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Art. 1418 Codice Civile — Anno 2022

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208 provvedimenti

Altri anni per Art. 1418 Codice Civile

Nullità del contratto di usufrutto: la quietanza non salva l’atto
I Proprietari hanno concesso al Beneficiario un diritto di usufrutto vitalizio su un immobile tramite scrittura privata. L'accordo indicava che il pagamento era già avvenuto, ma non specificava la cifra esatta del prezzo. I Proprietari hanno quindi chiesto la nullità del contratto di usufrutto per mancanza di un elemento essenziale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei Proprietari, stabilendo che nei contratti immobiliari con forma scritta obbligatoria anche il prezzo deve essere indicato chiaramente per iscritto. La semplice ricevuta di pagamento (quietanza) non basta a rendere determinabile il prezzo. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Nullità del contratto per estorsione: familiari senza scampo
L'Estortore ha costretto la Vittima, tramite estorsione, a cedere due appartamenti intestandoli fittiziamente alla moglie e al figlio. La Corte di Cassazione ha precedentemente dichiarato la nullità del contratto per estorsione, in quanto contrario a norme imperative di ordine pubblico, travolgendo anche gli acquisti dei familiari apparentemente in buona fede. I familiari hanno proposto ricorso per revocazione, lamentando presunti errori di fatto commessi dai giudici di legittimità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che le contestazioni sollevate non riguardavano sviste materiali o percettive dei giudici, bensì critiche alla valutazione giuridica della causa. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente la proprietà degli immobili e sono condannati a pagare le spese processuali.
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Interruzione della prescrizione: Comune condannato a risarcire
Un professionista incaricato da un'amministrazione pubblica per redigere un piano regolatore ha avviato un arbitrato nel 1993 per inadempimento contrattuale. Successivamente, gli eredi hanno chiesto la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. L'ente pubblico ha eccepito la prescrizione del diritto, sostenendo che l'arbitrato non avesse interrotto i termini in modo permanente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando che l'avvio dell'arbitrato comporta l'interruzione della prescrizione con effetto permanente fino alla conclusione del procedimento, anche se il collegio arbitrale non si costituisce, salvo formale estinzione. Rigettato anche il ricorso degli eredi sul maggior danno per i compensi, qualificati come crediti di valuta non rivalutabili automaticamente.
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Trasferimento d’azienda: il silenzio non è assenso
Alcuni dipendenti hanno contestato il trasferimento d'azienda attuato dalla loro società originaria a un'altra impresa, sostenendo che il ramo ceduto non avesse una reale autonomia preesistente. La società ha eccepito che i lavoratori avessero accettato tacitamente il passaggio lavorando per tre anni presso la nuova azienda senza opporsi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che il semplice silenzio o l'inerzia del lavoratore non equivalgono a un consenso tacito. Inoltre, per essere valido, il trasferimento d'azienda deve riguardare un ramo dotato di autonomia funzionale già prima della cessione, e non creato appositamente per l'occasione. Di conseguenza, la società originaria deve ripristinare i rapporti di lavoro e reintegrare i dipendenti.
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Ripetizione di indebito bancario: conti chiusi e prescrizione
I Correntisti hanno citato in giudizio La Banca chiedendo la rideterminazione del saldo di alcuni conti correnti e la restituzione delle somme indebitamente addebitate per interessi usurari e anatocismo. La Corte d'Appello ha accolto solo parzialmente le domande, dichiarando prescritto il diritto per i conti chiusi da oltre dieci anni. I Correntisti hanno proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata firma della banca sui contratti e contestando il calcolo della prescrizione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che la dichiarazione del cliente di aver ricevuto copia del contratto prova l'adempimento degli obblighi di consegna. Inoltre, ha confermato che per la ripetizione di indebito bancario la prescrizione decennale decorre dai singoli versamenti solutori eseguiti su conti ormai estinti da oltre un decennio, respingendo la tesi dell'unitarietà dei rapporti basata su semplici giroconti.
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Nullità del contratto per mancanza di causa: il caso delle mille lire
La società Manzoni '43 S.r.l. ha proposto opposizione allo stato passivo della Compagnia Tirrena di Assicurazioni S.p.a. in liquidazione coatta amministrativa, chiedendo l'ammissione di un credito miliardario derivante da un contratto di cessione azionaria avvenuto al prezzo simbolico di mille lire. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha dichiarato la nullità del contratto per mancanza di causa, rilevando l'assenza di un reale corrispettivo a fronte di ingenti obbligazioni a carico della cedente. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando il ricorso della società cessionaria e compensando le spese di giudizio.
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Incentivo all’esodo: la tredicesima spetta anche se c’è l’accordo
Un ex dipendente pubblico ha chiesto il ricalcolo della somma ricevuta per la cessazione del rapporto di lavoro, sostenendo che nel calcolo dell'incentivo all'esodo dovesse essere inclusa anche la tredicesima mensilità. L'Ente Pubblico si è opposto, ritenendo che l'accordo individuale firmato dalle parti escludesse tale voce e che una legge regionale interpretativa ne escludesse la computabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico. I giudici hanno chiarito che la nozione di retribuzione lorda include sempre la tredicesima mensilità. Inoltre, la dichiarazione di incostituzionalità della norma regionale retroattiva ha effetto retroattivo (ex tunc) sui giudizi ancora in corso. L'Ente Pubblico è stato quindi condannato a pagare le spese di giudizio e a ricalcolare la somma spettante al lavoratore.
