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Art. 2087 Codice Civile

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243 provvedimenti

Sospensione lavoratore no vax: quando è legittima?
La Corte d'Appello di Ancona ha confermato la legittimità della sospensione di un lavoratore no vax, operatore socio-sanitario in una casa di cura. Nonostante il lavoratore fosse guarito da COVID-19 e avesse ancora tempo per la vaccinazione secondo una circolare ministeriale, i giudici hanno ritenuto prevalente il dovere del datore di lavoro di tutelare la salute dei pazienti fragili (art. 2087 c.c.), giustificando la sospensione cautelativa anche in assenza di un formale accertamento da parte dell'autorità sanitaria.
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Responsabilità datore di lavoro: tutela anche senza mobbing
Una lavoratrice del settore pubblico ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro per danni derivanti da un ambiente lavorativo ostile. Le corti di merito hanno respinto la domanda, non ravvisando gli estremi del mobbing. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che la responsabilità del datore di lavoro, ai sensi dell'art. 2087 c.c., sussiste anche in assenza di mobbing, qualora non siano state adottate tutte le misure necessarie a prevenire un ambiente stressogeno dannoso per la salute del dipendente. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Licenziamento illegittimo per assenza: quando è lecito
Un'azienda di trasporti licenzia un dipendente per assenze ingiustificate, ma la Corte di Cassazione conferma che si tratta di un licenziamento illegittimo. Le assenze del lavoratore erano una reazione legittima all'inadempimento del datore di lavoro, che non aveva mai specificato le mansioni da svolgere né fornito gli strumenti necessari. La Corte ha ritenuto proporzionato il rifiuto del dipendente di presentarsi al lavoro di fronte a una grave mancanza aziendale, annullando il provvedimento espulsivo e respingendo le eccezioni procedurali della società.
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Sentenza nulla per difetto di motivazione: la Cassazione
Una lavoratrice ha impugnato il rigetto della sua domanda di risarcimento per condotta persecutoria sul lavoro. La Corte di Cassazione, prima di esaminare il merito, ha rilevato che la sentenza d'appello potrebbe essere una sentenza nulla. Il provvedimento impugnato mancava di una chiara esposizione dei fatti e di una motivazione logica, violando così il 'minimo costituzionale' richiesto dall'art. 132 c.p.c. La Corte ha quindi rinviato la causa a pubblica udienza per discutere questa fondamentale questione procedurale.
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Onere della prova e valutazione del giudice in appello
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una dirigente medica contro la sua mancata riconferma. La Corte sottolinea che criticare la valutazione delle prove del giudice di merito non costituisce un valido motivo di ricorso per cassazione se si traduce in una richiesta di riesame dei fatti. Viene ribadito il principio secondo cui l'onere della prova è violato solo se il giudice lo attribuisce alla parte sbagliata, non se ne valuta erroneamente l'esito.
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Licenziamento per insubordinazione: sentenza chiave
Un dipendente del settore sanitario, dopo aver ricevuto una comunicazione di sospensione via PEC, ha continuato a presentarsi al lavoro, sostenendo un malfunzionamento della sua casella di posta elettronica. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità del successivo licenziamento per insubordinazione, ritenendo la condotta del lavoratore una grave e volontaria violazione degli obblighi contrattuali. La sentenza sottolinea come la presunzione di conoscenza legata alla PEC e il comportamento ostruzionistico del dipendente abbiano irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario con il datore di lavoro.
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Ricorso inammissibile: Cassazione e onere della prova
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un lavoratore che chiedeva il risarcimento per presunto mobbing. La decisione si fonda su vizi procedurali, in particolare sulla regola della 'doppia conforme', che impedisce un riesame dei fatti quando due tribunali di merito giungono alla stessa conclusione. La Corte ha sottolineato che il ricorrente non aveva allegato fatti sufficienti a dimostrare le condotte vessatorie, rendendo il suo ricorso un tentativo di ottenere una terza valutazione del merito, non consentita in sede di legittimità.
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Danno da usura psico-fisica: pausa negata e risarcimento
Un'azienda sanitaria è stata condannata a risarcire i dipendenti per il danno da usura psico-fisica causato dalla sistematica mancata concessione della pausa di 10 minuti in turni superiori a sei ore. La Cassazione ha ritenuto provato il danno tramite presunzioni, basandosi sulla prolungata e illecita condotta del datore di lavoro.
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Danno da usura psicofisica: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda sanitaria contro la condanna al risarcimento per il danno da usura psicofisica subito dai dipendenti. Il danno è stato provato tramite presunzioni, come l'estensione dell'orario e la mancata fruizione delle pause per oltre un decennio.
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Danno da demansionamento: onere della prova e risarcimento
Un medico subisce una riduzione dell'attività chirurgica dal suo superiore. La Cassazione conferma la condanna dell'Azienda Sanitaria per danno da demansionamento, chiarendo l'onere della prova a carico del lavoratore e la possibilità di liquidazione equitativa del danno patrimoniale alla professionalità.
