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Art. 13 comma 1 quater d.p.r. n° 115/02 — Anno 2024

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269 provvedimenti

Altri anni per Art. 13 comma 1 quater d.p.r. n° 115/02

Revocazione sentenza Cassazione: quando è inammissibile
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile la richiesta di revocazione di una sentenza della Cassazione relativa a degli adeguamenti pensionistici. I ricorrenti sostenevano che la Corte avesse commesso un errore di fatto, ignorando un debito preesistente stabilito da una sentenza del 1994. La Corte ha chiarito che non vi è stato alcun errore fattuale; la sua decisione precedente si basava sull'interpretazione giuridica secondo cui la successiva capitalizzazione del fondo pensione aveva estinto l'obbligazione di debito. Questo rappresenta un disaccordo su basi legali (errore di giudizio), non un motivo valido per la revocazione.
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Errore di fatto: revocare un’ordinanza Cassazione
La Corte di Cassazione ha respinto un ricorso per revocazione contro una propria ordinanza, chiarendo la netta distinzione tra l'errore di fatto, che consente la revocazione, e l'errore di giudizio, che non la ammette. Il caso riguardava una pretesa di pagamento per la perequazione di una pensione aziendale, che la Corte aveva già ritenuto estinta a seguito della capitalizzazione del fondo pensione. I ricorrenti lamentavano un errore di fatto, ma la Corte ha stabilito che le loro censure riguardavano in realtà l'interpretazione e la valutazione giuridica dei fatti, configurando un inammissibile tentativo di ottenere un nuovo giudizio nel merito.
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Disoccupazione involontaria: no ASpI con accordo
La Corte di Cassazione ha negato l'indennità di disoccupazione (ASpI) a un ex dirigente il cui rapporto di lavoro era cessato tramite un accordo di conciliazione sindacale. Secondo la Corte, la presenza di un incentivo all'esodo e la natura bilaterale dell'accordo dimostrano una volontà comune di porre fine al rapporto, escludendo così lo stato di disoccupazione involontaria, requisito fondamentale per accedere alla prestazione.
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Indebito previdenziale: quando restituire l’indennità
Un lavoratore ha percepito contemporaneamente un'indennità di disoccupazione e una pensione di vecchiaia retrodatata per errore dell'ente previdenziale. La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di restituire l'indennità, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che le norme speciali sulla non ripetibilità dell'indebito previdenziale pensionistico non si estendono all'indennità di disoccupazione e che non è possibile sollevare questioni di fatto nuove per la prima volta in sede di legittimità.
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Diritto d’uso parcheggio: calcolo e risarcimento
La Corte di Cassazione chiarisce i criteri per determinare il corrispettivo e il risarcimento del danno in caso di mancata cessione del diritto d'uso parcheggio obbligatorio per legge. La sentenza stabilisce che il valore del diritto d'uso deve essere calcolato al momento della stipula del contratto di compravendita dell'immobile, e non al valore di mercato attuale. Analogamente, il risarcimento del danno per il mancato godimento decorre dalla data di acquisto dell'appartamento, non dalla data della domanda giudiziale.
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Compensi professionali avvocato: onere della prova
Un cliente contesta i compensi professionali richiesti dal suo ex avvocato, sostenendo di aver effettuato pagamenti in acconto non riconosciuti e lamentando negligenza. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che spetta al cliente l'onere di provare i pagamenti tramite quietanze o metodi tracciabili, e non con semplici testimoni. La Corte ha inoltre chiarito che la presentazione delle conclusioni è sufficiente per maturare il compenso per la fase decisionale e che l'eccezione di inadempimento per presunta negligenza deve essere sollevata formalmente e non in modo generico.
