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Art. 132 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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1284 provvedimenti

Altri anni per Art. 132 Codice di Procedura Civile

Deducibilità dei costi infragruppo: il Fisco perde in Cassazione
L'Amministrazione Finanziaria ha impugnato la decisione che riconosceva la deducibilità dei costi infragruppo sostenuti da una società per consulenze e servizi di gestione immobiliare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando la legittimità delle deduzioni operate dalla contribuente. I giudici hanno stabilito che la valutazione sull'inerenza e sull'effettività dei costi spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Inoltre, i canoni versati per l'uso di un immobile sono stati ritenuti interamente deducibili poiché legati a un reale contratto di servizi integrati (servicing) e non a una semplice locazione esente da IVA. Vince la società contribuente, con condanna del Fisco al pagamento delle spese.
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Motivazione apparente: la Cassazione annulla la sentenza vuota
L'Amministrazione Finanziaria ha impugnato la decisione che annullava un accertamento fiscale basato sul metodo analitico-induttivo contro un intermediario di orologi di lusso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando il vizio di motivazione apparente. I giudici d'appello avevano infatti rigettato le pretese del fisco con poche righe sbrigative, senza analizzare le prove e il metodo di accertamento. Anche il ricorso del contribuente è stato accolto per lo stesso difetto di motivazione sulla parte a lui sfavorevole. La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza, rinviando la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Toscana per un nuovo esame che rispetti l'obbligo di una motivazione reale e controllabile.
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Patto di prova e lavoro in nero: chi perde in Cassazione?
La Lavoratrice ha impugnato il licenziamento per mancato superamento del periodo di prova, sostenendo di aver lavorato in nero prima della firma del contratto e che quindi il patto di prova fosse nullo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che non è stata fornita una prova sufficiente del lavoro svolto prima della regolarizzazione. I poteri d'ufficio del giudice non possono sanare la carenza di allegazione e prova delle parti. La Lavoratrice perde definitivamente la causa e viene condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Avviso di accertamento: il mutuo smentisce il prezzo del rogito
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di una società di costruzioni contro un avviso di accertamento per imposte dirette e IVA. L'ufficio finanziario contestava la sottofatturazione di una vendita immobiliare, basandosi sul valore del mutuo edilizio ottenuto dall'acquirente, e l'uso di fatture per operazioni inesistenti emesse da una società cartiera. La Cassazione ha confermato la validità del valore del mutuo come prova del prezzo reale e la fittizietà delle operazioni. Tuttavia, ha accolto il ricorso della contribuente per quanto riguarda la motivazione apparente del giudice d'appello, che aveva rigettato senza adeguate spiegazioni le contestazioni su caparre e finanziamenti soci. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Contratto di agenzia: recesso automatico o tutele per l’agente?
Un'azienda ha interrotto un contratto di agenzia a tempo indeterminato con un agente, invocando una clausola risolutiva espressa per il mancato raggiungimento dei minimi di fatturato. L'agente ha fatto causa chiedendo le indennità di fine rapporto e di preavviso. I giudici di merito hanno accolto la domanda dell'agente, poiché l'azienda non aveva provato tempestivamente il calo di fatturato in primo grado, essendo rimasta contumace. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. La Corte ha stabilito che, anche in presenza di una clausola risolutiva espressa, il giudice deve sempre verificare se l'inadempimento dell'agente sia così grave da costituire una giusta causa di recesso immediato, valutando l'equilibrio contrattuale e il rapporto di fiducia. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Motivazione apparente: azienda vince contro sentenza vuota
Un lavoratore ha ottenuto un provvedimento d'urgenza per essere assunto da un'azienda con la qualifica del precedente impiego. Successivamente, ha chiesto l'inquadramento a un livello superiore del contratto collettivo applicato dall'azienda. La Corte d'Appello ha dato ragione al lavoratore, ritenendo che la questione fosse ormai chiusa per via di un precedente giudicato. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, dichiarando la nullità della sentenza per motivazione apparente. I giudici d'appello non hanno spiegato in modo logico perché il precedente provvedimento, basato su un altro contratto collettivo, dovesse coprire anche il nuovo inquadramento. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Chiede il saldo di 10.000 euro: non è domanda nuova in appello
Una professionista ha chiesto la condanna di una società al pagamento delle proprie spettanze per l'attività di assistenza nella preparazione di un concordato preventivo. In primo grado ha richiesto oltre 188.000 euro o la somma ritenuta di giustizia. Il Tribunale ha accertato un accordo per 35.000 euro, di cui 25.000 già pagati. In appello, la professionista ha richiesto il saldo di 10.000 euro, ma i giudici di secondo grado hanno ritenuto tale richiesta inammissibile configurandola come una domanda nuova in appello e rilevando una carenza di interesse. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della professionista: ridurre la somma richiesta mantenendo lo stesso contratto non costituisce una domanda nuova in appello. Inoltre, sussiste l'interesse ad agire poiché la società debitrice contestava la liquidità e l'esigibilità del credito residuo.
