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Art. 1453 Codice Civile — Sezione Prima Civile

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Altri anni per Art. 1453 Codice Civile

Contratto swap: la Cassazione e l’alea razionale
La Corte di Cassazione si pronuncia sulla validità di un contratto swap (IRS), rigettando il ricorso di una società agricola contro un istituto di credito. La Corte chiarisce che la validità di un contratto swap si fonda sul concetto di 'alea razionale', ovvero sulla consapevolezza del rischio da parte dell'investitore. Anche in assenza di scenari probabilistici espliciti, il contratto è valido se il cliente ha ricevuto informazioni sufficienti a comprendere la rischiosità dell'operazione, come la classe di rischio e il potenziale range di perdita. Le lievi discrasie tra il derivato e il finanziamento sottostante non sono state ritenute sufficienti a invalidare la sua funzione di copertura.
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Forma scritta investimento: la Cassazione decide
L'ordinanza analizza il caso di due investitori che hanno citato in giudizio un intermediario finanziario per le perdite subite su un hedge fund. Dopo essere stati sconfitti in primo e secondo grado, si sono rivolti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha respinto la maggior parte dei loro motivi, ma ha accolto quello cruciale relativo alla forma scritta investimento. La Corte d'Appello aveva erroneamente dichiarato inammissibile, perché 'nuova', la contestazione sulla nullità dell'operazione per mancanza della forma scritta richiesta dal regolamento del fondo. La Cassazione ha stabilito che la questione era già stata sollevata in primo grado e ha quindi annullato la sentenza, rinviando il caso per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Impugnazione lodo arbitrale: inammissibilità del ricorso
Una complessa vicenda contrattuale, originata da una scrittura privata, è stata decisa da un lodo arbitrale che ha respinto le domande di inadempimento. Dopo la conferma della decisione da parte della Corte d'Appello, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso finale. La Suprema Corte ha basato la sua decisione sulla confusa e non autosufficiente formulazione dei motivi, ribadendo che non può riesaminare nel merito i fatti o l'interpretazione del contratto già valutati dagli arbitri. Questa ordinanza sottolinea i rigorosi requisiti formali per l'impugnazione lodo arbitrale.
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Ultrattività del mandato: appello tardivo e decesso
La Cassazione dichiara inammissibile un ricorso per tardività. La notifica della sentenza al legale della parte deceduta è valida se il decesso non è stato dichiarato, in virtù del principio di ultrattività del mandato. Gli eredi hanno impugnato oltre i termini.
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Appalto opere pubbliche: recesso e risarcimento danni
La Corte di Cassazione ha stabilito che in un appalto opere pubbliche, se il contratto prevede specificamente la possibilità di una consegna frazionata dei lavori e offre all'appaltatore la facoltà di recesso come unico rimedio per i ritardi, l'impresa che non esercita tale diritto non può successivamente richiedere un risarcimento per i danni subiti. Il caso riguardava una società di costruzioni che, a fronte di ritardi nella consegna delle aree per la ristrutturazione di un ospedale, aveva richiesto un indennizzo. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la clausola contrattuale specifica prevale sulla disciplina generale dell'inadempimento.
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Litisconsorzio necessario: appello e cessione del credito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza interlocutoria n. 12207/2024, ha chiarito che in caso di successione a titolo particolare nel diritto controverso, come la cessione di un credito, si instaura un litisconsorzio necessario tra il cedente (alienante) non estromesso dal giudizio e il cessionario (successore) intervenuto. Di conseguenza, l'impugnazione proposta contro una sola delle due parti è inammissibile e il giudice deve ordinare d'ufficio l'integrazione del contraddittorio nei confronti della parte non evocata in giudizio. La Corte ha quindi rinviato la causa a nuovo ruolo per permettere la notifica del ricorso alla società cedente.
