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Art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115/02

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196 provvedimenti

Ricorso tardivo: quando l’appello è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso presentato da una società cooperativa contro l'INPS. La decisione si fonda sul fatto che si trattava di un ricorso tardivo, in quanto notificato oltre il termine breve per l'impugnazione, decorso dalla data di notifica della sentenza di secondo grado. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese legali e al versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Licenziamento giusta causa: valido anche senza previsione
Un dipendente di banca viene licenziato per aver occultato un'eccedenza di cassa. La Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa, affermando che la gravità della condotta e la rottura del vincolo di fiducia prevalgono sulla mancata previsione specifica del fatto nel codice disciplinare. La valutazione del giudice è centrale per determinare la proporzionalità della sanzione espulsiva.
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Risarcimento danno demansionamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32527/2024, ha confermato il diritto al risarcimento danno demansionamento per due dipendenti bancari, anche in presenza di una precedente sentenza che aveva escluso il risarcimento per un periodo anteriore. La Corte ha stabilito che la continuità del demansionamento in un periodo successivo costituisce un illecito distinto, per il quale è possibile richiedere e ottenere un nuovo risarcimento. Inoltre, ha ribadito che il danno alla professionalità può essere provato anche in via presuntiva e liquidato equitativamente dal giudice sulla base di elementi come la durata e la gravità del demansionamento.
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Licenziamento condotta extralavorativa: è legittimo?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento di un lavoratore per una grave condotta extralavorativa, consistente nel coinvolgimento in un'indagine per traffico di stupefacenti. La Suprema Corte ha stabilito che un comportamento di tale gravità, anche se avvenuto al di fuori dell'ambito lavorativo, è idoneo a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario con il datore di lavoro, giustificando il recesso per giusta causa anche in assenza di una condanna penale definitiva.
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Licenziamento giusta causa e prova dell’intenzione
Un'azienda ha licenziato un dipendente per il presunto tentativo di furto di un peluche aziendale. La Corte d'Appello ha annullato il licenziamento per mancanza di prove sull'intenzione furtiva. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso dell'azienda e sottolineando che un licenziamento per giusta causa richiede prove chiare e una contestazione disciplinare specifica. La Suprema Corte ha ribadito di non poter riesaminare nel merito le prove, ma solo verificare la corretta applicazione della legge.
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Giusta causa licenziamento: quando la tolleranza la esclude
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società che aveva licenziato un dirigente per presunte irregolarità contabili. La decisione si fonda sul principio che la tolleranza prolungata del datore di lavoro verso il comportamento del dipendente esclude la sussistenza della giusta causa di licenziamento. Se l'azienda, pur a conoscenza dei fatti, mantiene il lavoratore in servizio e continua a basarsi sui documenti contestati, non può poi invocare la gravità di tali fatti per giustificare un recesso immediato. Anche il ricorso del lavoratore è stato respinto per motivi procedurali.
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Interposizione illecita: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società committente, confermando la sentenza che riconosceva l'esistenza di una interposizione illecita di manodopera. I lavoratori, formalmente dipendenti di una ditta appaltatrice di servizi logistici, erano di fatto eterodiretti dalla committente. La Corte ha ritenuto inammissibile la richiesta di una nuova valutazione dei fatti e ha confermato che la fornitura di strumenti di lavoro (PC) e l'esercizio del potere direttivo sono indizi decisivi per qualificare il rapporto come subordinato direttamente con il committente.
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Risarcimento danni veicolo aziendale: la Cassazione
Un lavoratore chiede il pagamento delle spettanze di fine rapporto, ma l'azienda si oppone chiedendo il risarcimento danni veicolo aziendale per un incidente. La Cassazione conferma la responsabilità del dipendente, ritenendo estinto il suo credito per compensazione con il maggior credito del datore di lavoro.
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Licenziamento lavoratore detenuto: la notifica è valida
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo comunicato alla residenza di un lavoratore detenuto. La Corte ha ribadito che la notifica si presume conosciuta quando giunge all'indirizzo del destinatario, e spetta a quest'ultimo dimostrare di essere stato, senza sua colpa, nell'impossibilità di averne notizia, condizione non riscontrata nel caso di specie. Anche il motivo oggettivo del licenziamento è stato ritenuto provato dall'azienda.
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Cambio appalto: diritto alla riassunzione del capo gruppo
Una lavoratrice con mansioni di 'capo gruppo mensa' non era stata riassunta dalla società subentrante in un cambio appalto. La Corte di Cassazione ha confermato il suo diritto alla riassunzione, stabilendo che il suo ruolo non rientrava tra le funzioni di direzione esecutiva che giustificano l'esclusione. L'ordinanza sottolinea come la reale presenza sul lavoro prevalga su eventuali incongruenze documentali nel dimostrare i requisiti per il passaggio.
