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Art. 18 Legge n. 300 del 1970

37 provvedimenti

Decadenza impugnazione licenziamento: Cassazione ribalta la sentenza
Un Lavoratore ha contestato il suo licenziamento, sostenendo di aver avuto un unico rapporto di lavoro con due società diverse, una delle quali era la controllante. I giudici di merito avevano respinto le sue richieste, ritenendo che fosse intervenuta la decadenza impugnazione licenziamento nei confronti della società controllante, perché non era stata contestata stragiudizialmente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Lavoratore. Ha stabilito che la decadenza non si applica quando si chiede l'accertamento di un rapporto di lavoro con un datore di lavoro diverso da quello formale, se non c'è stato un atto scritto che neghi il rapporto. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza e rinviato il caso per un nuovo esame.
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Licenziamento del socio lavoratore: reintegrazione negata in cooperativa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice socia di cooperativa. La lavoratrice aveva impugnato il suo licenziamento per giustificato motivo oggettivo del 2013 e un successivo contratto a termine, chiedendo la reintegrazione o un risarcimento. La Corte ha ribadito che l'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede la reintegrazione, è esclusa per il licenziamento del socio lavoratore se cessa anche il rapporto associativo per motivi legati al rapporto sociale e la delibera di esclusione non è stata contestata. Inoltre, ha confermato l'inammissibilità di nuove domande introdotte tardivamente nel processo, che avrebbero alterato l'oggetto della controversia.
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Licenziamento per Giusta Causa: Cassazione Conferma Illegittimità
Un Lavoratore, operatore di customer care, ha contestato il suo licenziamento per giusta causa da parte dell'Azienda, motivato da 135 visualizzazioni di dati clienti senza indicazione del motivo. Dopo che il Tribunale e la Corte d'Appello avevano dichiarato il licenziamento illegittimo, la Cassazione aveva rinviato il caso per una nuova valutazione del vincolo fiduciario e della giusta causa. Il giudice di rinvio ha confermato l'illegittimità del licenziamento, accertando che le visualizzazioni rientravano nelle mansioni, erano autorizzate per alcuni clienti e non avevano causato danno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che il licenziamento per giusta causa era infondato.
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Retribuzione del socio lavoratore: stop ai tagli in cooperativa
Un lavoratore impiegato a tempo pieno presso una società cooperativa ha promosso un'azione giudiziaria per ottenere le differenze economiche contrattuali. La cooperativa calcolava lo stipendio unicamente sulle ore effettivamente lavorate e invocava la prescrizione dei crediti. I giudici di merito avevano limitato i diritti dell'operaio compensando l'orario flessibile. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito. I giudici hanno chiarito che la retribuzione del socio lavoratore subordinato non può mai scendere sotto i minimi previsti dal contratto collettivo nazionale tramite parametri orari restrittivi. Inoltre, la prescrizione delle somme decorre solo dopo la fine del rapporto per tutelare il lavoratore dal timore di licenziamento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del dipendente, rinviando la decisione ai giudici territoriali.
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Prescrizione crediti retributivi: vittoria del lavoratore
Un dipendente ha agito in giudizio per ottenere il pieno computo del periodo di apprendistato nell'anzianità di servizio e il conseguente pagamento degli scatti retributivi non versati. L'azienda datrice di lavoro ha eccepito la prescrizione crediti retributivi, sostenendo che il termine quinquennale decorresse mese per mese durante lo svolgimento del rapporto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società, confermando la condanna al pagamento di tutte le somme arretrate. I giudici hanno chiarito che, a seguito delle modifiche legislative del 2012 e del 2015 sulle tutele contro i licenziamenti, il lavoratore non gode più di un regime di stabilità reale garantita. Il decorso del tempo resta quindi sospeso e scatta esclusivamente al momento della cessazione definitiva del contratto lavorativo.