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Conferimento incarico dirigenziale: nullo senza selezione
L'Azienda Sanitaria ha revocato il conferimento incarico dirigenziale di direttore di distretto sanitario a un lavoratore, poiché l'affidamento era avvenuto senza la preventiva procedura di valutazione comparativa prevista dalla legge. Il lavoratore ha impugnato la revoca. La Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando la nullità del contratto di lavoro. L'obbligo di selezione pubblica tramite valutazione comparativa (art. 15-ter d.lgs. n. 502/1992) costituisce una norma imperativa a tutela del buon andamento della Pubblica Amministrazione. La sua violazione determina la nullità insanabile dell'atto, rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo.
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Senza concorso perde il posto: nullità del contratto di lavoro
Una Lavoratrice viene assunta direttamente da un'Azienda pubblica di gestione rifiuti senza concorso. Successivamente, l'Azienda la licenzia per giusta causa. La Lavoratrice impugna il licenziamento chiedendo il reintegro. I giudici rilevano però la nullità del contratto di lavoro originario. La legge impone infatti alle società a partecipazione pubblica l'obbligo di reclutare il personale tramite procedure selettive pubbliche. La Cassazione rigetta il ricorso della Lavoratrice: l'assunzione diretta viola norme imperative di legge, determinando la nullità insanabile del rapporto. Di conseguenza, non è possibile applicare le tutele contro il licenziamento, poiché un valido rapporto di lavoro non è mai giuridicamente esistito. La Lavoratrice perde la causa e viene condannata a pagare le spese processuali.
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Assunzione senza concorso: la buona fede non salva il posto
Una lavoratrice è stata licenziata da un'azienda pubblica di gestione dei rifiuti dopo che un'indagine penale ha rivelato gravi irregolarità nella sua assunzione, avvenuta tramite chiamata diretta anziché selezione pubblica. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, stabilendo che l'assunzione senza concorso presso una società in house interamente partecipata da un ente pubblico determina la nullità assoluta del contratto di lavoro. Tale nullità impedisce la prosecuzione del rapporto di lavoro, a nulla rilevando la buona fede o l'estraneità della lavoratrice rispetto agli illeciti commessi dai dirigenti dell'azienda. La lavoratrice perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Distanze legali: l’accordo violato costa la demolizione
Un venditore cede un terreno a un'impresa costruttrice, pattuendo nel contratto la possibilità di edificare a una distanza minima di quattro metri dal confine, in deroga ai cinque metri previsti dal regolamento comunale. L'impresa edifica però a una distanza inferiore a quella concordata. Il venditore agisce in giudizio chiedendo l'arretramento dell'edificio. Gli acquirenti degli immobili impugnano la decisione favorevole al venditore. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando che l'accordo ha costituito una servitù a tutela delle distanze legali. La violazione di tale diritto reale comporta l'obbligo di riduzione in pristino tramite arretramento della costruzione, escludendo la possibilità di sostituire la demolizione con il solo risarcimento del danno, in quanto la tutela dei diritti reali non incontra il limite dell'eccessiva onerosità.
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Nullità del contratto di mutuo: debiti di terzi e validità
Il Debitore e i Terzi Garanti si oppongono all'esecuzione immobiliare promossa dalla Banca, eccependo la nullità del contratto di mutuo per difetto di causa concreta. Sostengono che la Banca abbia utilizzato la somma mutuata per ripianare debiti pregressi di soggetti terzi senza consenso. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la validità del finanziamento. I giudici chiariscono che l'impiego delle somme erogate per estinguere passività precedenti non determina la nullità del contratto di mutuo per mancanza di causa. Tale utilizzo presuppone infatti che la somma sia stata comunque messa a disposizione del mutuatario. L'eventuale prelievo non autorizzato configura un mero inadempimento contrattuale della banca e non un vizio di validità del contratto originario.
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Contratto a progetto nullo: scatta l’assunzione coatta
Un'imprenditrice ha impugnato l'avviso di addebito dell'INPS per contributi omessi relativi a rapporti di lavoro qualificati come collaborazioni a progetto. La Corte d'Appello ha accertato che tali contratti erano privi di un progetto specifico e che i lavoratori svolgevano le normali attività aziendali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imprenditrice, confermando che la mancanza di un progetto specifico determina la nullità del contratto a progetto e la sua automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall'origine. Di conseguenza, l'imprenditrice è obbligata a versare i contributi previdenziali richiesti dall'ente.
