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Art. 2112 Codice Civile — Anno 2024

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230 provvedimenti

Altri anni per Art. 2112 Codice Civile

Impugnazione licenziamento: a chi notificare?
Un lavoratore, licenziato prima di una cessione d'azienda, ha tentato la conciliazione solo con la nuova società. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l'impugnazione del licenziamento deve essere rivolta all'originario datore di lavoro (cedente) per interrompere la decadenza. La richiesta al solo cessionario non è sufficiente.
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Fondo di garanzia TFR: obbligo anche post-cessione
La Corte di Cassazione ha stabilito che il Fondo di garanzia TFR dell'INPS è tenuto a corrispondere l'intero trattamento di fine rapporto ai lavoratori, anche per la quota maturata prima di una cessione d'azienda. L'obbligo scatta quando il nuovo datore di lavoro (cessionario) diventa insolvente, poiché è questo evento a rendere esigibile il credito. La Corte ha inoltre chiarito che l'obbligazione del Fondo non è sussidiaria, quindi i lavoratori non sono tenuti a rivalersi prima sull'originario datore di lavoro (cedente).
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Fondo garanzia TFR: no pagamento se l’azienda è salva
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16917/2024, ha stabilito che il Fondo di garanzia TFR gestito dall'INPS non è tenuto a intervenire se, in caso di cessione di ramo d'azienda, il rapporto di lavoro prosegue con un'impresa acquirente che risulta solvibile al momento della cessazione definitiva del rapporto. Secondo la Corte, un accordo sindacale che lasci il TFR a carico dell'azienda cedente, successivamente divenuta insolvente, non è opponibile all'INPS. Il requisito fondamentale per l'intervento del Fondo è l'insolvenza del datore di lavoro al momento in cui il credito per il TFR diventa esigibile, cioè alla fine del rapporto di lavoro.
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Fondo di Garanzia TFR: quando non interviene
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16832/2024, ha stabilito che il Fondo di Garanzia TFR non è tenuto a intervenire se, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, il datore di lavoro è un'azienda cessionaria in bonis (solvente). Questo principio vale anche se un accordo sindacale aveva lasciato il TFR maturato a carico dell'azienda cedente, successivamente divenuta insolvente. La Corte ha sottolineato l'autonomia del rapporto previdenziale rispetto a quello civilistico, affermando che gli accordi tra le parti private non sono opponibili all'ente previdenziale.
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Atto di appello: i requisiti di ammissibilità
La Corte di Cassazione ha annullato una decisione di inammissibilità di un atto di appello in una causa di lavoro. La Corte ha chiarito che, per essere valido, l'atto di appello non richiede formule sacramentali o un 'progetto alternativo di sentenza', ma deve individuare chiaramente le parti della sentenza contestate e fornire specifiche argomentazioni critiche, senza essere una mera ripetizione delle difese di primo grado. La valutazione della Corte d'Appello, che aveva ritenuto l'atto confuso e generico, è stata giudicata non coerente con i principi di diritto.
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Atto di appello: i requisiti di ammissibilità
Un lavoratore si è visto dichiarare inammissibile l'appello per presunti vizi formali. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, chiarendo i requisiti di ammissibilità dell'atto di appello. La Suprema Corte ha specificato che non sono richieste formule sacramentali, ma è essenziale individuare chiaramente i punti contestati della sentenza di primo grado e fornire argomentazioni specifiche per confutarli, garantendo così il diritto di difesa.
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Fondo di Garanzia INPS: No TFR se il lavoro continua
La Cassazione ha stabilito che il Fondo di Garanzia INPS non è tenuto a pagare il TFR se, al momento del fallimento del datore di lavoro originario, il rapporto di lavoro prosegue con una nuova società. Un accordo sindacale che lascia il TFR in capo al cedente non è opponibile all'INPS.
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Cessione d’azienda: diritti dei lavoratori protetti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15740/2024, ha ribadito la solidità delle tutele per i lavoratori in caso di cessione d'azienda. La Corte ha stabilito che gli accordi individuali che peggiorano le condizioni contrattuali dei dipendenti, eludendo l'articolo 2112 c.c., sono nulli. Inoltre, ha chiarito che il termine di decadenza per impugnare i licenziamenti non si applica quando i lavoratori chiedono il riconoscimento della continuità del rapporto con il nuovo datore di lavoro.
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Licenziamento collettivo: obblighi di trasparenza
La Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento collettivo a causa della mancata trasparenza nella comunicazione finale. La riduzione del numero di esuberi, concordata con i sindacati, non è stata seguita da un prospetto chiaro che ne spiegasse la riallocazione, violando i principi di corretta informazione e viziando l'intera procedura.
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Terzo elemento salariale: no ai non percettori
La Corte di Cassazione ha stabilito che i lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro non hanno diritto al cosiddetto 'terzo elemento salariale' se questo è stato soppresso da un accordo collettivo prima della trasformazione del loro contratto in tempo indeterminato. Secondo la Corte, non si tratta di discriminazione in quanto i lavoratori non avevano mai percepito tale emolumento, pertanto non avevano un diritto quesito da tutelare. La sentenza ribalta le decisioni dei giudici di merito che avevano dato ragione ai dipendenti.
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Terzo elemento salariale: no se mai percepito
