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Art. 18 Legge n. 300 del 1970

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37 provvedimenti

Notifica al difensore: valida anche su PEC non eletta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 18534/2024, ha confermato un principio fondamentale del processo telematico: la notifica al difensore di una sentenza è sempre valida se eseguita all'indirizzo PEC risultante dai pubblici registri, anche se la parte aveva eletto un diverso domicilio digitale o la notifica era stata indirizzata a uno solo dei codifensori. La Corte ha rigettato il ricorso di una società, il cui appello era stato dichiarato tardivo, stabilendo la prevalenza del domicilio digitale ufficiale sull'elezione di domicilio fatta negli atti processuali.
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Ricorso per cassazione: il principio di specificità
Una lavoratrice, dopo aver ottenuto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato mascherato da collaborazione, ha presentato ricorso per cassazione per ottenere un risarcimento maggiore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per violazione del principio di specificità, poiché la ricorrente non ha adeguatamente trascritto le sue domande originarie nell'atto di appello, rendendo impossibile la valutazione da parte della Corte. La decisione sottolinea l'importanza cruciale della corretta formulazione formale degli atti giudiziari.
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Licenziamento condanna penale: non è giusta causa
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 8899/2024, ha stabilito l'illegittimità di un licenziamento per giusta causa basato su una condanna penale del lavoratore per fatti commessi molti anni prima dell'inizio del rapporto di lavoro. Secondo la Corte, per giustificare il recesso, non è sufficiente la mera esistenza di una vecchia condanna, ma il datore di lavoro deve dimostrare l'incidenza negativa attuale e concreta di quei fatti sul vincolo fiduciario e sulla funzionalità del rapporto. In assenza di tale prova, il fatto contestato è considerato insussistente ai fini disciplinari e al lavoratore spetta la tutela reintegratoria.
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Retribuzione ferie: sì a indennità variabili
Una società di trasporti ha impugnato una sentenza che la obbligava a includere diverse indennità variabili nella retribuzione feriale dei suoi macchinisti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il concetto di retribuzione ferie, secondo il diritto dell'Unione Europea, deve comprendere qualsiasi importo pecuniario intrinsecamente legato alla mansione, per evitare di dissuadere i dipendenti dal godere del loro diritto al riposo.
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Retribuzione ferie: indennità variabili incluse
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 8664/2024, ha stabilito che la retribuzione ferie deve includere tutte le indennità variabili connesse alla mansione, come quelle per attività di scorta e riserva. La Corte ha rigettato il ricorso di un'azienda di trasporti, confermando che una diminuzione sensibile dello stipendio durante le vacanze ha un effetto dissuasivo, contrario al diritto dell'Unione Europea. La decisione rafforza il principio secondo cui la retribuzione durante il riposo deve essere equiparabile a quella dei periodi lavorativi.
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Retribuzione ferie: indennità variabili incluse
La Corte di Cassazione ha stabilito che la retribuzione ferie deve includere tutte le indennità pecuniarie intrinsecamente connesse alle mansioni svolte, anche se di natura variabile. Nel caso esaminato, alcuni macchinisti di un'azienda di trasporti avevano richiesto l'inclusione di specifici incentivi nel calcolo della loro paga feriale. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che un'interpretazione restrittiva, pur prevista da un contratto aziendale, è contraria al diritto dell'Unione Europea, poiché una diminuzione sensibile dello stipendio durante le ferie può dissuadere il lavoratore dal goderne. È stato inoltre confermato che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto.
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Danno comunitario: tutela anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4075/2024, ha stabilito un principio cruciale per i lavoratori precari del settore pubblico. Ha chiarito che la tutela contro l'abusiva reiterazione di contratti a termine, nota come risarcimento del danno comunitario, spetta al lavoratore anche qualora i contratti siano stati stipulati senza la forma scritta richiesta per legge, e quindi formalmente nulli. La Corte ha ritenuto che la nullità formale, imputabile alla pubblica amministrazione, non può vanificare la protezione sostanziale voluta dal diritto europeo contro l'abuso del lavoro precario.
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Retribuzione feriale: indennità incluse, lo dice la Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che le indennità variabili, se collegate alle mansioni, devono essere incluse nella retribuzione feriale. Un dipendente di una società di trasporti ha ottenuto il ricalcolo del suo stipendio per le ferie, includendo varie indennità. La Corte ha ribadito che la paga durante le ferie non deve essere inferiore a quella ordinaria per non dissuadere dal godimento del riposo. Inoltre, ha confermato che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto, data la precarizzazione introdotta dalle recenti riforme.
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Procedimento disciplinare nullo: quando spetta reintegra
Un lavoratore di un'azienda di trasporti, licenziato per giusta causa, ha impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha stabilito che la violazione delle specifiche norme procedurali previste per il settore (R.D. n. 148/1931) rende il procedimento disciplinare nullo. Tale nullità non comporta un mero risarcimento, ma la tutela reintegratoria piena, con l'obbligo per l'azienda di riammettere il dipendente al lavoro.
