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Art. 1375 Codice Civile — Anno 2026

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199 provvedimenti

Altri anni per Art. 1375 Codice Civile

Contratto di factoring: la banca vince se manca la prova di consegna
Una società fornitrice stipula un contratto di factoring con una banca per cedere i crediti di un cliente. A causa del mancato pagamento, la banca avvia un decreto ingiuntivo, revocato dal giudice per mancanza dei documenti di consegna delle merci (borderò). La banca attiva quindi la clausola contrattuale per la retrocessione del credito, costringendo la società a restituire le somme anticipate. La società fa causa alla banca lamentando una presunta mala gestio e l'invalidità della restituzione, sostenendo di aver inviato i documenti via email. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della società, confermando che la difesa era contraddittoria e che non vi era prova del reale invio dei documenti necessari. Vince la banca.
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Offerta di riassunzione: il rifiuto costa caro al lavoratore
Un lavoratore, dopo aver ottenuto il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato con una fondazione lirica, ha richiesto il pagamento delle retribuzioni arretrate. Il datore di lavoro ha eccepito di aver formulato una valida offerta di riassunzione, rifiutata dal dipendente che chiedeva un rinvio per non perdere un altro impiego come insegnante. La Corte d'Appello ha ridotto le somme dovute, ritenendo legittimo l'invito a riprendere servizio anche senza l'indicazione specifica delle mansioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando che la valutazione sulla validità dell'offerta spetta esclusivamente ai giudici di merito e che il rifiuto ingiustificato del dipendente fa perdere il diritto agli stipendi successivi.
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Assistenza sanitaria integrativa: l’azienda paga le tasse
Un'azienda e un ex dirigente firmano un accordo di conciliazione per risolvere il rapporto di lavoro. L'azienda si impegna a mantenere l'assistenza sanitaria integrativa tramite l'iscrizione alla Cassa di assistenza collettiva prevista dal contratto nazionale. Successivamente, l'azienda cancella unilateralmente l'ex dirigente dalla Cassa e stipula polizze individuali, addebitandogli le relative tasse e contributi. L'azienda chiede poi la restituzione di tali somme esercitando il diritto di rivalsa. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'azienda. I giudici chiariscono che l'obbligo fiscale è sorto solo a causa della scelta unilaterale dell'azienda di modificare le modalità di adempimento concordate. Se l'azienda avesse mantenuto l'iscrizione alla Cassa collettiva, i contributi avrebbero beneficiato dell'esenzione fiscale. Di conseguenza, l'azienda non può rivalersi sul lavoratore per i maggiori costi derivanti dal proprio inadempimento.
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Sospensione del rapporto di agenzia: l’agente vince le indennità
L'Azienda ha sospeso unilateralmente e a tempo indeterminato il rapporto con L'Agente, senza fornire chiarimenti alle sue richieste. Di conseguenza, L'Agente ha esercitato il recesso per giusta causa. La Corte d'Appello ha condannato L'Azienda al pagamento delle indennità di preavviso e di clientela. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno stabilito che la sospensione del rapporto di agenzia attuata in via unilaterale e senza un limite temporale definito costituisce un inadempimento grave. Tale condotta equivale a un rifiuto ingiustificato di ricevere la prestazione lavorativa. Anche in presenza di presunte irregolarità dell'Agente, L'Azienda avrebbe dovuto contestare formalmente gli addebiti o recedere, anziché paralizzare il rapporto a tempo indeterminato.
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Ripristino dello stato dei luoghi: il consorzio perde e paga
Una proprietaria terriera ha autorizzato un consorzio agrario a demolire la propria recinzione per eseguire lavori di bonifica, con l'accordo che quest'ultimo avrebbe provveduto al completo ripristino dello stato dei luoghi. A causa del mancato completamento delle opere e dei gravi disagi arrecati, la proprietaria ha richiesto il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del consorzio, confermando la condanna al pagamento di oltre seventy-eight mila euro. I giudici hanno chiarito che l'accordo contrattuale obbligava il consorzio a farsi carico di ogni spesa necessaria per la rimessa in pristino e che il rifiuto della proprietaria di fronte a un'offerta di adempimento parziale e incompleta era pienamente legittimo. Vince la proprietaria, che ha diritto al risarcimento totale.
