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Art. 1419 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 1419 Codice Civile

Orario di lavoro: il tempo per arrivare alla postazione
La Cassazione ha stabilito che l'orario di lavoro include il tempo che il dipendente impiega dall'ingresso in azienda al login sul computer. Questo periodo è considerato a disposizione del datore di lavoro e deve essere retribuito. La Corte ha rigettato il ricorso di un'azienda di telecomunicazioni, confermando la decisione della Corte d'Appello e sottolineando che le attività preparatorie e necessarie per iniziare la prestazione lavorativa rientrano a pieno titolo nell'orario di lavoro.
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Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16675/2024, ha stabilito che il tempo di viaggio impiegato da tecnici itineranti per recarsi dalla sede aziendale al primo cliente e per tornare dall'ultimo cliente costituisce orario di lavoro e deve essere retribuito. La Corte ha dichiarato nulla la clausola di un accordo aziendale che prevedeva una franchigia non retribuita di 30 minuti, affermando che la norma imperativa prevale. Inoltre, ha chiarito che, una volta accertato il diritto alla retribuzione, spetta al giudice quantificare le somme dovute, anche avvalendosi dei dati di geolocalizzazione dei mezzi aziendali, senza che l'onere della prova gravi interamente sul lavoratore.
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Orario di lavoro effettivo: il tempo per il login vale
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito che il tempo impiegato da un lavoratore tra la timbratura del cartellino all'ingresso e il login alla postazione di lavoro deve essere considerato orario di lavoro effettivo e, di conseguenza, retribuito. La Corte ha respinto il ricorso di una grande società di telecomunicazioni, la quale sosteneva che tale periodo non fosse sotto il suo diretto potere di controllo. Secondo i giudici, tutte le attività preparatorie, necessarie e obbligatorie per l'inizio della prestazione, rientrano a pieno titolo nell'orario di lavoro, poiché il dipendente è già a disposizione dell'azienda.
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Orario di lavoro: il tempo per log-in è retribuito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14843/2024, ha stabilito che il tempo impiegato dal lavoratore per spostarsi dall'ingresso aziendale alla postazione e per avviare i sistemi informatici rientra a pieno titolo nell'orario di lavoro e deve essere retribuito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso di una grande società di telecomunicazioni, confermando la nullità della clausola del contratto aziendale che escludeva tale periodo dal computo delle ore lavorate. Si tratta di attività preparatorie essenziali, svolte sotto la direzione del datore di lavoro, e quindi da considerarsi prestazione lavorativa effettiva.
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Stabilizzazione precari PA: diritto all’assunzione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12871/2024, ha affrontato il caso di una lavoratrice precaria di un ente pubblico. Dopo aver completato con successo un percorso di stabilizzazione, l'ente le ha negato l'assunzione a tempo indeterminato. La Corte ha confermato il diritto soggettivo della lavoratrice all'assunzione, avendo essa soddisfatto tutti i requisiti previsti. Tuttavia, ha negato il diritto al pagamento delle retribuzioni per il periodo di mancata assunzione, chiarendo che la lavoratrice avrebbe dovuto chiedere il risarcimento del danno, non le retribuzioni, poiché non vi era stata prestazione lavorativa.
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Clausola sociale appalti: come si sceglie il CCNL?
Un lavoratore, assunto da una nuova società subentrata in un appalto di servizi socio-sanitari, ha richiesto l'applicazione del CCNL UNEBA in luogo del CCNL Multiservizi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la scelta del contratto collettivo non è discrezionale ma vincolata dalle specifiche del capitolato d'appalto. Poiché le mansioni richieste erano di natura socio-sanitaria, la corretta interpretazione della clausola sociale imponeva l'applicazione del CCNL UNEBA, più specifico e pertinente rispetto a quello generico per i multiservizi.