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Obblighi informativi banca: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un istituto di credito per la violazione degli obblighi informativi banca nei confronti di un cliente. Il caso riguardava l'acquisto di titoli ad alto rischio, sollecitato senza adeguata documentazione e trasparenza. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della banca, sottolineando che l'onere di dimostrare di aver fornito informazioni corrette e adeguate spetta all'intermediario finanziario, una prova che in questo caso non è stata fornita, anche a causa della mancata produzione dell'ordine di acquisto.
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Preliminare cessione azienda: che fare se un socio recede?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un contratto preliminare di cessione d'azienda resta valido anche se uno dei due soci della società venditrice recede prima della stipula del contratto definitivo. Il socio superstite ha pieni poteri per rappresentare la società e concludere l'affare, poiché la società non si scioglie immediatamente ma rimane pienamente operativa per un periodo di sei mesi. Di conseguenza, il ricorso del promissario acquirente, che si rifiutava di concludere l'acquisto, è stato respinto.
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Annullamento atti amministrativi e contratto: le regole
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale nel rapporto tra procedimento amministrativo e contratto. A seguito dell'annullamento degli atti amministrativi che hanno portato all'affidamento di un servizio pubblico, il contratto stipulato a valle non è automaticamente nullo. La vicenda riguardava una concessione per il servizio idrico, dove le delibere iniziali erano state annullate dal giudice amministrativo. Le corti di merito avevano dichiarato nullo il contratto per un presunto automatismo. La Cassazione ha cassato la decisione, affermando che il giudice civile deve valutare in concreto la gravità della violazione e le sue conseguenze sul contratto, senza applicare una regola di caducazione automatica. Viene quindi respinta la tesi dell'automatismo tra invalidità dell'atto e nullità del contratto.
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Finanziamento pubblico: dimissioni e obblighi azienda
La Corte di Cassazione chiarisce che un'azienda beneficiaria di un finanziamento pubblico per l'assunzione non è inadempiente se i lavoratori si dimettono. La cessazione del rapporto per volontà del dipendente, fatto non controllabile dall'impresa, non comporta la revoca del contributo, ma al massimo una sua riduzione proporzionale come previsto dall'accordo.
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Obblighi informativi banca: Cassazione su Bond
Un investitore ha subito perdite a causa del default dei bond argentini. La Cassazione ha confermato la responsabilità dell'istituto di credito per la violazione degli obblighi informativi banca, specificando che la consegna del documento generale sui rischi non è sufficiente. La richiesta di risarcimento del danno è autonoma da quella di risoluzione del contratto.
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Onere della prova: chi paga se il lavoro è incompleto?
Una società appaltatrice ha citato in giudizio un ente pubblico per ottenere il pagamento del corrispettivo di un contratto di servizi. L'ente ha eccepito il parziale inadempimento. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito, ribadendo che l'onere della prova dell'esatto adempimento grava sull'appaltatore che agisce per il pagamento. Di conseguenza, la richiesta economica della società è stata notevolmente ridotta, in quanto non era riuscita a dimostrare di aver eseguito tutte le prestazioni pattuite. La Corte ha anche chiarito che, negli appalti pubblici, la mancata contestazione dei rapporti di avanzamento attività non equivale ad accettazione dell'opera, essendo necessario il collaudo formale.
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Credito prededucibile: escluso per quote non versate
Una società consortile chiedeva l'ammissione al passivo fallimentare di una sua consorziata per un credito relativo a quote di capitale non versate, richiedendone la natura di credito prededucibile. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, chiarendo che l'obbligo di versare il capitale deriva dal contratto di società, che non rientra tra i contratti pendenti o ad esecuzione continuata disciplinati dalla legge fallimentare. Di conseguenza, il credito non gode di alcuna priorità e va trattato come chirografario.
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Clausola risolutiva espressa: guida alla risoluzione
Un'impresa appaltatrice di servizi di manutenzione antincendio non adempie a plurimi interventi previsti dal contratto con un ente pubblico. Quest'ultimo risolve il contratto avvalendosi di una clausola risolutiva espressa. La Corte di Cassazione conferma la legittimità della risoluzione, chiarendo che la presenza di tale clausola rende irrilevante la valutazione giudiziale sulla gravità dell'inadempimento, poiché le parti l'hanno predeterminata nel contratto. Il ricorso dell'impresa viene dichiarato inammissibile.