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Retribuzione ferie: inclusione indennità variabili
La Corte di Cassazione ha stabilito che nella retribuzione ferie devono essere incluse anche le indennità variabili, come gli incentivi per la condotta e la riserva, se intrinsecamente legate alla mansione. La decisione si basa sul principio europeo secondo cui una diminuzione della paga durante le vacanze potrebbe dissuadere il lavoratore dal goderne. La Corte ha respinto il ricorso di un'azienda di trasporti, confermando che la nozione di retribuzione onnicomprensiva mira a garantire un riposo effettivo, equiparando la paga feriale a quella percepita durante l'attività lavorativa.
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Licenziamento ritorsivo: non basta la sproporzione
Un dipendente, dopo aver vinto una causa contro un trasferimento illegittimo, subisce una serie di contestazioni disciplinari che culminano nel licenziamento. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 741/2024, chiarisce un punto fondamentale: per qualificare un licenziamento come ritorsivo non è sufficiente dimostrare che la sanzione fosse sproporzionata rispetto alla condotta contestata. È necessario che il lavoratore provi che la ritorsione sia stata l'unico e determinante motivo alla base della decisione del datore di lavoro, degradando ogni altra giustificazione a mero pretesto. La Corte ha quindi annullato la decisione d'appello che aveva dichiarato nullo il licenziamento, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Licenziamento disciplinare: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento disciplinare intimato a un lavoratore per gravi condotte connesse a presunti legami con la criminalità organizzata. Il ricorso del dipendente è stato dichiarato inammissibile in quanto mirava a una rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. La Corte ha ribadito che la valutazione della giusta causa non è strettamente vincolata alle previsioni del CCNL e che i fatti contestati erano sufficientemente specifici da giustificare il recesso.
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Prescrizione crediti lavoro: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha affrontato il tema della prescrizione dei crediti di lavoro. Il caso riguardava la richiesta di differenze retributive da parte di due ex dipendenti nei confronti di un consorzio. La Corte ha dichiarato inammissibili sia il ricorso del datore di lavoro che quello dei lavoratori, ribadendo due principi fondamentali: 1) la valutazione dell'idoneità di un atto a interrompere la prescrizione è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito e non sindacabile in Cassazione; 2) a seguito della Legge Fornero, il rapporto di lavoro non gode più di una stabilità tale da far decorrere il termine di prescrizione in costanza di rapporto, che quindi inizia solo alla sua cessazione.
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Impugnazione licenziamento: i motivi specifici
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10966/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di impugnazione licenziamento: il lavoratore deve indicare tutti i specifici motivi di illegittimità nell'atto introduttivo. Il giudice non può annullare il licenziamento per una ragione procedurale, come la mancata contestazione degli addebiti, se questa non è stata espressamente sollevata dal ricorrente. La sentenza chiarisce che l'oggetto del processo è definito dalle parti e il giudice non può ampliarlo d'ufficio.
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Apprendistato professionalizzante: limiti della domanda
Un lavoratore ottiene in Appello la trasformazione del suo contratto di apprendistato professionalizzante in contratto a tempo indeterminato, con reintegro e indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione, tuttavia, annulla la condanna al reintegro e al risarcimento, accogliendo il ricorso dell'azienda. La motivazione risiede nel fatto che il lavoratore, nel suo ricorso iniziale, aveva chiesto solo la conversione del rapporto e le differenze retributive maturate durante il contratto, senza mai formulare una specifica domanda di impugnazione del licenziamento o di reintegrazione. La sentenza sottolinea il principio fondamentale per cui il giudice non può pronunciarsi oltre i limiti di quanto richiesto dalle parti (ultra petita).
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Licenziamento ritorsivo: quando è nullo? La Cassazione
Una lavoratrice ha impugnato il suo licenziamento durante il periodo di prova, sostenendo si trattasse di un licenziamento ritorsivo a seguito di sue lamentele. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, ravvisando una reciproca insoddisfazione nel rapporto. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e ribadendo che, per aversi un licenziamento ritorsivo, il motivo illecito deve essere l'unica e determinante ragione del recesso, condizione non soddisfatta nel caso di specie.
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Procedimento disciplinare: chi firma il licenziamento?
Un lavoratore con qualifica di quadro è stato licenziato per giusta causa per aver sottratto un mazzo di chiavi aziendali. Ha impugnato il licenziamento sostenendo un vizio nel procedimento disciplinare, in quanto l'atto non era stato firmato dall'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) come previsto, a suo dire, dal regolamento interno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del licenziamento. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del regolamento aziendale fornita dalla corte di merito, secondo cui l'UPD era competente solo per la fase istruttoria, era plausibile e non sindacabile in sede di legittimità. Inoltre, la violazione di una norma procedurale interna non determina automaticamente la nullità del recesso.
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