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Art. 1375 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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588 provvedimenti

Altri anni per Art. 1375 Codice Civile

Progressione economica: diritto anche se cessato servizio
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4154/2024, ha stabilito che i dipendenti pubblici hanno diritto alla progressione economica anche se cessano dal servizio prima dell'approvazione della graduatoria finale. Il requisito fondamentale è essere in servizio all'avvio della procedura selettiva, poiché la progressione non è solo un incentivo per il futuro, ma anche un premio per le competenze già maturate.
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Uso personale macchinari: licenziamento sproporzionato
Un dipendente viene licenziato per aver utilizzato un macchinario aziendale per scopi privati. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici d'appello, ritenendo il licenziamento una sanzione sproporzionata. La valutazione ha tenuto conto di fattori cruciali come l'autorizzazione, seppur informale, da parte di un superiore, la natura episodica dell'evento e la lunga e corretta carriera lavorativa del dipendente. Questo caso sottolinea come, nell'ambito del diritto del lavoro, l'uso personale di macchinari non giustifichi automaticamente la massima sanzione disciplinare, ma richieda un'analisi bilanciata di tutte le circostanze specifiche.
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Revoca in autotutela: quando un ente può annullarla?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca in autotutela di una delibera con cui un ente pubblico aveva riconosciuto una somma di denaro a un dipendente. La decisione si fonda sul fatto che la delibera originaria era viziata per la mancanza di un parere obbligatorio, impedendo il sorgere di un diritto acquisito in capo al lavoratore. La Corte ha inoltre chiarito i requisiti di ammissibilità del ricorso per cassazione, respingendo le censure del ricorrente come generiche e mirate a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Disdetta accordo aziendale: limiti e buona fede
La Corte di Cassazione interviene sul tema della disdetta di un accordo aziendale a tempo indeterminato. Un'azienda di trasporti aveva revocato accordi che prevedevano un orario di 36 ore settimanali, ripristinando le 39 ore del contratto nazionale senza adeguamento retributivo. Successivamente, aveva proposto un nuovo accordo, reintroducendo alcuni benefici solo per i lavoratori che avessero rinunciato alle azioni legali. La Corte d'Appello aveva ritenuto la disdetta illegittima per violazione della buona fede, basandosi su questa condotta successiva. La Cassazione ha cassato la sentenza, stabilendo che la legittimità della disdetta va valutata al momento in cui viene posta in essere, non sulla base di eventi posteriori. L'analisi della buona fede non può derivare da un accordo sindacale stipulato mesi dopo, ma deve concentrarsi sulle circostanze coeve alla revoca stessa.
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Trattenute sindacali: sì alla cessione del credito
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 27722/2025, ha stabilito che il rifiuto di un'azienda di effettuare le trattenute sindacali richieste dai lavoratori tramite cessione del credito costituisce condotta antisindacale. Sebbene il referendum del 1995 abbia rimosso l'obbligo legale per il datore di lavoro, non ha introdotto un divieto. I lavoratori possono legittimamente utilizzare lo strumento civilistico della cessione del credito per versare le quote al proprio sindacato, e il datore di lavoro è tenuto ad adempiere, a meno che non dimostri un onere aggiuntivo e insostenibile.
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Incarichi dirigenziali a termine: limiti e tutele
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un dirigente pubblico con una serie di contratti a tempo determinato. La Corte ha stabilito che gli incarichi dirigenziali a termine non possono essere rinnovati all'infinito per coprire esigenze stabili dell'amministrazione, riconoscendo il diritto al risarcimento del danno in caso di abuso. Ha tuttavia escluso che un dirigente esterno possa partecipare a selezioni interne riservate al personale di ruolo e che lo svolgimento di fatto di mansioni superiori dia automaticamente diritto a una retribuzione maggiore.
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Violazione procedimento disciplinare: la nullità
Una società di trasporti ha licenziato un dipendente. La Corte di Cassazione ha dichiarato nullo il licenziamento non per l'infondatezza dei fatti, ma per la violazione del procedimento disciplinare previsto da una legge speciale (R.D. 148/1931). Secondo i giudici, il mancato rispetto di questa procedura garantista non rende il licenziamento meramente inefficace, ma radicalmente nullo, comportando il diritto del lavoratore alla reintegrazione piena nel posto di lavoro. Di conseguenza, il ricorso principale dell'azienda è stato dichiarato inammissibile.
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Procedimento disciplinare nullo: quando spetta reintegra
Un lavoratore di un'azienda di trasporti, licenziato per giusta causa, ha impugnato il provvedimento. La Corte di Cassazione ha stabilito che la violazione delle specifiche norme procedurali previste per il settore (R.D. n. 148/1931) rende il procedimento disciplinare nullo. Tale nullità non comporta un mero risarcimento, ma la tutela reintegratoria piena, con l'obbligo per l'azienda di riammettere il dipendente al lavoro.
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Nullità licenziamento: la procedura è inderogabile
La Corte di Cassazione ha stabilito la nullità di un licenziamento disciplinare per la violazione di una procedura speciale prevista per legge. Il caso riguardava un dipendente di una società di trasporti il cui licenziamento è stato annullato non per l'infondatezza dell'accusa, ma perché l'azienda non ha seguito l'iter procedurale garantista inderogabile. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del lavoratore, affermando che tale violazione procedurale comporta una "nullità di protezione", rendendo il licenziamento radicalmente invalido e assorbendo ogni altra questione sulla gravità della condotta contestata.