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Contratto autonomo di garanzia: la barca non arriva ma si paga
L'Utilizzatore stipula un contratto di leasing per la costruzione di un'imbarcazione. A causa del fallimento del Costruttore, i lavori si interrompono. La Società di Leasing richiede il rimborso delle somme anticipate escutendo la garanzia prestata dalla Banca Garante. L'Utilizzatore contesta l'operazione, ma la Corte d'Appello qualifica la garanzia come contratto autonomo di garanzia, escludendo la possibilità di opporre eccezioni di merito se non in caso di dolo evidente. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'Utilizzatore, confermando la legittimità dell'escussione e la natura autonoma della garanzia, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Clausola risolutiva espressa: il giudice non può riscriverla
Un'impresa e un Ministero stipulano una transazione per risolvere una lite su un appalto. L'accordo prevede una clausola risolutiva espressa: in caso di mancato pagamento di oltre 7 milioni di euro entro un termine, l'accordo si risolve, consentendo all'impresa di riscuotere l'intero importo di un precedente lodo arbitrale. Il Ministero non paga nei termini. L'impresa, dopo aver accettato la rinuncia agli atti del giudizio da parte del Ministero, dichiara di volersi avvalere della clausola e incassa oltre 18 milioni. La Corte d'Appello condanna l'impresa a restituire la differenza, ritenendo che l'accettazione della rinuncia costituisse rinuncia tacita alla risoluzione, introducendo un dovere di "previo richiamo". La Cassazione accoglie il ricorso dell'impresa: il giudice non può inventare requisiti non previsti dal contratto né decidere su questioni non sottoposte al contraddittorio delle parti.
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Abusiva concessione del credito: la banca perde il recupero
La Corte di Cassazione ha confermato l'esclusione dallo stato passivo del credito vantato da una banca di leasing nei confronti di una società fallita. La banca aveva rinegoziato il contratto di locazione finanziaria nonostante la palese e grave crisi economica dell'utilizzatrice, il cui canone annuo superava addirittura l'intero fatturato dell'anno precedente. I giudici hanno qualificato tale condotta come abusiva concessione del credito, in quanto la banca ha assunto un rischio irragionevole e ha prolungato artificialmente l'esistenza di un'impresa ormai insolvente, aggravandone il dissesto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca, condannandola anche al pagamento delle spese di giudizio.
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Abusiva concessione del credito: la banca perde e paga i danni
Una banca proponeva ricorso per l'ammissione al passivo del fallimento di una società per un credito derivante da un contratto di leasing rinegoziato. Il Tribunale respingeva la domanda ravvisando un'ipotesi di abusiva concessione del credito, poiché la banca aveva rifinanziato il debitore già gravemente inadempiente senza verificarne la reale situazione patrimoniale o richiedere un piano di risanamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che il dovere di eseguire il contratto secondo buona fede non giustifica la concessione di nuovo credito a un soggetto insolvente, specie dopo la risoluzione del precedente accordo. La banca, avendo omesso qualsiasi indagine sulla solvibilità del debitore, ha agito illegittimamente, prolungando artificiosamente la permanenza sul mercato di un'impresa ormai decotta.
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Abusiva concessione di credito: finto aiuto, vera condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un istituto di credito al risarcimento dei danni per abusiva concessione di credito in favore dei creditori di una società poi fallita. La banca aveva rinegoziato un contratto di leasing immobiliare nonostante la società utilizzatrice fosse gravemente inadempiente e l'istituto avesse già attivato la clausola risolutiva espressa. I giudici hanno stabilito che la rinegoziazione costituiva un nuovo finanziamento, concesso in assenza di concrete prospettive di risanamento aziendale, desumibili dai bilanci in costante perdita. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca, confermando che il danno risarcibile equivale alle somme indebitamente incassate dall'istituto dopo la rinegoziazione e alle spese fiscali sostenute dalla società durante il prolungamento fittizio dell'attività.