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Cessione di ramo d’azienda: legittimo il trasferimento “leggero”
Un gruppo di dipendenti di una banca, addetti al settore del recupero crediti in sofferenza, ha impugnato la cessione di ramo d'azienda con cui erano stati trasferiti a una società esterna di gestione crediti. I lavoratori sostenevano che il reparto ceduto fosse privo di autonomia organizzativa e preesistenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando la legittimità dell'operazione. I giudici hanno chiarito che la cessione di ramo d'azienda è valida anche quando riguarda una struttura "dematerializzata" o "leggera", ossia priva di rilevanti beni materiali ma caratterizzata da un gruppo di lavoratori dotati di uno specifico ed elevato know-how professionale. Di conseguenza, il trasferimento dei dipendenti è pienamente legittimo e non sussiste alcun obbligo per la banca di riassumerli.
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Responsabilità del commercialista: tasse dovute, niente danni
Una cliente ha citato in giudizio il proprio consulente fiscale chiedendo il risarcimento dei danni per errori nella presentazione delle dichiarazioni dei redditi, che avevano causato accertamenti fiscali e sanzioni. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta per l'anno 2010 per mancanza di prove sul danno e ha escluso il rimborso delle imposte comunque dovute per gli anni precedenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della cliente. I giudici hanno chiarito che, in tema di responsabilità del commercialista, non basta lamentare genericamente un danno o un minor credito d'imposta, ma occorre fornire prove precise e specifiche sia sull'esistenza del danno (an) sia sulla sua esatta quantificazione (quantum), indicando chiaramente i documenti di supporto. Vince il commercialista.
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Inversione contabile: nullo il verdetto senza motivazione reale
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un'azienda di commercio di oro usato l'indebita applicazione dell'inversione contabile ai fini IVA, oltre all'indeducibilità di alcuni costi. I giudici d'appello avevano dato ragione all'azienda, annullando gli accertamenti con una motivazione estremamente generica e dichiarando estinto l'intero giudizio per via di una definizione agevolata parziale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo che la sentenza d'appello è nulla per motivazione apparente. I giudici di secondo grado non hanno spiegato il percorso logico per ritenere applicabile l'inversione contabile, né hanno motivato l'assorbimento delle altre questioni. Inoltre, l'estinzione del giudizio doveva limitarsi solo alla quota effettivamente definita. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Specificità dei motivi di appello: l’automobilista vince
Un automobilista ha chiesto il risarcimento dei danni per aver fatto rifornimento con carburante annacquato. Il Tribunale ha dichiarato il suo appello inammissibile per difetto di specificità, decidendo comunque anche nel merito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'automobilista, ribadendo che il giudice, dopo aver dichiarato l'inammissibilità, perde il potere di decidere sul merito della causa. La Suprema Corte ha chiarito che la specificità dei motivi di appello non richiede formule sacramentali, ma solo una chiara esposizione delle parti contestate della sentenza e delle relative censure. La decisione impugnata è stata cassata con rinvio al Tribunale per un nuovo esame dell'appello.
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Mancata assunzione: risarcimento pieno al lavoratore precario
Un Lavoratore Socialmente Utile (LSU) ha impugnato l'illegittima esclusione da una procedura di stabilizzazione indetta da un Comune. Il Tribunale ha riconosciuto il suo diritto all'assunzione e al risarcimento, ma la Corte d'Appello ha escluso il danno da differenze retributive. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore, stabilendo che il danno patrimoniale derivante dalla condotta illegittima della Pubblica Amministrazione è risarcibile. In particolare, il danno consiste nella perdita delle retribuzioni che il dipendente avrebbe percepito se fosse stato tempestivamente assunto, detratto quanto eventualmente percepito ad altro titolo. La Suprema Corte ha quindi sancito il diritto al risarcimento danno da mancata assunzione, cassando la decisione precedente e rinviando la causa per la quantificazione del danno subito dal lavoratore che ha continuato a operare in condizioni economiche deteriori.
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Demolizione di immobile abusivo: eseguirla non è mai un illecito
I Proprietari di un terreno chiedono il risarcimento dei danni per la demolizione di immobile abusivo (un capannone parzialmente abusivo sul loro fondo) eseguita dalla Società Acquirente del terreno confinante e dal Direttore dei Lavori. I Proprietari sostengono di aver rinunciato alla demolizione, precedentemente ordinata da un giudice, e che l'ingresso nel loro fondo sia stato un accesso abusivo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei Proprietari. I giudici chiariscono che la Società Acquirente, avendo accettato nel contratto di acquisto gli obblighi della precedente sentenza, è subentrata legittimamente nel dovere di demolire. L'esecuzione di un ordine del giudice non costituisce un atto illecito, anche se compiuto senza la collaborazione dei Proprietari, e la demolizione del manufatto non può generare un danno risarcibile poiché rappresenta proprio la soddisfazione del diritto originario dei Proprietari.