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Patto di non concorrenza nullo per compenso inadeguato
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità di un patto di non concorrenza a causa di un corrispettivo ritenuto inadeguato e non proporzionato al sacrificio richiesto al lavoratore. L'accordo limitava l'attività professionale dell'ex dipendente su quasi tutto il territorio nazionale. La Corte ha stabilito che il giudice di merito può valutare la congruità del compenso, dichiarando nullo l'intero patto se questo risulta manifestamente iniquo o sproporzionato, non essendo sufficiente che non sia meramente simbolico.
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Trasferimento d’azienda e continuità del rapporto
La Corte di Cassazione ha confermato che si configura un trasferimento d'azienda, con conseguente continuità del rapporto di lavoro, anche quando la cessione avviene in due fasi tramite un terzo intermediario. Nel caso specifico, la gestione di una stazione di servizio era passata da una madre al figlio, ma formalmente l'azienda era stata prima restituita a una compagnia petrolifera e poi da questa riassegnata al figlio. La Corte ha ritenuto irrilevante questo passaggio intermedio, stabilendo che, poiché l'organizzazione dei beni e l'attività economica erano rimaste invariate, il rapporto di lavoro del dipendente era proseguito senza interruzioni con il nuovo titolare. Di conseguenza, il licenziamento successivo è stato dichiarato inefficace.
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Trasferimento d’azienda: continuità e responsabilità
La Corte di Cassazione ha confermato che si configura un trasferimento d'azienda anche quando il passaggio di gestione di una stazione di servizio avviene tramite un terzo intermediario (una compagnia petrolifera). Di conseguenza, il nuovo gestore e il precedente titolare sono responsabili in solido per i crediti retributivi del lavoratore, il cui rapporto di lavoro è proseguito senza soluzione di continuità. La Corte ha rigettato il ricorso dei gestori, sottolineando che la continuità del complesso dei beni aziendali è l'elemento decisivo.
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Cessione ramo d’azienda: obblighi del cedente
Una lavoratrice ha citato in giudizio l'ex datore di lavoro dopo una cessione di ramo d'azienda, sostenendo la violazione della buona fede nella scelta di un'azienda acquirente che in seguito ha cessato l'attività. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l'impresa cedente non ha alcun obbligo legale di verificare o garantire la futura stabilità finanziaria dell'acquirente. La validità del trasferimento non dipende dal successo a lungo termine dell'acquirente, poiché la legge prevede già specifiche tutele per i lavoratori.
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Diritto di precedenza: come sceglie il datore di lavoro?
Un lavoratore ha rivendicato il suo diritto di precedenza per un'assunzione a tempo indeterminato, ma l'azienda ha assunto un'altra collega con un diritto analogo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in assenza di criteri legali specifici, il datore di lavoro ha discrezionalità nella scelta tra più aventi diritto, a meno che non venga provata un'azione arbitraria o in malafede. Il diritto di precedenza non è stato quindi violato.
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Messa in mora del datore: quando è dovuta la paga?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, anche a fronte di una sentenza che accerta l'esistenza di un rapporto di lavoro, i dipendenti non hanno diritto alla retribuzione per i periodi non lavorati se non hanno formalmente offerto la propria prestazione lavorativa. Senza una specifica messa in mora del datore, viene a mancare il presupposto per il diritto allo stipendio. Di conseguenza, le lavoratrici sono state condannate a restituire le somme precedentemente ricevute.
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Clausola sociale: diritto all’assunzione garantito
La Cassazione conferma il diritto all'assunzione dei lavoratori in caso di cambio appalto, basato sulla clausola sociale prevista dal CCNL. La Corte ha stabilito che tale clausola è direttamente applicabile e crea un diritto soggettivo per i dipendenti, rigettando sia il ricorso dell'azienda subentrante sia quello dei lavoratori che chiedevano emolumenti non richiesti in primo grado.
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Contestazione Generica: la Cassazione fa il punto
Un professionista ha citato in giudizio uno studio associato per il mancato pagamento di compensi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dello studio, rigettando tutti i ricorsi. Il punto centrale della decisione è l'inefficacia della contestazione generica: di fronte a richieste di pagamento dettagliate, la parte convenuta non può limitarsi a una negazione vaga, ma deve contestare specificamente i fatti, altrimenti questi si considerano ammessi. La sentenza ribadisce l'importanza dell'onere di allegazione e contestazione specifica nel processo civile.
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Superminimo: da straordinario a parte fissa stipendio
Un'azienda interrompe il pagamento di una somma mensile a un dipendente, sostenendo fosse per straordinari. Il lavoratore afferma che dopo oltre vent'anni quel compenso era diventato un superminimo fisso. La Corte di Cassazione ha confermato che un'erogazione continuativa, pur nata come compenso forfettario per straordinari, si trasforma in un superminimo, diventando parte integrante e non riducibile della retribuzione ordinaria.
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Onere della prova: a chi tocca dimostrare il lavoro?
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore la cui posizione previdenziale era stata annullata dall'Ente. La Corte ha stabilito che, in questi casi, l'onere della prova per dimostrare la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato ricade interamente sul lavoratore e non sull'Ente Previdenziale. Le prove testimoniali generiche sono state ritenute inammissibili.
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