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Revoca incarico dirigenziale: la Cassazione ferma l’azienda.
Un dirigente medico ha impugnato la riorganizzazione dell'Azienda Sanitaria che aveva soppresso la sua struttura, determinando la revoca incarico dirigenziale. I giudici di merito avevano respinto la domanda, ritenendo insindacabili le scelte organizzative aziendali. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore. I giudici di legittimità hanno stabilito che gli atti di macro-organizzazione delle aziende sanitarie non sono del tutto insindacabili: il giudice ordinario può verificarne la conformità alla legge e disapplicarli se illegittimi. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Mancanza di copertura finanziaria: no al risarcimento milionario
Un consorzio di imprese ha chiesto la risoluzione per inadempimento delle convenzioni stipulate con un Commissario straordinario per la progettazione e costruzione di una tratta ferroviaria, lamentando il mancato avvio dei lavori e richiedendo il risarcimento dei danni. Il Commissario si è difeso eccependo la sopravvenuta mancanza di copertura finanziaria, circostanza che, in base a una specifica clausola contrattuale, limitava il diritto del concessionario al solo rimborso delle spese di progettazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del giudice di rinvio, rigettando la domanda di risoluzione per colpa della pubblica amministrazione. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di una clausola contrattuale chiara che limita le conseguenze della mancanza di copertura finanziaria al solo rimborso delle spese documentate, non è configurabile un inadempimento colpevole del Commissario, escludendo così qualsiasi risarcimento del danno ulteriore.
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Multa penitenziale e recesso: la Cassazione condanna chi contesta
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Società Subappaltante contro il Socio Successore della Società Subappatrice per il pagamento di somme dovute in base a due scritture private. La prima scrittura riguardava il saldo di un appalto eseguito, mentre la seconda prevedeva una somma di quarantamila euro a titolo di multa penitenziale per il recesso da un subappalto mai iniziato. La Corte ha chiarito che il riconoscimento di debito esonera il creditore dal provare il rapporto sottostante. Inoltre, ha escluso l'abusivo frazionamento del credito, poiché il creditore aveva un interesse oggettivo ad agire separatamente per la parte di credito certa e documentata da un assegno insoluto. Infine, la clausola arbitrale del contratto originario non si applica all'accordo di scioglimento successivo.
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Clausola compromissoria: decide l’arbitro e non il giudice
Un medico legale assiste un paziente in una causa di malasanità, concordando un compenso basato su una percentuale del risarcimento. Il contratto contiene una clausola compromissoria che affida le controversie al Consiglio dell'Ordine dei Medici. Al termine dell'incarico sorge un contrasto sul pagamento dei compensi. Il paziente sostiene che la lite spetti all'Ordine, mentre il medico si rivolge al giudice ordinario. La Corte d'Appello dà ragione al medico, limitando la clausola ai soli casi di interruzione anticipata del rapporto. La Cassazione ribalta la decisione: la clausola compromissoria ha una portata generale e copre ogni lite sulle prestazioni svolte, anche se sorte dopo la fine del mandato. Di conseguenza, la competenza spetta al collegio arbitrale dell'Ordine dei Medici.
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Accordo di manleva: spese legali perse per scelta autonoma
Due società digitali chiedono il rimborso delle spese legali sostenute in una causa negli Stati Uniti, avviata da una nota attrice. Le società si basano su un accordo di manleva firmato con una società di orologi, la quale si era impegnata a coprire i costi del contenzioso. Tuttavia, l'accordo prevedeva una condizione precisa: l'utilizzo di un unico avvocato scelto dalla società di orologi. Le società digitali hanno invece nominato difensori propri senza consenso. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso delle società digitali, confermando le decisioni dei precedenti gradi di giudizio. La Corte stabilisce che la violazione dei patti contrattuali, come la nomina autonoma dei difensori, fa perdere il diritto al rimborso delle spese legali. Le ricorrenti sono condannate a pagare le spese di giudizio.
