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Art. 1363 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 1363 Codice Civile

Cambio appalto: obbligo di assunzione dal CCNL
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32894/2023, ha stabilito un principio cruciale in materia di cambio appalto. Un lavoratore, il cui rapporto era stato convertito in tempo indeterminato, non era stato riassunto dalla società subentrante nel servizio di igiene urbana. La Cassazione ha chiarito che, anche in assenza di un trasferimento d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c., la 'clausola sociale' prevista dal CCNL di settore crea un vero e proprio obbligo di assunzione per l'impresa subentrante, tutelando così la continuità occupazionale dei dipendenti. La Corte ha cassato la decisione d'appello, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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Cambio appalto: il CCNL obbliga all’assunzione
Una lavoratrice, il cui rapporto a tempo indeterminato con un'azienda di servizi poi fallita era stato riconosciuto giudizialmente, ha chiesto l'assunzione alla società subentrante nel contratto di appalto. I giudici di merito avevano respinto la domanda, non ravvisando un trasferimento d'azienda. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che in un cambio appalto, la specifica clausola del CCNL di settore (art. 6 CCNL Ambiente) costituisce un obbligo per l'impresa subentrante di assumere il personale, creando un vero e proprio diritto soggettivo per il lavoratore, a prescindere dall'applicazione dell'art. 2112 c.c.
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Cambio appalto: il CCNL obbliga all’assunzione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32805/2023, ha stabilito che in un cambio appalto per servizi pubblici, la clausola del CCNL Ambiente che prevede l'assunzione del personale dell'impresa uscente è vincolante per la nuova società appaltatrice. Questo obbligo sussiste a prescindere dalla configurabilità di un trasferimento di ramo d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva negato il diritto di un lavoratore alla ricostituzione del rapporto, affermando la forza cogente della norma contrattuale collettiva volta a garantire la stabilità occupazionale.
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Collaborazione occasionale: quando si trasforma in lavoro
Una lavoratrice ottiene la conversione del suo contratto di collaborazione occasionale in lavoro subordinato. La Cassazione chiarisce che superare i 30 giorni è decisivo, indipendentemente dal compenso. La decisione si fonda sulla mancanza di un progetto specifico, un requisito essenziale per contratti di durata superiore, portando alla riqualificazione del rapporto.
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Contratto a favore di terzo: onere della prova
Un gruppo di piloti ha citato in giudizio una nuova compagnia aerea, sostenendo di avere diritto all'assunzione in base a un accordo sindacale. La Corte di Cassazione ha stabilito che, sebbene l'accordo possa essere qualificato come un contratto a favore di terzo, spetta ai singoli lavoratori dimostrare di possedere tutti i requisiti specifici di selezione previsti, non essendo sufficiente il solo mancato raggiungimento del numero minimo di assunzioni da parte dell'azienda. L'onere della prova grava quindi sui lavoratori che rivendicano il diritto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Incompatibilità avvocato e pubblico impiego part-time
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31776/2023, ha stabilito principi fondamentali sull'incompatibilità avvocato e pubblico impiego. Ha chiarito che la violazione del divieto di esercitare la professione forense per un dipendente pubblico integra di per sé un illecito disciplinare, senza necessità di provare un danno specifico, poiché il pericolo di conflitto di interessi è presunto dalla legge. Inoltre, ha affermato che l'obbligo di restituire i compensi percepiti dall'attività professionale illecita si applica anche ai dipendenti part-time, poiché l'eccezione prevista dalla normativa vale solo per le attività secondarie legittimamente autorizzate.
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Trasferimento lavoratore: quando è illegittimo?
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un trasferimento lavoratore, una guardia giurata, che contestava la legittimità del suo spostamento sostenendo fosse avvenuto verso una diversa unità produttiva. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile non entrando nel merito della questione, ma sanzionando gravi carenze procedurali. In particolare, ha evidenziato la mancata allegazione di fatti specifici fin dal primo grado per dimostrare l'autonomia della nuova sede e l'errata modalità di produzione del contratto collettivo, elementi che hanno reso impossibile per la Suprema Corte valutare la fondatezza delle doglianze.
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Clausola risolutiva: quando è valida la chiusura
Un gestore di un impianto di carburanti ha impugnato la decisione di una compagnia petrolifera di terminare il contratto in base a una clausola risolutiva che permetteva la chiusura dell'impianto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la clausola non era una clausola risolutiva espressa (che richiede un inadempimento), bensì una valida condizione risolutiva legata a scelte imprenditoriali, e quindi legittima.
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Clausola sociale: obbligo di assunzione e onere prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31491/2023, ha stabilito che la clausola sociale nei cambi di appalto crea un vero e proprio diritto all'assunzione per i lavoratori dell'impresa uscente. L'inadempimento procedurale dell'impresa uscente non può danneggiare i lavoratori. Inoltre, spetta all'impresa subentrante dimostrare l'impossibilità di integrare i lavoratori nella nuova organizzazione, e solo dopo aver tentato una consultazione sindacale.
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Inidoneità e repechage: licenziamento illegittimo
Un operatore ecologico, dichiarato inidoneo alla mansione, viene licenziato per impossibilità di ricollocamento. La Cassazione annulla la decisione, stabilendo che il licenziamento è illegittimo se l'azienda omette la procedura di confronto sindacale prevista dal CCNL per la verifica del possibile repechage, anche in assenza di sanzioni esplicite.