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Obblighi informativi mediatore: Cassazione chiarisce
Un acquirente cita in giudizio un'agenzia immobiliare per la mancata comunicazione di vizi relativi a una cantina. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando le sentenze precedenti. La Corte stabilisce che l'agente immobiliare aveva informato l'acquirente delle cause a lui note (una finestra difettosa) e non era tenuto a svolgere indagini tecniche approfondite. La decisione ribadisce i limiti degli obblighi informativi del mediatore, circoscrivendoli alle informazioni note o ragionevolmente conoscibili con la diligenza professionale.
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Improcedibilità del ricorso: termine perentorio
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso presentato da una società contro la sentenza che la condannava al pagamento di compensi per un contratto di procacciamento d'affari. La decisione si fonda sul mancato rispetto del termine perentorio per il deposito della relata di notifica della sentenza impugnata. La Corte ha ribadito che tale adempimento è essenziale per la prosecuzione del giudizio di legittimità e la sua omissione non è sanabile, comportando la declaratoria di improcedibilità del ricorso e la condanna alle spese e a sanzioni pecuniarie.
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Rinuncia prova testimoniale: quando si presume?
La Corte di Cassazione chiarisce che la mancata riproposizione di una richiesta di prova testimoniale all'udienza di precisazione delle conclusioni non ne implica automaticamente la rinuncia. La volontà della parte deve essere valutata nel contesto della sua intera condotta processuale. Nel caso di specie, relativo a un pagamento per riparazioni auto, la Corte ha respinto il ricorso, confermando che il giudice di merito può desumere la volontà di insistere sulla prova dalla coerenza con la linea difensiva, superando la presunzione di rinuncia prova testimoniale.
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Mandato professionale: limiti e discrezionalità
La Corte di Cassazione affronta il tema del mandato professionale conferito a un tecnico per l'esecuzione di lavori urgenti imposti da un'ordinanza comunale. Nel caso di specie, un comproprietario contestava i costi, ritenendoli eccessivi rispetto alle stime iniziali. La Corte ha stabilito che, in assenza di un esplicito limite di spesa nel contratto, lo scopo primario di adempiere all'ordinanza di sicurezza prevale. Il professionista gode quindi di ampia discrezionalità nella scelta delle soluzioni tecniche necessarie, anche se più costose, per raggiungere l'obiettivo inderogabile della messa in sicurezza dell'immobile. Il ricorso è stato pertanto respinto.
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Onere della prova pagamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33958/2024, ha rigettato il ricorso di un costruttore che richiedeva il pagamento di un saldo per lavori edili. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che la società immobiliare committente aveva fornito prove sufficienti dell'avvenuto pagamento dell'intera somma. La decisione sottolinea come l'onere della prova del pagamento spetti al debitore, ma una volta che questi fornisce elementi probatori convergenti, spetta al creditore dimostrare l'esistenza di un credito residuo. La sentenza ha ritenuto che una quietanza rilasciata da un parente del creditore, un assegno e le annotazioni su una fattura costituissero, nel loro complesso, prova liberatoria per il debitore.
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Lettera di patronage: quando è un obbligo vincolante
Una società finanziata per un progetto immobiliare non rispetta il rapporto 'loan to value' (LTV) dopo la revoca dei permessi. Le società controllanti avevano emesso una lettera di patronage impegnandosi a garantire le risorse finanziarie necessarie. La Cassazione ha confermato la natura 'forte' di tale lettera di patronage, ritenendo le controllanti responsabili per i danni derivanti dall'inadempimento e rigettando la difesa basata sull'impossibilità sopravvenuta.
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Ricorso inammissibile: specificità e onere della prova
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni correntisti contro un istituto bancario. La richiesta di restituzione di somme indebitamente pagate è stata respinta nei gradi di merito perché il conto corrente era ancora aperto. In Cassazione, i ricorrenti sostenevano che l'atto di citazione iniziale valesse come recesso, ma il ricorso è stato giudicato inammissibile per violazione del principio di specificità, non avendo i ricorrenti adeguatamente documentato e localizzato negli atti la presunta manifestazione di volontà. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso per cassazione non è un terzo grado di merito e deve rispettare rigorosi requisiti formali.