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Obblighi informativi della banca: conto in rosso, vince la banca
L'Investitore ha citato in giudizio La Banca lamentando la perdita del proprio capitale a causa di un aumento di capitale straordinario della società emittente dei titoli in suo possesso. L'Investitore sosteneva che l'istituto avesse violato gli obblighi informativi della banca non avvisandolo dell'operazione societaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Investitore, confermando che nel servizio di ricezione ed esecuzione ordini ("conto trader") la banca non ha un dovere di monitoraggio continuo o di consulenza post-negoziazione. Tali doveri informativi si esauriscono con l'esecuzione dell'ordine d'acquisto. Di conseguenza, l'Investitore è stato condannato a pagare il saldo negativo del conto e le spese legali.
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Risoluzione per grave inadempimento: il Comune vince sulla ditta
Una società acquista dal Comune due lotti di terreno per realizzare un inceneritore di rifiuti, impegnandosi a iniziare i lavori entro un anno. A causa di ritardi e documenti incompleti imputabili alla società, i lavori non iniziano. Successivamente, il Comune vieta gli inceneritori sul territorio. La società chiede i danni, ma il Comune ottiene la risoluzione del contratto per inadempimento della ditta. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della società. La Suprema Corte conferma che il ritardo colpevole della ditta giustifica la risoluzione per grave inadempimento, escludendo che il successivo divieto comunale costituisca un evento imprevedibile idoneo a liberare l'acquirente dalle sue responsabilità contrattuali.
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Assistenza sanitaria integrativa: negata la rivalsa all’azienda
Un'azienda e un suo dirigente firmano un accordo di risoluzione consensuale. L'azienda si impegna a mantenere l'assistenza sanitaria integrativa tramite l'iscrizione alla Cassa di assistenza collettiva. Successivamente, l'azienda sostituisce unilateralmente tale iscrizione con polizze individuali. Questa modifica fa perdere l'esenzione fiscale, generando oneri fiscali e contributivi. L'azienda, agendo come sostituto d'imposta, paga tali somme e ne chiede la restituzione al dirigente. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda: la tassazione è derivata esclusivamente dalla sua scelta unilaterale e difforme dai patti. Di conseguenza, l'azienda non ha alcun diritto di rivalsa e deve farsi carico interamente delle spese.
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Risarcimento del danno da inadempimento: valore batte valuta
Un'azienda ha citato in giudizio la propria contabile per gravi illeciti, tra cui falsificazione di estratti conto e appropriazione indebita. La Corte d'Appello ha condannato la dipendente al risarcimento dei danni, ma ha riconosciuto solo gli interessi legali senza applicare la rivalutazione monetaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che il risarcimento del danno da inadempimento degli obblighi contrattuali costituisce un debito di valore. Di conseguenza, il giudice deve calcolare d'ufficio la rivalutazione monetaria per compensare la perdita del potere d'acquisto dal momento del danno alla liquidazione. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo calcolo del danno.
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Lavoro giornalistico subordinato: il contratto autonomo non cancella i diritti
Una giornalista ha chiesto il riconoscimento del proprio rapporto come lavoro giornalistico subordinato con la qualifica di collaboratore fisso, avendo redatto per anni articoli e rubriche per le pagine di cultura e spettacolo di un quotidiano. La società editrice si è opposta, sostenendo la natura autonoma del rapporto basata sul contratto firmato dalle parti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno stabilito che l'inserimento stabile nell'organizzazione aziendale, la disponibilità costante e la cura sistematica di una rubrica dimostrano la subordinazione, a prescindere dalla firma di un contratto autonomo. L'azienda è stata condannata al pagamento delle differenze retributive e al versamento dei contributi previdenziali omessi.
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