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Demansionamento pubblico impiego: la prova del danno
Un dipendente pubblico ha citato in giudizio un Comune per demansionamento pubblico impiego a seguito della revoca della sua posizione organizzativa. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. Ha stabilito che nel pubblico impiego l'equivalenza delle mansioni è formale, basata sulla categoria contrattuale, e non sulla professionalità acquisita. Fondamentalmente, la Corte ha ribadito che il danno da demansionamento non è automatico (in re ipsa) ma deve essere specificamente allegato e provato dal lavoratore, cosa che in questo caso non è avvenuta.
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Lavoro in carcere e NASpI: diritto alla disoccupazione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 396 del 2024, ha stabilito che un ex detenuto che ha lavorato durante il periodo di detenzione ha diritto all'indennità di disoccupazione (NASpI) al termine della pena. La Corte ha equiparato il lavoro in carcere e NASpI al lavoro subordinato ordinario ai fini previdenziali, considerando la cessazione del rapporto per fine pena come una forma di disoccupazione involontaria, simile alla scadenza di un contratto a termine.
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Turni di reperibilità: risarcimento per stress
Un dirigente medico, costretto per un decennio a svolgere un numero eccessivo di turni di reperibilità, ha ottenuto il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'abuso sistematico da parte del datore di lavoro, che causa stress psicofisico, costituisce un illecito distinto dalla mera prestazione lavorativa extra. Tale illecito, fondato sulla violazione dell'obbligo di tutela del lavoratore, è soggetto a prescrizione decennale e dà diritto a un risarcimento del danno separato dall'indennità contrattuale.
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Risarcimento turni eccedenti: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un dirigente medico al risarcimento per turni eccedenti, stabilendo che l'abuso sistematico della pronta disponibilità, causando stress psicofisico, costituisce una violazione dell'obbligo di tutela del datore di lavoro (art. 2087 c.c.). Questo risarcimento si aggiunge alla normale indennità contrattuale e si prescrive in dieci anni.
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Turni di pronta disponibilità: sì al risarcimento danni
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 244/2024, ha stabilito che lo svolgimento sistematico di turni di pronta disponibilità oltre il limite previsto dal contratto collettivo non solo dà diritto a una specifica indennità, ma anche a un autonomo risarcimento per il danno da stress psico-fisico subito dal lavoratore. Il caso riguardava un dirigente medico costretto a effettuare un numero esorbitante di reperibilità. La Corte ha chiarito che la richiesta di risarcimento del danno alla salute si prescrive in dieci anni, confermando la condanna dell'Azienda Sanitaria.
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Retribuzione dirigente medico: no a extra per orario
Un dirigente medico ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale (ASL) sostenendo di aver lavorato ore extra non pagate a causa di un errore nel calcolo del suo debito orario durante i giorni di assenza. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni precedenti, ha stabilito che la retribuzione del dirigente medico è onnicomprensiva e non oraria. Pertanto, non spetta alcun compenso supplementare, in quanto lo stipendio mensile copre tutte le prestazioni rese. La Corte ha chiarito che il dirigente può, tuttavia, richiedere un risarcimento se dimostra un danno concreto alla salute o al riposo.
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Retribuzione medico: niente extra per calcolo errato
Un dirigente medico ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale per ottenere differenze retributive, sostenendo che un errato calcolo del debito orario per i giorni di assenza (ferie, malattia) lo costringeva a lavorare di più. I tribunali di primo e secondo grado gli avevano dato ragione. La Corte di Cassazione ha però ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dell'Azienda. La Corte ha stabilito che la retribuzione medico è onnicomprensiva e su base mensile, non oraria. Pertanto, un errore di calcolo non genera automaticamente il diritto a un compenso aggiuntivo. Il lavoratore potrebbe, invece, chiedere un risarcimento per danni alla salute o al riposo, ma deve allegare e provare specificamente tale pregiudizio.
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Onnicomprensività Retribuzione: No extra per il medico
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30849/2024, ha stabilito che un dirigente medico non ha diritto a compensi extra per le ore di lavoro supplementari derivanti da un errore di calcolo del datore di lavoro. In base al principio di onnicomprensività della retribuzione, lo stipendio mensile copre tutte le prestazioni rese. L'unica via percorribile per il lavoratore è la richiesta di risarcimento per eventuali danni alla salute o da stress, che devono però essere specificamente provati.
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Retribuzione onnicomprensiva medico: no extra per ore
Un dirigente medico ha citato in giudizio l'ASL per un errato calcolo delle ore di assenza che lo ha costretto a lavorare di più. La Cassazione, basandosi sul principio della retribuzione onnicomprensiva del dirigente medico, ha respinto la richiesta di compenso extra, stabilendo che la retribuzione mensile copre tutte le prestazioni, indipendentemente dalle ore lavorate. La tutela possibile è il risarcimento del danno, non il pagamento delle ore in più.
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Mutatio libelli in appello: quando la domanda è nuova
Una dipendente pubblica ha citato in giudizio il datore di lavoro e l'ente proprietario dell'immobile per i danni subiti a seguito di una caduta. Inizialmente, la causa della caduta era stata identificata in una "sconnessione non segnalata". In appello, la lavoratrice ha modificato la causa, indicando la mancanza di parapetti sulla rampa. La Cassazione ha confermato l'inammissibilità della domanda per mutatio libelli in appello, poiché l'introduzione di nuovi fatti costitutivi viola il diritto di difesa e le preclusioni processuali.
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