Un gruppo di lavoratori del settore trasporti, assunti con contratto di formazione, ha rivendicato il diritto al "terzo elemento salariale", una voce retributiva soppressa da un accordo collettivo del 1997 ma mantenuta per i soli dipendenti già a tempo indeterminato. I lavoratori sostenevano che il loro periodo di formazione dovesse essere considerato ai fini dell'anzianità, garantendo loro il diritto a tale emolumento. Dopo due sentenze favorevoli nei primi gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. Ha stabilito che, non avendo i lavoratori mai percepito tale somma prima della sua abolizione, non potevano vantare un diritto acquisito. Di conseguenza, la clausola del contratto collettivo che li escludeva dal beneficio è stata giudicata legittima, respingendo le loro domande.
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Obbligo retributivo cessione illegittima: la Cassazione
Con l'ordinanza n. 15276/2024, la Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo retributivo di un'azienda cedente nei confronti dei lavoratori in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima. Anche se i dipendenti hanno lavorato per la società cessionaria, il rapporto giuridico con il datore di lavoro originario non si è mai interrotto. La Corte ha stabilito che le somme dovute hanno natura di retribuzione e non di risarcimento, rigettando sia il ricorso principale dell'azienda che quello incidentale dei lavoratori.
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Lavoro a progetto: quando è subordinato? Analisi
La Corte di Cassazione conferma la riqualificazione di un contratto di lavoro a progetto in rapporto subordinato. La decisione si basa sulla coincidenza tra il progetto e l'oggetto sociale dell'azienda e sulla continuità dell'attività lavorativa, anche a seguito di un affitto di ramo d'azienda. L'ordinanza chiarisce che la sostanza del rapporto prevale sulla forma contrattuale, confermando le sanzioni emesse dall'Ispettorato del Lavoro. Vengono inoltre respinte le critiche sulla motivazione della sentenza d'appello e sulla condanna alle spese legali a favore dell'ente pubblico.
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Subentro nell’appalto: l’obbligo di assunzione
Nel caso di subentro nell'appalto di servizi, la Corte di Cassazione chiarisce l'obbligo di assunzione per la nuova impresa. Un ricorso è stato dichiarato inammissibile perché non contestava la 'ratio decidendi' basata sulla clausola sociale, ma solo quella sull'art. 2112 c.c. La Corte sottolinea l'importanza di impugnare tutti i fondamenti alternativi della decisione di merito per evitare l'inammissibilità.
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Cessione del ramo d’azienda: i requisiti essenziali
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 14840/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società tecnologica contro la sentenza che aveva giudicato inefficace la cessione del ramo d'azienda ad un'altra impresa. Al centro della decisione vi è il principio secondo cui, per una valida cessione del ramo d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c., il ramo trasferito deve possedere i requisiti di autonomia funzionale e preesistenza al momento della cessione, senza i quali è necessario il consenso del lavoratore.
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Doppia retribuzione: sì al doppio stipendio
In un caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata inefficace, la Corte di Cassazione ha stabilito il diritto del lavoratore a una doppia retribuzione. Il lavoratore, pur avendo prestato servizio per la società acquirente, ha diritto a ricevere lo stipendio anche dalla società cedente, la quale aveva illegittimamente rifiutato la sua prestazione lavorativa. La Corte ha chiarito che si configurano due distinti rapporti di lavoro, uno di diritto con il cedente e uno di fatto con il cessionario, giustificando così il doppio compenso senza possibilità di detrazione.
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Bancarotta fraudolenta affitto azienda: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale a carico degli amministratori di due società. Il caso riguarda la stipula di un contratto di affitto di ramo d'azienda da una società, poi fallita, a un'altra, per un canone irrisorio e mai corrisposto. La Corte ha stabilito che tale operazione costituisce un atto distrattivo che integra il reato di bancarotta fraudolenta affitto azienda, a prescindere dallo stato di decozione preesistente della società cedente. La sentenza chiarisce che la finalità di sottrarre beni alla garanzia dei creditori è sufficiente per configurare il reato, che è di pericolo e non richiede la prova di un danno effettivo.
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Trasferimento d’azienda: quando non basta la continuità
Una lavoratrice del settore ristorazione ha agito in giudizio sostenendo l'esistenza di un trasferimento d'azienda tra il suo datore di lavoro originario e una nuova società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare un trasferimento d'azienda non è sufficiente la mera continuità del personale e dei locali. È indispensabile dimostrare che l'entità economica organizzata abbia conservato la propria identità nel passaggio, prova che nel caso di specie non è stata fornita.
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Obbligo assunzione appalto: il ricorso inammissibile
Un'azienda subentrante in un appalto di servizi di trasporto pubblico è stata condannata ad assumere un lavoratore della precedente gestione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda perché non ha contestato una delle motivazioni alternative della Corte d'Appello, fondata sull'obbligo assunzione appalto previsto dalla clausola sociale del CCNL e del capitolato.
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Obbligazione retributiva e cessione di ramo d’azienda
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14265/2024, ha stabilito che le somme dovute al lavoratore a seguito di una cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima hanno natura di obbligazione retributiva e non risarcitoria. La Corte ha chiarito che una precedente sentenza tra le stesse parti, che qualificava diversamente le somme per periodi anteriori, non costituisce un giudicato esterno sulla qualificazione giuridica della pretesa per periodi successivi. Di conseguenza, il datore di lavoro cedente è tenuto a corrispondere le retribuzioni anche se non ha ricevuto la prestazione lavorativa, purché questa sia stata offerta dal dipendente.
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