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Nullità contrattuale: l’Azienda batte il Comune in Cassazione
L'Azienda ha impugnato una convenzione stipulata con il Comune per la gestione di un impianto, chiedendone la nullità per mancanza di causa. In appello, l'Azienda ha sollevato una nuova contestazione basata su norme sopravvenute che vietavano oneri automatici sulla produzione di energia. La Corte d'appello ha dichiarato inammissibile questa nuova domanda. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la nullità contrattuale deve essere sempre rilevata d'ufficio dal giudice, anche in appello e per motivi diversi da quelli inizialmente indicati, purché i fatti siano già emersi dagli atti di causa. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Conformità catastale nei rogiti: multa record per il notaio
Un notaio è stato sanzionato con una multa di oltre ottantamila euro per aver inserito in numerosi rogiti di compravendita una dichiarazione di conformità catastale incompleta. Il professionista attestava la corrispondenza delle sole planimetrie, omettendo il riferimento ai dati catastali richiesto dalla legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del notaio, confermando la sanzione. I giudici hanno stabilito che la conformità catastale nei rogiti deve riguardare espressamente sia le planimetrie sia i dati catastali, a pena di nullità assoluta dell'atto. Tale nullità formale fa scattare la responsabilità disciplinare del notaio al momento stesso della stipula. La successiva possibilità di sanare l'atto con una conferma non cancella l'illecito disciplinare commesso, né è applicabile il cumulo giuridico per violazioni ripetute in atti diversi.
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Definizione agevolata: stop alla lite sul fisco e le royalties
Una società riceveva avvisi di accertamento per l'indebita deduzione di costi relativi a royalties pagate alla controllante, ritenute non inerenti dal fisco poiché il relativo contratto commerciale era già compreso in un precedente conferimento di ramo d'azienda. Dopo la riforma della decisione favorevole in appello, la contribuente proponeva ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio, la società presentava istanza di definizione agevolata ai sensi del Decreto Legge n. 119 del 2018, provvedendo ai relativi pagamenti. Poiché l'Agenzia delle Entrate non ha notificato alcun diniego nei termini di legge e non è stata presentata istanza di trattazione, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio. Le spese del processo sono rimaste a carico della parte che le ha anticipate, escludendo l'applicazione del raddoppio del contributo unificato.
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Contratto di appalto: l’impresa chiede il saldo ma paga i danni
Un'impresa edile ha chiesto il pagamento del saldo per la costruzione di una struttura in cemento armato. Il committente si è opposto, lamentando che i lavori non erano stati completati (mancavano le scale) e presentavano gravi difetti. Il committente ha quindi chiesto il risarcimento dei danni. La Cassazione ha stabilito che, se l'opera non è completata, non si applicano i brevi termini di decadenza della garanzia per vizi del contratto di appalto, ma le regole generali sulla risoluzione per inadempimento. Di conseguenza, il committente ha diritto al risarcimento senza limiti temporali di decadenza, e l'impresa edile perde la causa.
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Procedure selettive società in house: nullo il posto senza gara
Un lavoratore viene assunto nel 2009 da una società pubblica senza superare le procedure selettive previste dalla legge. Successivamente, chiede il riconoscimento della qualifica di dirigente e il risarcimento per demansionamento. La Corte d'Appello accoglie la domanda, ritenendo che l'obbligo di concorso non fosse ancora attivo. La Corte di Cassazione ribalta la decisione: l'obbligo di adottare procedure selettive società in house era immediatamente vincolante già nel 2008. Di conseguenza, l'assunzione diretta senza selezione pubblica comporta la nullità del contratto di lavoro. La Suprema Corte accoglie il ricorso dell'azienda e rinvia la causa alla Corte d'Appello per verificare la validità del contratto e applicare il corretto metodo di valutazione delle mansioni.
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Nullità del contratto: perché non puoi fare causa due volte
Un acquirente ha citato in giudizio i venditori per ottenere la consegna di un immobile. I venditori hanno eccepito la nullità del contratto, ma il Tribunale ha accertato l'autenticità della scrittura e respinto l'eccezione. In un secondo giudizio per il rilascio del bene, gli eredi dei venditori hanno nuovamente eccepito la nullità del contratto per violazione del divieto di patto commissorio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la decisione precedente sulla validità dell'accordo copre ogni possibile vizio. Quando si richiede la nullità del contratto, il giudice deve esaminare d'ufficio tutte le possibili cause di invalidità. Di conseguenza, la sentenza passata in giudicato preclude qualsiasi successiva azione basata su motivi diversi, garantendo la stabilità delle decisioni giudiziarie.
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Corrispondenza tra chiesto e pronunciato: stop ai rimborsi extra
I soci di una società estinta hanno promosso un ricorso contro un istituto di credito per contestare la capitalizzazione trimestrale degli interessi su un conto corrente. Il Tribunale, rilevando d'ufficio ulteriori nullità contrattuali, ha condannato la banca a pagare una somma superiore a quella originariamente richiesta. La Corte d'Appello ha ridotto l'importo, ritenendo violato il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei soci, confermando che il rilievo d'ufficio di una nullità non consente al giudice di superare i limiti quantitativi della domanda formulata dal cliente. Vince la banca, che dovrà versare solo la somma minore.
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