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Prescrizione dei crediti retributivi: decorrenza e tutele
Un lavoratore ha agito in giudizio per ottenere il riconoscimento dell'anzianità maturata durante l'apprendistato e il conseguente pagamento degli scatti stipendiali negati dal datore di lavoro. L'azienda si è opposta eccependo la prescrizione delle somme maturate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante lo svolgimento del rapporto lavorativo. A seguito delle riforme legislative del 2012 e del 2015, il regime di tutela contro i licenziamenti illegittimi si è indebolito. Tale instabilità genera nel dipendente un fondato timore di ritorsioni contrattuali. Di conseguenza, i termini per richiedere gli stipendi arretrati iniziano a decorrere esclusivamente dalla cessazione definitiva del contratto di lavoro, garantendo piena tutela economica al dipendente.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: errore ma zero danni
Il Lavoratore ha promosso un'azione per far valere la responsabilità professionale dell'avvocato a causa del tardivo deposito di un ricorso contro il licenziamento, dichiarato inammissibile dal giudice del lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di risarcimento del danno avanzata dal Lavoratore. I giudici hanno applicato il giudizio controfattuale, rilevando che la causa originaria sarebbe stata comunque persa. All'epoca dei fatti, antecedenti alla Legge Fornero, il licenziamento privo di motivazione non era inefficace in automatico, ma richiedeva una tempestiva richiesta scritta di chiarimenti da parte del dipendente, mai effettuata. Di conseguenza, non essendoci un legame diretto tra l'errore del legale e la perdita del posto di lavoro, il risarcimento non è dovuto. Il Lavoratore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: l’Azienda perde in Cassazione
Alcuni lavoratori hanno chiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata durante l'apprendistato e il pagamento delle differenze retributive. L'Azienda ha eccepito la prescrizione di tali crediti durante il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre in costanza di rapporto. A causa delle riforme del lavoro, manca infatti una stabilità reale che protegga il dipendente da ritorsioni. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto di lavoro per tutti i diritti non ancora prescritti al 18 luglio 2012. L'Azienda è stata condannata a pagare le spese legali.
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Retribuzione globale di fatto: sì agli aumenti post-licenziamento
Un lavoratore, licenziato illegittimamente e poi reintegrato, ha chiesto il pagamento degli incrementi retributivi e dei premi aziendali maturati durante il periodo di estromissione. I giudici di merito hanno respinto la domanda, calcolando il risarcimento solo sulla paga percepita al momento del licenziamento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che la retribuzione globale di fatto deve includere tutti gli aumenti e i compensi continuativi che il dipendente avrebbe percepito se avesse lavorato. La sentenza è stata cassata con rinvio per verificare la natura collettiva e non occasionale dei premi richiesti.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: dipendenti battono l’azienda
Alcuni dipendenti hanno chiesto il pagamento della festività del 4 novembre per gli anni dal 2007 al 2012. L'Azienda si è opposta, invocando un vecchio accordo aziendale del 1985 con cui i lavoratori rinunciavano a tale compenso in cambio di una riduzione dell'orario. Tuttavia, i successivi contratti nazionali hanno concesso la riduzione dell'orario mantenendo la festività, facendo così venir meno lo scopo dell'accordo aziendale. L'Azienda ha eccepito anche la prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre durante il rapporto di lavoro. Questo perché, dopo le riforme del 2012 che hanno ridotto la tutela reale contro i licenziamenti, il lavoratore si trova in una condizione di timore psicologico che gli impedisce di agire liberamente contro il datore di lavoro. I lavoratori hanno quindi vinto la causa.
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Prescrizione crediti da lavoro: quando partono i termini?
Un dipendente ha richiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio per il periodo svolto come apprendista, con il conseguente pagamento degli aumenti salariali arretrati. L'Azienda si è opposta, sostenendo che il diritto al pagamento fosse ormai scaduto per il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha invece confermato che la prescrizione crediti da lavoro non decorre durante il rapporto di lavoro se non esiste una tutela reale contro il licenziamento. Poiché le riforme del 2012 e 2015 hanno indebolito la stabilità del posto di lavoro, il dipendente agisce in una condizione di timore verso il datore. Di conseguenza, il termine per chiedere i soldi inizia a contare solo dal giorno in cui il rapporto di lavoro finisce. L'Azienda è stata condannata a pagare gli arretrati e le spese legali.
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Contratti a termine: stop all’abuso nelle paritarie
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ente previdenziale contro la sentenza che accertava l'abuso di **contratti a termine** per un docente di una scuola paritaria. La Corte ha stabilito che, trattandosi di un ente pubblico diverso dal Ministero dell'Istruzione, si applicano le norme generali sul pubblico impiego. L'assenza di ragioni temporanee ed eccezionali per la reiterazione dei contratti ha confermato il diritto del lavoratore al risarcimento del danno e agli scatti di anzianità.