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Omessa pronuncia: professionista batte il silenzio dei giudici
Un professionista ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una società in concordato preventivo per prestazioni professionali non pagate. La società e il suo liquidatore hanno opposto il decreto, ottenendo una forte riduzione del debito. Il professionista ha chiesto di chiamare in causa il liquidatore come persona fisica per il pagamento subordinato delle attività svolte nel suo interesse personale. Nonostante la regolare costituzione del terzo in uno dei giudizi poi riuniti, i giudici di merito hanno ignorato la domanda subordinata e la contestazione sulla riduzione dei compensi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, rilevando il vizio di omessa pronuncia sia sulla domanda contro il terzo sia sulla riduzione ingiustificata delle tariffe professionali, rinviando la causa alla Corte d'appello.
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Regime del margine: la sostanza vince sulla forma in fattura
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una concessionaria di auto usate l'applicazione del regime del margine per gli anni 2003 e 2004, sostenendo che la mancata indicazione di tale dicitura sulle fatture d'acquisto ne impedisse l'utilizzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno stabilito che l'omissione formale in fattura non esclude il regime del margine se il contribuente dimostra, anche tramite la carta di circolazione, di aver agito con la massima diligenza per verificare che l'IVA fosse già stata assolta a monte da soggetti non rivenditori.
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Informazione privilegiata: il silenzio che costa 75mila euro
Una società finanziaria in liquidazione ha impugnato la sanzione di 75.000 euro inflitta dalla Consob per aver ritardato la comunicazione al pubblico di un'importante scelta strategica (la dismissione di un ramo d'azienda), mentre pubblicamente annunciava il rilancio della stessa divisione. La Corte d'Appello ha confermato la sanzione e la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'avvio di trattative per vendere un ramo d'azienda costituisce un'informazione privilegiata. Di conseguenza, l'attivazione della procedura di ritardo della comunicazione era illegittima perché idonea a fuorviare il pubblico dei risparmiatori, i quali confidavano nei piani di rilancio precedentemente annunciati. La Cassazione ha inoltre chiarito che il diritto al contraddittorio non è violato se la parte non dimostra quale difesa concreta avrebbe potuto avanzare per cambiare l'esito del procedimento.
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Avviso di accertamento: affitti in nero e ricorso respinto
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato al Contribuente un avviso di accertamento per l'anno d'imposta 2011, riscontrando un maggior reddito da fabbricati derivante da contratti di locazione non dichiarati o dichiarati per importi inferiori rispetto a quelli contrattuali. Il Contribuente ha impugnato l'atto eccependo, tra l'altro, la violazione del divieto di doppia imposizione e l'omessa pronuncia sull'applicazione della cedolare secca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso erano generici e privi del requisito di autosufficienza, non specificando per quali immobili fosse stata applicata la cedolare secca. Inoltre, la morte del difensore e l'irreperibilità del ricorrente non impediscono la trattazione del giudizio di legittimità, dominato dall'impulso d'ufficio. Il Contribuente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Rendita catastale Docfa: l’albergo perde contro il fisco
L'Azienda proprietaria di un albergo ha proposto una determinata rendita catastale tramite la procedura informatica. L'Agenzia delle Entrate ha rettificato tale valore, aumentandolo sensibilmente a seguito di una stima diretta. L'Azienda ha impugnato l'atto lamentando un difetto di motivazione e la mancata allegazione dei documenti di confronto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che in tema di rendita catastale Docfa l'obbligo di motivazione dell'avviso di accertamento è soddisfatto con l'indicazione dei dati oggettivi e della classe attribuita. La mancata allegazione dei documenti utilizzati per la comparazione non rende nullo l'atto se la motivazione complessiva consente al contribuente di difendersi, distinguendo il piano della motivazione da quello della prova in giudizio. Vince l'Agenzia delle Entrate.
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Valutazione aree edificabili: legittimo il valore retroattivo
Il Comune ha notificato a un Contribuente un avviso di accertamento ICI per un terreno, rettificandone il valore in base a una delibera comunale successiva. Il Contribuente ha contestato la retroattività della delibera e la mancata valutazione dei vincoli del terreno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità dell'accertamento. I giudici hanno stabilito che le delibere comunali sulla valutazione aree edificabili hanno valore di presunzione semplice e possono essere applicate anche ad annualità precedenti alla loro adozione, funzionando in modo analogo agli studi di settore. Di conseguenza, il Contribuente perde la causa ed è condannato al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Abuso del processo: la Cassazione punisce il ricorso temerario
Il Contribuente ha impugnato una cartella esattoriale emessa dall'Agente della Riscossione, sollevando diverse eccezioni tra cui l'illegittimità della firma, il difetto di notifica e la prescrizione. La Corte di Cassazione ha rigettato tutti i motivi di ricorso, ritenendoli infondati o inammissibili. In particolare, la Corte ha confermato la validità della delega di firma e della notifica effettuata presso la casa comunale. Rilevando che il ricorso mirava unicamente a ottenere un terzo grado di giudizio di merito senza reali questioni di diritto, i giudici hanno condannato il Contribuente per abuso del processo ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., imponendogli il pagamento delle spese legali e di una sanzione pecuniaria di pari importo a favore della controparte.
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