore dequalificato per circa sette anni e successivamente coinvolto in un trasferimento di ramo d'azienda. Il lavoratore ha impugnato la cessione sostenendo la mancanza di autonomia e preesistenza del ramo ceduto, chiedendo al contempo un risarcimento per la perdita di professionalità subita. L'azienda ha contestato la quantificazione del danno. La Suprema Corte ha confermato la validità della cessione aziendale, ritenendo provata l'autonomia della struttura tramite elementi indiziari e perizie tecniche. Al contempo, i giudici hanno confermato il risarcimento economico in favore del lavoratore per il lungo demansionamento sofferto. I ricorsi di entrambe le parti sono stati rigettati con compensazione delle spese.
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Trasferimento di ramo d’azienda: confermata la legittimità
Un Lavoratore ha impugnato il trasferimento di ramo d'azienda effettuato dalla propria Azienda Cedente verso un'Azienda Cessionaria. Il dipendente sosteneva la mancanza di autonomia e di preesistenza della struttura ceduta, contestando anche l'utilizzo di una relazione tecnica di parte durante le fasi del giudizio. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'operazione. I giudici hanno chiarito che l'accertamento dei requisiti dell'unità aziendale spetta al giudice di merito. La relazione tecnica della società, unita ad altri elementi probatori concreti, costituisce un valido indizio per valutare la sussistenza e la preesistenza del ramo. Il Lavoratore perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese legali in favore della società controricorrente.
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Ammissione allo stato passivo: fatture e TFR non bastano
Una società in liquidazione ha richiesto l'ammissione allo stato passivo del fallimento di un'altra impresa, pretendendo oltre un milione di euro per fatture commerciali e per il trattamento di fine rapporto (TFR) pagato ai lavoratori in regime di solidarietà. Il Tribunale ha respinto la domanda per insufficienza di prove e per la natura unilaterale delle fatture. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorrente non può limitarsi a proporre una diversa interpretazione dei contratti o a richiedere una nuova valutazione dei fatti, compiti che spettano esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, l'esclusione del credito è stata confermata in via definitiva.
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Indennità di amministrazione: negato l’aumento automatico
Un gruppo di ex dipendenti pubblici, trasferiti d'ufficio all'Agenzia delle Dogane a seguito di una fusione societaria, ha richiesto l'immediato adeguamento della propria indennità di amministrazione a quella, più elevata, percepita dai colleghi già in servizio presso l'ente di destinazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del trattamento differenziato. I giudici hanno chiarito che la legge speciale sulla riorganizzazione prevedeva il mantenimento dello stipendio precedente senza aumenti automatici, nel rispetto della clausola di invarianza finanziaria. Il principio di parità di trattamento non è violato se la differenza economica si basa su una transizione graduale definita dalla contrattazione collettiva e da norme speciali, che prevalgono sulla disciplina generale della mobilità.
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Cessione di ramo d’azienda: legittimo il trasferimento “leggero”
Un gruppo di dipendenti di una banca, addetti al settore del recupero crediti in sofferenza, ha impugnato la cessione di ramo d'azienda con cui erano stati trasferiti a una società esterna di gestione crediti. I lavoratori sostenevano che il reparto ceduto fosse privo di autonomia organizzativa e preesistenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando la legittimità dell'operazione. I giudici hanno chiarito che la cessione di ramo d'azienda è valida anche quando riguarda una struttura "dematerializzata" o "leggera", ossia priva di rilevanti beni materiali ma caratterizzata da un gruppo di lavoratori dotati di uno specifico ed elevato know-how professionale. Di conseguenza, il trasferimento dei dipendenti è pienamente legittimo e non sussiste alcun obbligo per la banca di riassumerli.
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Trasferimento di ramo d’azienda: quando decide il tempo reale
Un lavoratore ha contestato il proprio passaggio a una nuova società, avvenuto a seguito di un trasferimento di ramo d'azienda relativo ai servizi di trasporto e custodia valori. Il dipendente sosteneva di non essere addetto in via prevalente a tale settore, bensì a quello della vigilanza privata, rimasto alla società cedente. Dopo alterne decisioni nei gradi di merito, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore. I giudici di legittimità hanno stabilito che la Corte d'Appello ha omesso di valutare un fatto decisivo: la reale percentuale di tempo lavorativo dedicata dal dipendente al ramo ceduto, pari solo al venti per cento. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame che verifichi l'effettiva appartenenza del lavoratore al ramo trasferito.
