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Art. 2087 Codice Civile

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243 provvedimenti

Rifiuto prestazione lavorativa: quando è legittimo?
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di una dottoressa licenziata dopo un prolungato rifiuto della prestazione lavorativa. La lavoratrice, dopo aver denunciato illeciti, si era opposta a un trasferimento ritenuto ritorsivo. I giudici hanno ritenuto il rifiuto contrario a buona fede e sproporzionato, confermando la legittimità del licenziamento, poiché la tutela per il whistleblower non giustifica un'inadempienza contrattuale assoluta e protratta nel tempo.
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Responsabilità committente: obblighi di sicurezza
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 11918/2025, ha stabilito che la responsabilità committente per un infortunio sul lavoro di un dipendente dell'appaltatore non è esclusa dalla semplice assenza di ingerenza. Il committente ha obblighi specifici di cooperazione e coordinamento per la sicurezza, imposti dal D.Lgs. 81/2008, la cui violazione fonda la sua responsabilità. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva escluso tale responsabilità, rinviando per un nuovo esame che verifichi l'adempimento di tali doveri.
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Danno da demansionamento: prova e risarcimento
Un dipendente, dopo aver svolto mansioni dirigenziali, subisce un demansionamento. La Cassazione interviene sul caso, chiarendo la ripartizione dell'onere della prova e i criteri di liquidazione del danno da demansionamento. Si specifica che spetta al datore di lavoro dimostrare di aver adibito il lavoratore a mansioni corrette. Viene inoltre affrontata la questione del risarcimento del danno professionale, distinguendolo dalla perdita di chance, e si statuisce sulla necessità di accertare la soggettività giuridica dei fondi di previdenza complementare prima di poter decidere sulla relativa domanda di contribuzione.
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Commento inappropriato non è molestia: reintegra
Un lavoratore, licenziato per un commento inappropriato verso una collega, ottiene la reintegrazione. La Corte d'Appello aveva derubricato il fatto da molestia a commento inappropriato, decisione confermata dalla Cassazione. L'ordinanza sottolinea che un codice etico aziendale non è una fonte normativa e che la valutazione dei fatti non può essere riesaminata in sede di legittimità. Il ricorso dell'azienda è stato dichiarato inammissibile, confermando la tutela reintegratoria per il dipendente.
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Vittima del dovere: status negato per casco non idoneo
Un operatore delle forze dell'ordine, infortunatosi in un incidente motociclistico durante il servizio, ha richiesto il riconoscimento dello status di vittima del dovere, attribuendo l'aggravarsi delle lesioni a un casco in dotazione ritenuto inadeguato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, specificando che per ottenere tale status non basta un infortunio in servizio o l'uso di equipaggiamento non tecnologicamente avanzato. È indispensabile dimostrare l'esposizione a rischi straordinari, superiori alla normalità del proprio incarico, condizione che nel caso di specie non è stata riscontrata.
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Danno da demansionamento: onere della prova del lavoratore
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso di una lavoratrice per danno da demansionamento, chiarendo che il pregiudizio non è mai automatico (in re ipsa). La sentenza sottolinea che il lavoratore ha l'onere di allegare e provare in modo specifico e non generico il danno professionale, biologico o morale subito, altrimenti la domanda di risarcimento non può essere accolta.
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Licenziamento giusta causa per violazione sicurezza
Un caposquadra viene licenziato per gravi violazioni della sicurezza sul lavoro e per aver falsamente attestato il rispetto delle norme in un verbale. La Corte di Cassazione conferma il licenziamento per giusta causa, sottolineando che la condotta del lavoratore, aggravata dal suo ruolo di responsabilità e dalla falsa attestazione, ha irrimediabilmente compromesso il vincolo fiduciario con il datore di lavoro. La sentenza chiarisce anche la validità di una contestazione disciplinare che richiama documenti noti al dipendente.
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Revoca incarico dirigenziale: non è demansionamento
Un dirigente amministrativo di un'azienda sanitaria, a cui era stato conferito un incarico dirigenziale in via temporanea, ha citato in giudizio l'ente dopo la revoca di tale incarico, sostenendo di aver subito un demansionamento illegittimo. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei gradi precedenti, ha respinto il ricorso. La Corte ha chiarito che la revoca di un incarico dirigenziale temporaneo, conferito in attesa delle procedure formali di assegnazione, non costituisce demansionamento se il dipendente viene riassegnato a mansioni riconducibili alla sua categoria contrattuale di appartenenza. L'incarico temporaneo non crea un diritto alla prosecuzione o alla formalizzazione dello stesso.
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Erroneo inquadramento: prescrizione quinquennale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una dipendente pubblica che chiedeva differenze retributive per un erroneo inquadramento professionale. La Corte ha confermato l'applicazione della prescrizione quinquennale, distinguendo nettamente il caso da un'ipotesi di demansionamento, che avrebbe previsto una prescrizione decennale. La decisione si fonda sulla qualificazione della domanda come rivendicazione di crediti da lavoro e non come risarcimento del danno.