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Terzo elemento contrattuale: escluso per neo-assunti
L'ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce che i lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, poi trasformato in tempo indeterminato, non hanno diritto al cosiddetto "terzo elemento contrattuale" se questo è stato soppresso dalla contrattazione collettiva, che ne ha previsto la conservazione solo per i dipendenti già a tempo indeterminato al momento della modifica. La Corte ha stabilito che tale differenziazione non è discriminatoria, poiché i lavoratori in formazione non avevano mai percepito tale emolumento e non possono vantare un diritto quesito, nonostante il riconoscimento dell'anzianità maturata.
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Contratto formazione: no al terzo elemento contrattuale
La Corte di Cassazione ha stabilito che i lavoratori assunti con un contratto di formazione e lavoro, e successivamente trasformati a tempo indeterminato, non hanno diritto a percepire il "terzo elemento contrattuale" se una nuova contrattazione collettiva lo ha soppresso, mantenendolo solo per chi era già a tempo indeterminato alla data della modifica. La Corte ha ritenuto legittima questa differenziazione, escludendo l'esistenza di un diritto acquisito per i lavoratori in formazione, poiché non avevano mai percepito tale emolumento in precedenza.
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Cessazione materia del contendere: il caso risolto
Un lavoratore marittimo impugnava il proprio licenziamento, ritenendo illegittima la comunicazione di sbarco. Dopo un lungo iter giudiziario, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. La Corte di Cassazione, preso atto della conciliazione, ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, chiudendo il caso. La Corte ha inoltre chiarito che, in tali circostanze, la parte ricorrente non è tenuta al versamento dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto per le impugnazioni pretestuose, poiché lo scopo della norma è sanzionare l'inammissibilità originaria e non quella sopravvenuta.
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Assunzione senza concorso: licenziamento legittimo?
Un dipendente pubblico, assunto tramite chiamata diretta e non tramite concorso, ha impugnato il suo licenziamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che un'assunzione senza concorso pubblico è nulla. Di conseguenza, il licenziamento non è solo legittimo ma costituisce un atto dovuto da parte dell'amministrazione per ripristinare la legalità violata. La sentenza chiarisce anche importanti aspetti procedurali legati all'applicazione del Rito Fornero nel pubblico impiego.
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Licenziamento disciplinare: la tempestività è relativa
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare intimato a un dipendente di banca, nonostante il tempo trascorso tra la scoperta dei fatti e la contestazione. La Corte ha stabilito che il principio di tempestività non è assoluto, ma va valutato in relazione alla complessità delle indagini necessarie per accertare la condotta, specialmente quando emergono più illeciti concatenati. Poiché l'azienda ha dimostrato di aver condotto verifiche articolate e che il ritardo non ha leso il diritto di difesa del lavoratore, il licenziamento è stato ritenuto valido.
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Indennità di disoccupazione e accordo: quando si perde
Un lavoratore, dopo aver ottenuto la reintegrazione in seguito a un licenziamento illegittimo, accetta un accordo economico rinunciando al posto. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale scelta rende la disoccupazione volontaria, escludendo il diritto all'indennità di disoccupazione, poiché la rinuncia a un rapporto di lavoro già ripristinato giudizialmente equivale a dimissioni.
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Effetto preclusivo del giudicato e licenziamento
Un lavoratore, dopo aver ottenuto una sentenza definitiva che dichiarava illegittimo il suo licenziamento ma senza ordinare la reintegra, ha avviato una seconda causa per ottenerla. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che l'effetto preclusivo del giudicato copre non solo le questioni decise, ma anche quelle che si sarebbero potute decidere nel primo processo. Pertanto, la domanda di reintegra, essendo una conseguenza legale del licenziamento illegittimo, non poteva essere proposta in un nuovo e separato giudizio.
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Licenziamento nullo: è possibile la rinnovazione?
Un lavoratore contesta un licenziamento orale seguito da uno scritto. La Cassazione, confermando la decisione di merito, stabilisce che un licenziamento nullo per vizio di forma può essere validamente rinnovato. Il risarcimento del danno per il lavoratore è limitato al solo periodo intercorrente tra i due atti. La Corte dichiara inoltre inammissibili i motivi di ricorso volti a una nuova valutazione dei fatti, come le richieste di differenze retributive e la contestazione di una compensazione con crediti vantati dall'azienda.
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