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Trasferimento di ramo d’azienda: dipendenti contro cessione
Un gruppo di dipendenti ha contestato la cessione del proprio reparto da un'azienda di servizi informatici a un'altra società, sostenendo che non si trattasse di una vera porzione autonoma e preesistente. I lavoratori hanno chiesto l'annullamento del passaggio e il reintegro presso il datore di lavoro originario. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità dell'operazione. I giudici hanno stabilito che il trasferimento di ramo d'azienda è valido anche quando l'attività si basa prevalentemente sulle competenze tecniche del personale (ramo dematerializzato), purché mantenga la propria autonomia operativa. Di conseguenza, i contratti di lavoro proseguono regolarmente con la società acquirente.
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Trasferimento d’azienda: no alla rivalutazione della buonuscita
Un gruppo di ex dipendenti postali ha richiesto la rivalutazione dell'indennità di buonuscita, congelata al momento della trasformazione dell'ente pubblico in società per azioni nel 1998. I lavoratori sostenevano che la privatizzazione costituisse un trasferimento d'azienda ai sensi delle direttive europee, con conseguente diritto alla conservazione dei trattamenti più favorevoli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la semplice trasformazione della forma giuridica di un ente, senza cambio di proprietà o titolarità, non configura un trasferimento d'azienda. Di conseguenza, la legge nazionale che ha cristallizzato la buonuscita introducendo il TFR per il periodo successivo è pienamente legittima.
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Demansionamento consensuale: valido l’accordo per salvare il posto
Un dirigente bancario ha contestato il demansionamento e la riduzione dello stipendio decisi dall'azienda a seguito di una crisi e di una fusione societaria. Il lavoratore aveva firmato un accordo in sede protetta accettando un inquadramento inferiore pur di conservare l'occupazione, ma successivamente si era dimesso lamentando un ulteriore demansionamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente. I giudici hanno stabilito che i contratti collettivi successivi possono peggiorare il trattamento economico precedente e che l'accordo di demansionamento firmato in sede protetta è pienamente valido se finalizzato a salvare il posto di lavoro. Inoltre, le nuove mansioni assegnate erano compatibili con il livello contrattuale pattuito.
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Trasferimento di ramo d’azienda: legittimo anche senza beni
Un gruppo di lavoratori ha impugnato la cessione del proprio rapporto di lavoro, avvenuta tramite un doppio passaggio societario, sostenendo l'illegittimità del trasferimento. I giudici di merito hanno invece ritenuto valido il trasferimento di ramo d'azienda, qualificandolo come ramo leggero o dematerializzato dedito all'assistenza informatica sul posto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando la legittimità dell'operazione. La Corte ha chiarito che il trasferimento di ramo d'azienda è valido anche in assenza di beni materiali significativi, purché il gruppo di dipendenti trasferiti sia dotato di competenze specialistiche tali da consentire lo svolgimento autonomo del servizio. Di conseguenza, i lavoratori rimangono alle dipendenze dell'azienda cessionaria e devono rimborsare le spese di giudizio.
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Reinternalizzazione servizi: no al trasferimento di ramo d’azienda
Un gruppo di dipendenti di una società di servizi ha chiesto il riconoscimento del passaggio alle dipendenze di una grande azienda di telecomunicazioni. Nel 2000, quest'ultima aveva ceduto il servizio di amministrazione del personale, ma nel 2017 ha deciso di reinternalizzare alcune attività di payroll, senza però acquisire beni o personale. I lavoratori sostenevano che tale operazione costituisse una retrocessione, configurando un trasferimento di ramo d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che la semplice riassunzione di servizi, senza il passaggio di un complesso organizzato di beni e persone dotato di preesistente autonomia funzionale, non costituisce un trasferimento di ramo d'azienda, bensì una mera rimodulazione del contratto di appalto. Di conseguenza, i dipendenti rimangono alle dipendenze della società esterna.
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Cessione ramo d’azienda: nullo il passaggio senza beni
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità della cessione dei contratti di lavoro attuata tramite una presunta cessione ramo d'azienda da una holding a una società di rete. I Lavoratori avevano contestato il trasferimento, evidenziando che l'operazione aveva riguardato solo il personale, mentre tutti i beni strumentali, i software e i servizi di supporto erano rimasti in capo alla società cedente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda, ribadendo che per configurarsi un legittimo trasferimento è indispensabile l'autonomia funzionale e la preesistenza del ramo ceduto. Di conseguenza, i rapporti di lavoro dei dipendenti devono proseguire alle dipendenze della società originaria.