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Danno da usura psicofisica: risarcimento per pausa negata
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento per danno da usura psicofisica a favore di alcuni lavoratori del settore sanitario a cui, per oltre dieci anni, non era stata concessa la pausa lavorativa obbligatoria. Secondo la Corte, una violazione così sistematica e prolungata permette al giudice di presumere l'esistenza di un danno effettivo, anche senza prove mediche dirette, condannando il datore di lavoro. L'appello dell'azienda è stato dichiarato inammissibile.
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Danno da usura psicofisica: la pausa negata si paga
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda sanitaria a risarcire i propri dipendenti per il danno da usura psicofisica causato dalla sistematica mancata concessione della pausa di lavoro per oltre un decennio. La Corte ha stabilito che, sebbene il danno non sia automatico (in re ipsa), la sua esistenza può essere provata dal giudice tramite presunzioni, basandosi sulla gravità e sulla durata della violazione.
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Demansionamento: quando il ricorso è inammissibile?
Un dirigente pubblico ha citato in giudizio un'Amministrazione Provinciale per presunto demansionamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha stabilito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità e ha ribadito i limiti di giurisdizione del giudice ordinario sugli atti di macro-organizzazione della P.A., confermando l'assenza di demansionamento.
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Cambio mansioni: quando è legittimo? Analisi Cassazione
Una lavoratrice, trasferita da mansioni di centralinista a quelle di cuoca, ha contestato la decisione. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del cambio mansioni, ritenendolo conforme alla nuova formulazione dell'art. 2103 c.c. che permette l'adibizione a compiti riconducibili allo stesso livello e categoria legale, senza dequalificazione. Il ricorso è stato respinto per motivi procedurali, consolidando i limiti del potere del datore di lavoro.
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Onere della prova ferie: il datore deve informare
Un lavoratore prossimo alla pensione si vede negare l'indennità per ferie non godute. La Corte di Cassazione accoglie il suo ricorso, stabilendo un principio fondamentale sull'onere della prova ferie: è il datore di lavoro a dover dimostrare di aver formalmente invitato il dipendente a fruire delle ferie e di averlo avvisato, in modo chiaro e tempestivo, che altrimenti le avrebbe perse. La mancata informazione impedisce la perdita del diritto all'indennità sostitutiva.
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Nesso di occasionalità: la responsabilità della P.A.
Un cittadino, feritosi mentre assisteva un dipendente comunale, si è visto negare il risarcimento nei primi due gradi di giudizio per l'assenza di un rapporto di lavoro. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando la responsabilità del Comune in base al principio del nesso di occasionalità: l'ente risponde del fatto illecito del proprio dipendente se commesso nell'esercizio delle sue funzioni, a prescindere da un contratto formale con il danneggiato, che in questo caso va considerato un terzo.
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Onere della prova demansionamento: chi deve provarlo?
La Cassazione ha stabilito che l'onere della prova del demansionamento grava sul lavoratore. In un caso contro una società di servizi postali, è stato respinto il ricorso di un dipendente che non ha dimostrato di svolgere mansioni superiori dopo un cambio di reparto, negandogli così il risarcimento.
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Danno punitivo: no dalla Cassazione nel lavoro
La Corte di Cassazione ha escluso l'applicabilità del danno punitivo in un caso di prolungata inattività forzata di un lavoratore. L'ordinanza chiarisce che il risarcimento deve limitarsi al pregiudizio effettivo subito, senza finalità sanzionatorie. La Corte ha inoltre specificato che è possibile richiedere un nuovo risarcimento per il protrarsi di condotte lesive in un periodo successivo a quello già giudicato, distinguendo il nuovo danno esistenziale da quello già liquidato in precedenza.
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Mobbing lavorativo: quando le condotte non bastano
Un dipendente bancario ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro a seguito di una fusione aziendale, lamentando un errato inquadramento, il mancato rimborso di spese e condotte di mobbing. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare il mobbing lavorativo è indispensabile che il lavoratore fornisca la prova di un preciso intento persecutorio che unifichi le diverse azioni datoriali. Le singole condotte, anche se negative, non sono sufficienti se non inserite in un disegno vessatorio complessivo.
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Lavaggio DPI: l’obbligo è sempre del datore di lavoro
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22540/2025, ha stabilito che l'obbligo di provvedere al lavaggio dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) spetta interamente al datore di lavoro. Il caso riguardava un tecnico specialista che operava su impianti elettrici, il quale lamentava il mancato lavaggio da parte dell'azienda dei suoi indumenti protettivi. La Corte ha chiarito che il mantenimento dell'efficienza e delle condizioni igieniche dei DPI, come previsto dalla normativa sulla sicurezza, include necessariamente la loro pulizia, che non può essere delegata al lavoratore.
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Obbligo di lavaggio DPI: la Cassazione conferma
Una società di trasporti è stata condannata a risarcire un dipendente per i costi sostenuti per il lavaggio degli indumenti da lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato che, anche per un magazziniere esposto a rischi in un ambiente promiscuo, tali indumenti si qualificano come Dispositivi di Protezione Individuale (DPI). La sentenza sottolinea l'obbligo di lavaggio a carico del datore di lavoro per garantire la manutenzione e l'efficienza dei DPI, proteggendo la salute del lavoratore.
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