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Clausola sociale: quale CCNL applicare nel cambio appalto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7362/2024, ha stabilito che per determinare il contratto collettivo (CCNL) applicabile in un cambio appalto, è decisiva l'interpretazione del capitolato speciale. Nel caso esaminato, un lavoratore impiegato in servizi socio-sanitari si è visto applicare un CCNL diverso (Multiservizi) da quello precedente (UNEBA) dalla nuova azienda appaltatrice, con una riduzione della quattordicesima mensilità. La Suprema Corte ha annullato la decisione d'appello, affermando che la natura specifica delle mansioni descritte nel capitolato, implicanti assistenza diretta al paziente, imponeva l'applicazione del CCNL UNEBA, in virtù della clausola sociale prevista. La scelta del CCNL non è una libera prerogativa dell'imprenditore se il bando di gara fornisce indicazioni precise.
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Sanzione disciplinare: l’accordo non si riapre
Un dipendente pubblico, inizialmente licenziato per false attestazioni di presenza, accetta in sede di conciliazione giudiziale una sanzione disciplinare ridotta a sei mesi di sospensione. Successivamente assolto in sede penale, chiede la revoca della sanzione. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo di conciliazione è tombale e non può essere riaperto, poiché la condotta disciplinare concordata era diversa e autonoma rispetto al reato per cui è intervenuta l'assoluzione.
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Clausola Sociale e CCNL: la scelta vincolante
Un lavoratore, assunto da una nuova società in un cambio di appalto ospedaliero, si è visto applicare un CCNL diverso e meno favorevole rispetto a quello previsto. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7359/2024, ha stabilito che la clausola sociale contenuta nel capitolato d'appalto è vincolante e prevale sulla scelta dell'impresa. Se il capitolato descrive attività socio-sanitarie, deve essere applicato il CCNL di quel settore (in questo caso, UNEBA), anche se non esplicitamente nominato. La sentenza chiarisce che l'interpretazione del contratto di appalto è decisiva per individuare il trattamento economico e normativo corretto per i lavoratori.
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CCNL cambio appalto: quale contratto si applica?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7363/2024, ha stabilito che in un cambio appalto per servizi socio-sanitari, il contratto collettivo da applicare deve essere individuato sulla base della natura specifica delle mansioni descritte nel capitolato d'appalto. Nel caso specifico, il CCNL UNEBA è stato ritenuto più aderente rispetto al generico CCNL Multiservizi. La Corte ha valorizzato la clausola sociale del capitolato come fonte di un'obbligazione diretta a favore dei lavoratori, cassando la decisione di merito che aveva lasciato all'impresa la libertà di scegliere il contratto collettivo. Questa sentenza rafforza la tutela dei lavoratori nel contesto del CCNL cambio appalto.
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Incentivo all’esodo: la tredicesima va inclusa
La Corte di Cassazione ha stabilito che nel calcolo dell'incentivo all'esodo deve essere inclusa anche la tredicesima mensilità. La controversia nasceva dalla richiesta di un ex dipendente di un ente regionale che, dopo aver accettato un'offerta di risoluzione consensuale del rapporto, aveva contestato l'importo ricevuto, ritenendolo inferiore al dovuto proprio per la mancata inclusione della tredicesima nella base di calcolo. La Corte ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando le sentenze dei gradi precedenti e ribadendo il suo orientamento consolidato secondo cui il concetto di 'retribuzione lorda' comprende anche le mensilità aggiuntive, salvo diversa e specifica pattuizione contrattuale, che nel caso di specie mancava.
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Principio dell’assorbimento: limiti per il TFR
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso degli eredi di un lavoratore il cui rapporto di lavoro quasi quarantennale con una casa di cura è stato riqualificato come subordinato. Pur applicando il principio dell'assorbimento per le differenze retributive, la Corte ha stabilito che le somme pagate in eccesso rispetto ai minimi contrattuali non possono assorbire il Trattamento di Fine Rapporto (TFR). Il TFR, infatti, ha natura di retribuzione differita e matura solo alla cessazione del rapporto, pertanto non può essere compensato con le eccedenze corrisposte durante lo svolgimento del rapporto stesso. La sentenza di merito è stata cassata su questo punto specifico.