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Vizio procedurale licenziamento: la Cassazione decide
Una società di trasporti ha licenziato un dipendente. La Corte di Cassazione, con ordinanza 2782/2024, ha stabilito che il licenziamento è nullo a causa di un vizio procedurale, ovvero il mancato rispetto delle specifiche norme disciplinari previste per il settore. Questo errore ha portato all'annullamento della decisione della Corte d'Appello e ha garantito al lavoratore la tutela reintegratoria piena. La Corte ha chiarito che il rispetto della procedura non è una mera formalità, ma un requisito essenziale, la cui violazione rende l'atto espulsivo radicalmente nullo.
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Copertura assicurativa medici: obblighi dell’Azienda
Un medico dirigente ha citato in giudizio la propria azienda sanitaria per il mancato risarcimento dei danni derivanti da un'interruzione nella copertura assicurativa per responsabilità civile. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del medico, ha stabilito che l'obbligo di copertura assicurativa a carico dell'azienda sanitaria, previsto dal contratto collettivo, è ampio e deve garantire una tutela adeguata e continua, comprendendo tutte le spese di giudizio e non solo quelle previste in casi specifici di patrocinio legale diretto.
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Nullità licenziamento disciplinare: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 2672/2024, ha stabilito che la violazione della procedura disciplinare prevista per i lavoratori del settore trasporti comporta la nullità del licenziamento disciplinare. Tale violazione non dà diritto a una semplice indennità, ma alla tutela reintegratoria piena, con l'obbligo per l'azienda di riammettere il lavoratore al suo posto.
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Rapporto di lavoro subordinato: la Cassazione decide
Un lavoratore, impiegato per anni da una grande azienda di radiotelevisione tramite una successione di contratti a termine e di collaborazione, ha ottenuto il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. L'ordinanza stabilisce che la lunga inerzia del lavoratore nel contestare la natura dei contratti non costituisce un'accettazione tacita della situazione, soprattutto quando emerge un intento elusivo da parte del datore di lavoro. La sostanza del rapporto prevale sulla forma contrattuale.
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Improcedibilità ricorso: sentenza incompleta e nullità
La Corte di Cassazione dichiara l'improcedibilità del ricorso di una ex dipendente pubblica. La causa è il mancato deposito della copia integrale della sentenza d'appello, un requisito formale ma essenziale per consentire alla Corte di valutare il caso. La decisione sottolinea come un errore procedurale possa precludere l'esame nel merito di una controversia, a prescindere dalle ragioni delle parti.
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Sanzione disciplinare e pubblicità online del codice
Un medico ha ricevuto una sanzione disciplinare di sei mesi di sospensione per non aver comunicato la positività di un test per la tubercolosi. L'operatore sanitario ha impugnato il provvedimento, contestando vizi procedurali, tra cui la mancata affissione fisica del codice disciplinare, pubblicato solo online. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che per i dipendenti pubblici la pubblicazione sul sito istituzionale dell'ente ha piena validità legale. È stato inoltre chiarito che il termine per contestare l'illecito decorre dalla piena conoscenza dei fatti da parte del datore di lavoro, non dal momento della loro commissione.
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Danno da ritardo PA: il risarcimento per buona fede
Una recente ordinanza della Cassazione ha stabilito che la Pubblica Amministrazione è tenuta al risarcimento del danno quando la sua condotta, pur non integrando un errore "macroscopico", viola i principi di buona fede e correttezza. Il caso riguarda una dipendente pubblica che si è vista negare un incentivo all'esodo a causa di un diniego e di un ritardo ingiustificati da parte dell'ente. La Suprema Corte ha cassato la sentenza di merito, riconoscendo la possibilità di un risarcimento per il cosiddetto 'danno da ritardo PA', anche sotto forma di perdita di chance.
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Compensi extra contratto: quando sono dovuti?
Un consulente ha richiesto compensi extra contratto per servizi che riteneva non coperti dall'accordo scritto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La sentenza sottolinea che, per avere successo, un ricorso deve contestare tutte le ragioni autonome della decisione impugnata e non può limitarsi a proporre una diversa interpretazione del contratto. La mancata specifica delle attività extra ha inoltre reso impossibile una valutazione economica.
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Licenziamento soggettivo: proporzionalità e oneri
Un'azienda del settore ristorazione licenzia un suo store manager per giustificato motivo soggettivo, addebitandogli una serie di inadempienze nella gestione. La Corte d'Appello, e successivamente la Corte di Cassazione, ritengono il licenziamento sproporzionato, condannando l'azienda a un risarcimento. La sentenza sottolinea che il principio di proporzionalità si applica anche al licenziamento soggettivo e che la contestazione disciplinare, pur non dettagliando ogni singolo episodio, era sufficientemente specifica da permettere la difesa del lavoratore.
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Accordo non approvato: nessun diritto per il lavoratore
Una lavoratrice ha citato in giudizio la propria azienda per ottenere il pagamento di incentivi basati su un accordo firmato dal presidente. Tuttavia, l'accordo era qualificato come una mera "ipotesi" soggetta all'approvazione del Consiglio di Amministrazione, approvazione mai avvenuta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che un accordo sindacale non approvato, quando tale condizione è esplicitamente prevista, è privo di efficacia giuridica e non può fondare alcun diritto per il lavoratore.
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Ipotesi di accordo: quando è vincolante per l’azienda?
Un lavoratore ha citato in giudizio il suo datore di lavoro, una società di riscossione, per ottenere premi incentivanti basati su un'ipotesi di accordo. La validità del documento era subordinata all'approvazione del Consiglio di Amministrazione, che non è mai avvenuta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, confermando che un'ipotesi di accordo priva della necessaria approvazione formale non costituisce un contratto perfezionato e non produce effetti giuridici vincolanti, negando così le pretese del dipendente.
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