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Art. 2087 Codice Civile

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243 provvedimenti

Demansionamento medico: quando non c’è risarcimento
Un chirurgo ha citato in giudizio la propria struttura sanitaria per demansionamento medico e mobbing, lamentando una drastica riduzione della sua attività operatoria. La Corte di Appello ha respinto la richiesta, non riscontrando un'emarginazione voluta, ma una gestione non paritaria degli interventi. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. È stato chiarito che, per configurare un demansionamento medico risarcibile, non basta una disparità quantitativa di incarichi, ma è necessaria la prova di una sostanziale inattività o l'assegnazione a mansioni estranee alla propria specializzazione.
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Dimissioni per giusta causa e Naspi: il caso amianto
Un lavoratore si dimette invocando le dimissioni per giusta causa a causa di stipendi non pagati e della presenza di amianto sul luogo di lavoro. L'INPS nega la Naspi. La Cassazione conferma la decisione, sottolineando che la rassegnazione delle dimissioni quasi due anni dopo la scoperta del rischio amianto fa venir meno il requisito dell'immediatezza, essenziale per la giusta causa e quindi per l'accesso all'indennità di disoccupazione.
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Ricorso per cassazione: limiti e inammissibilità
Un dirigente del settore pubblico ha citato in giudizio la propria amministrazione, una Provincia, per mobbing e danni, rassegnando le dimissioni per quella che riteneva una giusta causa. A seguito di un complesso iter giudiziario che ha attraversato vari gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha respinto in via definitiva il ricorso del dirigente. La Corte ha ritenuto i numerosi motivi di ricorso per cassazione inammissibili o infondati, sottolineando il rispetto dei precedenti giudicati, i limiti procedurali dell'appello e il potere discrezionale dei giudici di merito nella valutazione delle prove.
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Licenziamento disciplinare: rifiuto DAD è giusta causa
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare di una docente che si era rifiutata di svolgere la didattica a distanza durante l'emergenza pandemica. Le giustificazioni addotte, come la fobia per le telecamere e la mancanza di competenze informatiche, non sono state provate. La Corte ha stabilito che l'assenza prolungata e ingiustificata costituisce un grave inadempimento contrattuale che giustifica la sanzione espulsiva, e che spetta al lavoratore l'onere di provare l'esistenza di cause di giustificazione.
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Risarcimento danno demansionamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32527/2024, ha confermato il diritto al risarcimento danno demansionamento per due dipendenti bancari, anche in presenza di una precedente sentenza che aveva escluso il risarcimento per un periodo anteriore. La Corte ha stabilito che la continuità del demansionamento in un periodo successivo costituisce un illecito distinto, per il quale è possibile richiedere e ottenere un nuovo risarcimento. Inoltre, ha ribadito che il danno alla professionalità può essere provato anche in via presuntiva e liquidato equitativamente dal giudice sulla base di elementi come la durata e la gravità del demansionamento.
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Risarcimento danni demansionamento: ricorso inammissibile
Un dipendente pubblico, vicecomandante della polizia municipale, subisce un demansionamento e chiede il risarcimento danni. La Corte d'Appello riconosce il danno ma lo liquida in via equitativa. Il dipendente ricorre in Cassazione contestando la quantificazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, in quanto le censure miravano a un riesame del merito, non consentito in sede di legittimità. L'ordinanza chiarisce i limiti del ricorso per il risarcimento danni demansionamento.
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Risarcimento danni demansionamento: la Cassazione decide
Un dipendente pubblico, vicecomandante della polizia municipale, ha subito un demansionamento a seguito di un procedimento penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso volto a ottenere un risarcimento danni demansionamento maggiore di quello liquidato in appello. La Suprema Corte ha confermato i criteri di calcolo del danno, distinguendo tra il ruolo del procedimento penale e quello del demansionamento nel causare il danno alla salute e chiarendo i limiti del giudizio di legittimità.
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Retribuzione dirigente medico: no a extra per orario
Una dirigente medico ha citato un'Azienda Sanitaria per differenze retributive, sostenendo che un errato calcolo delle ore di assenza la costringeva a lavorare di più. La Cassazione ha respinto la richiesta, affermando che la retribuzione dirigente medico è onnicomprensiva e mensile, non oraria. Non spetta un compenso aggiuntivo per le ore eccedenti, salvo un'azione per danno alla salute, non proposta nel caso di specie.
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Retribuzione onnicomprensiva: no extra per errore
Un dirigente medico ha lavorato ore in più a causa di un errato calcolo del suo debito orario da parte dell'Azienda Sanitaria. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31989/2024, ha stabilito che, in base al principio di retribuzione onnicomprensiva, il medico non ha diritto a un compenso aggiuntivo per queste ore. La sua retribuzione è forfettaria e mensile, non oraria. La Corte ha chiarito che l'eventuale tutela per il lavoratore consiste in un'azione per il risarcimento del danno alla salute o al riposo, che però deve essere specificamente provato e non era stato oggetto della domanda iniziale.
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Debito orario medico: no a paga extra per errore ASL
Un dirigente medico ha citato in giudizio l'Azienda Sanitaria per un errore nel calcolo del debito orario giornaliero durante le assenze (ferie, malattia), che lo costringeva a lavorare ore supplementari per raggiungere il monte ore settimanale. Sebbene i tribunali di primo e secondo grado gli avessero dato ragione, condannando l'Azienda al pagamento delle differenze retributive, la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. In base al principio di onnicomprensività della retribuzione, il dirigente medico non ha diritto a un compenso aggiuntivo per le ore eccedenti, anche se derivanti da un errore del datore. La Corte ha chiarito che il medico avrebbe potuto agire per il risarcimento del danno alla salute o da stress, ma avrebbe dovuto allegare e provare un pregiudizio concreto, cosa non avvenuta nel caso di specie.