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Interpretazione contratto di lavoro e patto di prova
Un lavoratore, assunto in via provvisoria a seguito di una sentenza di primo grado, viene licenziato per mancato superamento del patto di prova. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, chiarendo i criteri per la corretta interpretazione del contratto di lavoro. Secondo i giudici, il nuovo rapporto era autonomo e distinto da quello oggetto della sentenza, rendendo valido il patto di prova. L'ordinanza sottolinea come l'interpretazione del contratto non debba basarsi solo sul testo, ma sulla volontà comune delle parti e sul contesto negoziale.
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Licenziamento disciplinare: la prova del dolo
La Corte di Cassazione conferma la decisione della Corte d'Appello che aveva dichiarato illegittimo un licenziamento disciplinare a causa della mancata dimostrazione del dolo del lavoratore. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'azienda, ribadendo che l'accertamento della prova è di competenza esclusiva dei giudici di merito e non può essere rivalutato in sede di legittimità. La vicenda riguardava un secondo licenziamento emesso dopo l'annullamento del primo per vizi formali.
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Indennità chilometrica: il CCNL prevale sul contratto CIR
Un lavoratore ha citato in giudizio il suo datore di lavoro, un Consorzio, per ottenere un'indennità chilometrica più elevata, basata sul Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) anziché sul Contratto Integrativo Regionale (CIR), meno favorevole. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, confermando la decisione della Corte d'Appello. La Corte ha stabilito che l'indennità, sebbene definita 'rimborso', ha natura di stipendio a causa della sua erogazione continuativa e forfettaria. Di conseguenza, prevale la disciplina del CCNL, più vantaggiosa, poiché la materia non era stata delegata alla contrattazione regionale.
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Recupero riposo giornaliero: no a permessi retribuiti
Un dipendente del settore vigilanza privata ha richiesto il pagamento di permessi retribuiti per non aver goduto del riposo giornaliero minimo di 11 ore. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, chiarendo che il concetto di "recupero riposo giornaliero" previsto dal contratto collettivo si attua concedendo periodi di riposo più lunghi in un momento successivo, e non attraverso una riduzione dell'orario di lavoro con permessi pagati. La finalità della norma è tutelare la salute del lavoratore, garantendo un effettivo recupero psicofisico, non modificare la retribuzione.
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Compenso extra dipendente pubblico: quando è dovuto?
Un dipendente di un ente previdenziale, con mansioni tecniche, ha svolto perizie immobiliari per l'erogazione di mutui da parte dello stesso ente. Ritenendo tale attività esterna alle sue mansioni, ha richiesto un compenso extra. La Corte di Cassazione ha rigettato la sua domanda, stabilendo che le perizie rientravano nei fini istituzionali dell'ente e, pertanto, erano già coperte dalla retribuzione ordinaria in base al principio di onnicomprensività. La Corte ha inoltre chiarito che un rapporto diretto tra il perito e il richiedente il mutuo avrebbe generato un inammissibile conflitto di interessi.
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Conversione contratto di lavoro: il caso co.co.co.
La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito sulla conversione di un rapporto di collaborazione in un contratto di lavoro subordinato. Il caso riguardava un consulente di una nota azienda di moda il cui rapporto, durato quasi un decennio, è stato riqualificato a causa della mancanza di uno specifico progetto, come richiesto dalla normativa all'epoca vigente (D.Lgs. 276/2003). La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, sottolineando che la sostanza del rapporto prevale sulla forma e che l'assenza del progetto comporta l'automatica conversione contratto di lavoro.
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Obbligo di repêchage: onere della prova del datore
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30143/2023, ha chiarito la ripartizione dell'onere della prova nel licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La Corte ha stabilito che l'obbligo di repêchage impone al datore di lavoro di dimostrare, in modo completo, l'impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre mansioni, anche inferiori. È stato ritenuto illegittimo gravare il lavoratore di un onere di 'collaborazione' nella ricerca di posizioni alternative. Il ricorso è stato accolto su questo punto, cassando la precedente sentenza e rinviando alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Contratto integrativo: i limiti del ricorso in Cassazione
Un dipendente pubblico ha impugnato una valutazione negativa basata sull'interpretazione di un contratto integrativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'interpretazione del contratto integrativo è di competenza esclusiva dei giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, se non per vizi specifici e correttamente formulati.
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Divisa da lavoro: è retribuzione? La Cassazione decide
Una società di trasporti ha impugnato una sentenza della Corte d'Appello che includeva il valore della divisa da lavoro obbligatoria nel calcolo del TFR dei dipendenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la decisione precedente. Ha stabilito che i giudici di merito non avevano adeguatamente esaminato gli accordi aziendali per determinare se la divisa costituisse un reale vantaggio economico per il lavoratore o fosse un semplice strumento di lavoro, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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Divisa come retribuzione: la Cassazione fa chiarezza
L'ordinanza analizza se il valore della divisa obbligatoria per i dipendenti di un'azienda di trasporti debba essere considerato ai fini del calcolo del TFR. La Cassazione, accogliendo il ricorso dell'azienda, ha cassato la decisione di merito che qualificava la divisa come retribuzione (fringe benefit). Ha stabilito che è necessaria un'attenta interpretazione degli accordi aziendali per capire se la fornitura dell'uniforme costituisca un vantaggio economico per il lavoratore o un mero strumento di lavoro a carico dell'azienda.
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