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Retrocessione d’azienda: no a debiti futuri per l’ex gestore
Il Lavoratore ha chiesto il pagamento di crediti per cassa integrazione e mobilità maturati nel 2014 a un'azienda che aveva gestito in affitto l'attività fino al 2011. Il rapporto di lavoro era cessato prima che avvenisse la retrocessione d'azienda alla curatela fallimentare della proprietaria originaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando che la tutela prevista in caso di trasferimento o retrocessione d'azienda presuppone che il rapporto di lavoro sia ancora attivo al momento del passaggio. Inoltre, la responsabilità solidale si applica solo ai crediti già esistenti al momento del trasferimento, escludendo quelli sorti successivamente. Di conseguenza, l'ex affittuaria non deve pagare i debiti maturati anni dopo la cessazione del rapporto.
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Anzianità convenzionale o assunzione reale: decide la Cassazione
Un lavoratore, transitato in diverse società di riscossione tributi, chiedeva il ricalcolo del premio di una polizza assicurativa collettiva previsto dal contratto integrativo. Il dipendente pretendeva la misura massima del premio basandosi sulla propria anzianità convenzionale risalente al 1995. L'azienda eccepiva che il beneficio spettasse solo in base alla data di assunzione effettiva. La Corte d'Appello respingeva la domanda del lavoratore, applicando anche il blocco degli aumenti retributivi pubblici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione dei contratti integrativi spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, confermando che l'anzianità convenzionale non sostituisce la data di assunzione effettiva per il calcolo del premio. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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TFR Cessione d’Azienda Fallimento: Quando il Credito Non È Subito Esigibile
Una lavoratrice ha chiesto l'ammissione del suo credito per TFR e altre retribuzioni al passivo fallimentare di un'azienda. L'azienda aveva ceduto un ramo d'azienda prima del fallimento. La Corte di Cassazione ha stabilito che il credito per TFR non può essere ammesso al passivo fallimentare del cedente se il rapporto di lavoro è proseguito con l'azienda acquirente. Il TFR, infatti, matura progressivamente ma diventa esigibile solo alla cessazione definitiva del rapporto di lavoro. La sentenza ha quindi rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che la TFR cessione d'azienda fallimento non rende immediatamente esigibile il credito.
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Esigibilità TFR in Cessione d’Azienda e Fallimento: Quando è Dovuto?
Un Lavoratore ha chiesto il pagamento del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) e altri crediti retributivi a un'Azienda in fallimento. L'Azienda aveva precedentemente ceduto un ramo d'azienda. Il curatore fallimentare aveva escluso il TFR, sostenendo che il rapporto di lavoro era proseguito con la nuova società e quindi il TFR non era ancora esigibile. La Corte di Cassazione ha confermato che il credito per il TFR non può essere ammesso al passivo fallimentare del cedente se il rapporto di lavoro è continuato con il cessionario. Il TFR diventa esigibile solo alla cessazione definitiva dell'unico rapporto di lavoro.
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Trasferimento di azienda: No all’assunzione dopo internalizzazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'internalizzazione di un servizio, prima affidato in appalto, non costituisce automaticamente un trasferimento di azienda. Un gruppo di lavoratori, ex dipendenti di una società appaltatrice del servizio di recapito, chiedeva l'assunzione presso l'Azienda committente dopo che questa aveva deciso di gestire il servizio internamente. La Corte ha respinto la richiesta, chiarendo che per aversi un trasferimento di azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c. è necessario il passaggio di un nucleo organizzato di beni e personale, cosa non avvenuta nel caso specifico. L'Azienda committente, infatti, aveva riorganizzato il servizio usando esclusivamente mezzi e personale propri, senza acquisire nulla dall'ex appaltatore. Di conseguenza, non sussisteva alcun obbligo di assunzione.
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Tassazione accollo debiti: Fisco vince su affitto d’azienda
La Corte di Cassazione ha chiarito la corretta tassazione dell'accollo di debiti in un contratto di affitto di ramo d'azienda. Una società aveva preso in affitto un'attività, accollandosi anche i debiti pregressi del proprietario. L'Agenzia delle Entrate ha richiesto il pagamento di un'imposta di registro separata per l'accollo, oltre a quella per l'affitto. La Cassazione ha dato ragione al Fisco, stabilendo che, a differenza della vendita d'azienda, nell'affitto l'accollo dei debiti è una scelta volontaria e non una conseguenza necessaria del contratto. Pertanto, costituisce una disposizione autonoma che deve essere soggetta a tassazione separata, generando un maggiore onere fiscale.
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