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Spese di lite e vittoria parziale: la Cassazione decide
Una dipendente pubblica ha citato in giudizio il proprio Comune per differenze retributive. Pur ottenendo un accoglimento parziale della sua domanda, la Corte d'Appello l'aveva condannata a pagare tutte le spese di lite. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, riaffermando il principio secondo cui la parte parzialmente vittoriosa non può essere condannata a rimborsare le spese legali della controparte. Il giudice, in questi casi, può al massimo disporre la compensazione delle spese.
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Responsabilità disastro ferroviario: condanne definitive
La Cassazione conferma le condanne per il rischio di disastro ferroviario causato da una collisione in galleria. L'analisi si concentra sulla responsabilità del datore di lavoro, del preposto e del direttore lavori per la mancata adozione di adeguate misure di sicurezza, evidenziando le lacune del POS e l'inefficacia della delega di funzioni.
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Rifiuto di giurisdizione: i limiti del ricorso in Cassazione
Un'ordinanza della Cassazione chiarisce i confini del ricorso contro le sentenze del Consiglio di Stato. Il caso riguardava una richiesta di risarcimento per mobbing da parte di una dipendente pubblica, respinta in primo e secondo grado per mancanza di prove. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, affermando che un presunto errore nella valutazione dei fatti o nell'applicazione della legge non integra un rifiuto di giurisdizione, unico motivo per cui può sindacare le decisioni della giustizia amministrativa.
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Improcedibilità del ricorso: l’onere del deposito
Un dipendente, dopo aver perso in primo e secondo grado una causa per mobbing contro il suo datore di lavoro, ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso non per il merito della questione, ma per un vizio di forma: il mancato deposito, nei termini di legge, della copia notificata della sentenza d'appello. La decisione sottolinea il rigore delle norme processuali e il principio di autoresponsabilità della parte ricorrente.
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Licenziamento azienda sequestrata: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento di un dipendente di un'azienda soggetta a sequestro preventivo. La sentenza chiarisce che il termine di sei mesi per la decisione sui contratti, previsto dalla normativa antimafia (D.Lgs. 159/2011), non è perentorio ma acceleratorio. Viene inoltre stabilito che in questo contesto speciale non si applicano le tutele ordinarie del diritto del lavoro, come l'obbligo di repechage. Il licenziamento in un'azienda sequestrata segue quindi regole specifiche che prevalgono sulla disciplina comune.
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Inquadramento superiore: no alla promozione automatica
Una lavoratrice di una Fondazione, ex ente pubblico, chiedeva il riconoscimento di un inquadramento superiore per aver svolto mansioni dirigenziali. La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel pubblico impiego privatizzato e in assenza di un nuovo contratto collettivo, si applica la normativa pubblicistica (D.Lgs. 165/2001). Tale normativa prevede il diritto alle differenze retributive per le mansioni superiori svolte, ma esclude l'automatica promozione e il conseguente inquadramento superiore definitivo, che nel settore pubblico è subordinato a concorso.
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Sanzione disciplinare scuola: quando è legittima?
Un dipendente scolastico ha ricevuto una sanzione disciplinare (una multa) e ha contestato, tra le altre cose, la competenza del Dirigente Scolastico a irrogarla. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio, si è rivolto alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che per infrazioni di minore gravità, come la multa, il Dirigente Scolastico è l'autorità competente. La decisione chiarisce importanti aspetti procedurali relativi alla sanzione disciplinare scuola.
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Limitazione debito armatore: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un peschereccio affondato con vittime a bordo, confermando la legittimità della limitazione del debito dell'armatore. Anche se la nave ha un valore nullo post-sinistro, la normativa speciale del Codice della Navigazione prevede un meccanismo di calcolo del risarcimento basato su una frazione del valore iniziale della nave. La Corte ha rigettato le questioni di incostituzionalità sollevate dai familiari delle vittime, ritenendo che la legge bilanci correttamente la tutela dei danneggiati con la sostenibilità economica delle imprese marittime.
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Soppressione ente: il destino dell’incarico dirigenziale
La Corte di Cassazione ha stabilito che la proroga di un incarico dirigenziale, deliberata ma non ancora formalizzata con un nuovo contratto, non sopravvive alla soppressione dell'ente pubblico. L'intervento legislativo che abolisce l'ente costituisce un 'factum principis', rendendo la prestazione lavorativa impossibile e giustificando la mancata prosecuzione del rapporto. La richiesta di risarcimento per svuotamento delle mansioni è stata respinta per mancata prova del danno specifico subito dal dirigente.
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Tempo tuta medici: la Cassazione annulla la sentenza
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d'Appello che riconosceva a un gruppo di medici il diritto al compenso per il cosiddetto 'tempo tuta' e per il lavaggio delle divise. L'ordinanza stabilisce che la prova di tali attività, specialmente per i medici convenzionati con rapporto di parasubordinazione, deve essere rigorosa e non può essere presunta. La Corte ha riscontrato una grave carenza di motivazione nella decisione di secondo grado, la quale non ha specificato gli elementi probatori a sostegno della condanna dell'azienda sanitaria. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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