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Ricorso inammissibile: l’obbligo di esporre i fatti
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile perché l'atto non conteneva una sommaria esposizione dei fatti di causa, requisito fondamentale previsto dall'art. 366 c.p.c. Il caso riguardava una controversia su un contratto preliminare di compravendita immobiliare, ma la questione procedurale ha impedito l'esame nel merito, confermando le decisioni dei gradi precedenti.
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Obbligazione di risultato: la responsabilità dell’appaltatore
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha rigettato il ricorso di alcuni committenti che chiedevano la risoluzione di un contratto d'appalto per vizi nella pavimentazione di una terrazza. La Corte ha stabilito che, nonostante la presenza di difetti estetici (macchie superficiali), l'obbligazione di risultato dell'appaltatore era stata adempiuta. Il risultato principale, ovvero l'impermeabilizzazione, era stato raggiunto e i difetti minori erano eliminabili con una pulizia. La decisione ha tenuto conto anche della mancata collaborazione dei committenti nel consentire indagini tecniche più approfondite, confermando che non sussistevano i presupposti per la risoluzione contrattuale.
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Revocazione sentenza Cassazione: quando è possibile?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32854/2024, ha dichiarato inammissibile un ricorso per revocazione avverso una propria precedente sentenza. Il caso, nato da una complessa vicenda di compravendita immobiliare, chiarisce i rigidi confini della revocazione per errore di fatto, distinguendola nettamente dall'errore di valutazione. La Corte ha stabilito che non costituisce errore di fatto revocabile la valutazione di coerenza di una decisione di rinvio rispetto a un precedente dictum della stessa Cassazione, né una presunta errata valutazione delle prove, la quale si configura come una critica nel merito non ammissibile in sede di legittimità e, a maggior ragione, in sede di revocazione.
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Responsabilità del progettista e nesso causale
La Corte di Cassazione ha escluso la responsabilità del progettista per un ascensore rumoroso, poiché il suo progetto iniziale, seppur irrealizzabile, non fu mai eseguito. La decisione del costruttore di installare autonomamente un modello diverso e difettoso ha interrotto il nesso causale, addossando a quest'ultimo l'intera colpa del vizio. La Corte ha chiarito che il nesso causale tra progetto e danno deve essere provato da chi richiede il risarcimento.
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Possesso ad usucapionem: no se c’è detenzione iniziale
Un Comune, dopo aver occupato per decenni un terreno statale e avervi costruito case popolari, ne rivendicava la proprietà per usucapione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che l'occupazione iniziale, avvenuta con un'autorizzazione amministrativa, costituisce mera detenzione e non possesso ad usucapionem. In assenza di un atto formale di opposizione al proprietario, non è possibile acquisire il bene e sorge l'obbligo di risarcire il danno per l'illegittima occupazione.
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Giudicato esterno: limiti a nuove azioni legali
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in base al principio del giudicato esterno, non è possibile avviare una nuova azione legale per ottenere lo stesso bene della vita (in questo caso, la proprietà di un immobile) già oggetto di una precedente sentenza definitiva, anche se la nuova domanda si fonda su argomentazioni giuridiche diverse. La Corte ha sottolineato che per i 'diritti autodeterminati', come la proprietà, ciò che conta è il diritto rivendicato e non il singolo titolo di acquisto, precludendo così tentativi di aggirare una decisione già passata in giudicato.
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Usucapione immobile fallimento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una moglie che rivendicava l'usucapione dell'immobile di proprietà del marito a seguito della sua dichiarazione di fallimento. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la dichiarazione di fallimento non trasforma automaticamente la detenzione del coniuge convivente in possesso utile per l'usucapione. Per tale trasformazione è necessario un atto di interversione, ovvero una manifestazione esteriore inequivocabile di opposizione al diritto del proprietario, che nel caso di specie non è stata provata.
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