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Disdetta accordo aziendale: limiti e buona fede
La Corte di Cassazione interviene sul tema della disdetta di un accordo aziendale a tempo indeterminato. Un'azienda di trasporti aveva revocato accordi che prevedevano un orario di 36 ore settimanali, ripristinando le 39 ore del contratto nazionale senza adeguamento retributivo. Successivamente, aveva proposto un nuovo accordo, reintroducendo alcuni benefici solo per i lavoratori che avessero rinunciato alle azioni legali. La Corte d'Appello aveva ritenuto la disdetta illegittima per violazione della buona fede, basandosi su questa condotta successiva. La Cassazione ha cassato la sentenza, stabilendo che la legittimità della disdetta va valutata al momento in cui viene posta in essere, non sulla base di eventi posteriori. L'analisi della buona fede non può derivare da un accordo sindacale stipulato mesi dopo, ma deve concentrarsi sulle circostanze coeve alla revoca stessa.
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Incarichi dirigenziali a termine: limiti e tutele
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un dirigente pubblico con una serie di contratti a tempo determinato. La Corte ha stabilito che gli incarichi dirigenziali a termine non possono essere rinnovati all'infinito per coprire esigenze stabili dell'amministrazione, riconoscendo il diritto al risarcimento del danno in caso di abuso. Ha tuttavia escluso che un dirigente esterno possa partecipare a selezioni interne riservate al personale di ruolo e che lo svolgimento di fatto di mansioni superiori dia automaticamente diritto a una retribuzione maggiore.
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Clausola spoils system: illegittima per i dirigenti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1895/2024, ha stabilito l'illegittimità della clausola spoils system inserita nel contratto di un Direttore Sanitario di un'Azienda Sanitaria Locale. Tale clausola prevedeva la risoluzione automatica del rapporto di lavoro in caso di nomina di un nuovo Direttore Generale. Secondo la Corte, questo meccanismo viola i principi costituzionali di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.), in quanto applicato a figure dirigenziali tecniche e non apicali. Di conseguenza, la clausola è nulla e il dirigente ha diritto all'integrale risarcimento del danno per l'anticipata risoluzione del contratto.
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Valutazione dei Rischi: Contratto a termine nullo
Un lavoratore ha impugnato il suo contratto a tempo determinato, sostenendo la sua nullità per la mancata redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) con data certa prima della sua assunzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'assenza di un DVR con data certa antecedente all'assunzione rende nullo il termine apposto al contratto, con la sua conseguente conversione in un rapporto a tempo indeterminato. La Corte ha ribadito che l'onere di provare la corretta e tempestiva redazione del documento spetta interamente al datore di lavoro.
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Contratto a termine: onere della prova e nullità
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una compagnia aerea, confermando la nullità della clausola di un contratto a termine stipulato con un operatore aeroportuale. La Corte ha ribadito che l'onere della prova circa la sussistenza effettiva delle ragioni giustificatrici del termine (in questo caso, esigenze sostitutive) grava interamente sul datore di lavoro. La mancata fornitura di tale prova determina l'illegittimità del termine e la conversione del rapporto in tempo indeterminato, con conseguente obbligo risarcitorio.
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Lavoro intermittente: no alla conversione senza DVR
La Corte di Cassazione ha stabilito che la mancata adozione del documento di valutazione dei rischi (DVR) in un contratto di lavoro intermittente a tempo indeterminato non ne causa la conversione automatica in un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno. Secondo la Corte, a differenza dei contratti a termine, non esiste una norma specifica che preveda tale sanzione per il lavoro intermittente a tempo indeterminato. L'ente previdenziale aveva richiesto il pagamento di contributi calcolati come se il rapporto fosse a tempo pieno, ma la sua pretesa è stata respinta.
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Contratto di lavoro intermittente: nullità e conversione
La Corte di Cassazione ha stabilito che la nullità di un contratto di lavoro intermittente, dovuta a vizi come la mancanza del documento di valutazione dei rischi o del requisito di età, non ne determina la conversione automatica in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Si applica l'art. 2126 c.c., pertanto i contributi previdenziali sono dovuti solo per le giornate effettivamente lavorate.
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Contratto intermittente: no conversione senza DVR
L'Ente Previdenziale ha richiesto la conversione di un contratto di lavoro intermittente in contratto a tempo indeterminato a causa della mancata redazione del documento di valutazione dei rischi da parte del datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, a differenza di altri tipi di contratto, non esiste una norma specifica che preveda tale automatica conversione per il contratto di lavoro intermittente in questa ipotesi.
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