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Doppia conforme: limiti al ricorso in Cassazione
Un'impresa edile ricorre in Cassazione dopo la risoluzione di un contratto d'appalto per grave inadempimento. La Corte dichiara il ricorso inammissibile applicando il principio della "doppia conforme": poiché Tribunale e Corte d'Appello hanno concordato sulle stesse basi fattuali nel ritenere legittima la risoluzione e la richiesta di danni da parte del committente, non è possibile un nuovo esame dei fatti in sede di legittimità. La decisione ribadisce i severi limiti all'impugnazione quando due sentenze di merito sono allineate.
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Permuta cosa futura: nullità o inadempimento?
Un caso di permuta di un terreno per ville da costruire finisce in Cassazione dopo il fallimento della società costruttrice. La Corte chiarisce che quando il costruttore si assume l'obbligo di edificare, la mancata realizzazione dell'opera costituisce inadempimento contrattuale, non nullità del contratto. Di conseguenza, il contratto viene risolto e i proprietari del terreno hanno diritto al risarcimento del danno tramite ammissione al passivo fallimentare, non alla restituzione automatica del bene se non espressamente richiesta.
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Sospensione lavori appalto: quando è legittima?
Una società edile ha richiesto la risoluzione di un contratto di appalto pubblico e il risarcimento dei danni a causa di una pluriennale sospensione dei lavori ordinata da un ente comunale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, ritenendolo inammissibile. La Corte ha chiarito che i motivi di ricorso non possono mirare a un riesame dei fatti già valutati nei gradi di merito. Nel caso specifico, la sospensione dei lavori appalto è stata ritenuta legittima in quanto giustificata da necessità tecniche e autorizzative emerse nel corso dell'esecuzione.
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Atto integrativo appalto: effetti sulla risoluzione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28711/2024, ha chiarito l'impatto di un atto integrativo appalto sulla successiva risoluzione del contratto. In un caso riguardante un contratto di costruzione, le parti avevano stipulato un accordo transattivo per superare precedenti inadempienze. La Corte ha stabilito che, ai fini della risoluzione per inadempimento, si devono considerare solo i comportamenti successivi a tale accordo, che di fatto 'resetta' il rapporto contrattuale. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso dell'appaltatrice, confermando che l'accordo transattivo impediva di rivalutare le colpe pregresse, attribuendo la responsabilità della risoluzione esclusivamente alla parte che ha commesso inadempimenti dopo la stipula dell'atto integrativo.
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Recesso appalto pubblico: la parola alla Cassazione
Una cooperativa sociale si era aggiudicata un appalto per la gestione di una casa di riposo, ma il Comune non ha mai consegnato la struttura. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di ritardo della P.A., l'impresa non può chiedere la risoluzione del contratto, ma deve esercitare il recesso appalto pubblico, un rimedio specifico previsto dalla normativa. Poiché la cooperativa non aveva attivato questa procedura, non le è stato riconosciuto il diritto al rimborso delle spese, evidenziando la necessità di utilizzare gli strumenti giuridici corretti.
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Ritardo consegna lavori: niente risarcimento senza recesso
Una società di costruzioni ha citato in giudizio un ente comunale per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dal ritardo nella consegna di un cantiere per il restauro di un immobile storico. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando la richiesta. La sentenza stabilisce che, nel contesto degli appalti pubblici, la disciplina speciale prevale su quella generale del codice civile. Pertanto, in caso di ritardo consegna lavori, l'appaltatore deve prima esercitare la facoltà di recesso dal contratto. Solo in caso di mancato accoglimento di tale istanza può richiedere un compenso per i maggiori oneri. Non avendo seguito questa procedura, l'impresa ha perso il diritto al risarcimento.
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