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Art. 13 comma 1 quater d.p.r. 115 del 2002

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387 provvedimenti

Idoneità candidato: non basta il requisito formale
Una dipendente pubblica, unica candidata a una posizione organizzativa, viene scartata per inidoneità nonostante possedesse l'unico requisito formale richiesto dal bando. La Cassazione conferma la decisione della Corte d'Appello, stabilendo che la Pubblica Amministrazione ha il potere-dovere di valutare la concreta idoneità del candidato e la sua capacità professionale, anche oltre i requisiti formali del bando, in base alla normativa e alla contrattazione collettiva.
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Eccessiva onerosità sopravvenuta: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di risoluzione contrattuale per eccessiva onerosità sopravvenuta, scaturito dall'interruzione anticipata di un campionato sportivo a causa della pandemia. Una società sportiva aveva ridotto il compenso di un atleta, il quale si era opposto. La Corte d'Appello aveva rideterminato il compenso dovuto, e la Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando sia il ricorso principale della società sia quello incidentale dell'atleta. La sentenza chiarisce i poteri del giudice nel riequilibrare le prestazioni contrattuali di fronte a eventi straordinari e imprevedibili, confermando che la risoluzione non ha effetto retroattivo sulle prestazioni già eseguite in contratti di durata.
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Notifica cartella esattoriale: validità e termini
La Corte di Cassazione conferma la validità di una notifica di cartella esattoriale preceduta da inviti di pagamento consegnati a un terzo (vicino di casa). Il Collegio chiarisce che se la legge vigente al momento della notifica non prevedeva l'obbligo di inviare una seconda raccomandata informativa, la procedura è da considerarsi rituale. La mancata impugnazione degli atti prodromici nei termini di legge li rende definitivi, precludendo la possibilità di sollevare le medesime eccezioni (come la decadenza) contro la successiva cartella esattoriale.
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Esenzione ICI enti non profit: il no della Cassazione
La Corte di Cassazione ha negato l'esenzione ICI a una fondazione ONLUS per i suoi immobili destinati ad attività sanitarie e assistenziali. La decisione si basa sul fatto che, nonostante l'ente non abbia scopo di lucro, l'attività era svolta in regime di convenzione e dietro corrispettivo, configurandosi quindi come attività economica. Secondo la Corte, per ottenere l'esenzione ICI per enti non profit è necessario dimostrare che il servizio sia erogato gratuitamente o dietro un corrispettivo simbolico, prova che nel caso di specie non è stata fornita.
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Esenzione IMU edilizia sociale: la Cassazione decide
Un ente di edilizia residenziale pubblica ha richiesto l'esenzione IMU per i suoi alloggi sociali per l'anno 2012. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l'esenzione IMU edilizia sociale è esclusa quando gli immobili sono concessi in locazione a terzi, anche se a canone calmierato. La Corte ha sottolineato che per beneficiare dell'esenzione sono necessari l'uso diretto dell'immobile da parte dell'ente e lo svolgimento di attività non commerciali, condizioni non soddisfatte in caso di locazione. Per il 2012, era prevista una detrazione, non un'esenzione totale.
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Dovere di vigilanza sindaci e compenso: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34671/2024, ha stabilito che l'inadempimento al dovere di vigilanza dei sindaci può portare alla perdita totale del compenso. Nel caso specifico, i sindaci non avevano segnalato un'operazione di riacquisto di azioni avvenuta dopo la chiusura del bilancio, ma prima della sua approvazione. Tale operazione, pur essendo di competenza dell'esercizio successivo, annullava un significativo utile fittiziamente iscritto nell'esercizio precedente, mascherando la reale situazione di difficoltà della società poi fallita. La Corte ha ritenuto che tale omissione costituisse un grave inadempimento, legittimando il rifiuto del pagamento del compenso da parte della curatela fallimentare.
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Estinzione del processo: cosa succede dopo l’accordo
Una società aveva impugnato in Cassazione la sentenza della Corte d'Appello che confermava l'illegittimità del licenziamento di un dipendente. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo. Di conseguenza, la società ha rinunciato al ricorso, portando la Corte di Cassazione a dichiarare l'estinzione del processo, chiudendo così la vicenda legale senza una pronuncia nel merito.
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Compensazione spese di lite: quando è legittima?
Una lavoratrice, dopo aver ottenuto la reintegrazione nel posto di lavoro, ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che aveva disposto la parziale compensazione delle spese di lite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la compensazione spese di lite è legittima in casi di eccezionale complessità processuale, anche se una parte risulta totalmente vittoriosa nel merito. La Corte ha inoltre chiarito che sui contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro in caso di reintegrazione spettano solo gli interessi legali e non la rivalutazione monetaria.
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Licenziamento disciplinare: non basta un alterco
Una società operante nel settore dell'accoglienza ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che riteneva illegittimo il licenziamento di una dipendente a seguito di un diverbio con un ospite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il licenziamento disciplinare era una sanzione sproporzionata. La Corte ha sottolineato l'importanza di valutare il contesto specifico, come l'ambiente di stress della struttura e la mancanza di prove sulla responsabilità della lavoratrice nell'innescare l'alterco, ribadendo che la valutazione dei fatti e della proporzionalità spetta al giudice di merito.
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Rimedio preventivo Legge Pinto: obbligo e validità
Una cittadina ha richiesto un indennizzo per l'eccessiva durata di un processo davanti al Giudice di Pace. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, confermando che il mancato utilizzo del rimedio preventivo Legge Pinto, ovvero la formale istanza di decisione orale, rende la richiesta di indennizzo inammissibile. La Corte ha ribadito la piena validità e l'importanza di questi strumenti per accelerare la giustizia.
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Licenziamento giusta causa: autonomia del giudice civile
Un lavoratore, direttore di un ufficio, veniva licenziato per giusta causa con l'accusa di essersi appropriato di somme di denaro destinate a dei clienti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando la legittimità del licenziamento. La Corte ha stabilito che, ai fini del licenziamento per giusta causa, il giudice civile può accertare autonomamente la gravità dei fatti, utilizzando come prove atipiche anche gli atti di un processo penale non ancora concluso, senza dover attendere la sentenza definitiva. La rottura del vincolo fiduciario è stata ritenuta provata a prescindere dall'esito penale.
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Licenziamento per giusta causa: appello inammissibile
Un dipendente, a seguito di un licenziamento per giusta causa per presunto accesso abusivo a dati di clienti, ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che, dopo la riforma del 2012, non è più possibile contestare vizi di motivazione come l'insufficienza o la contraddittorietà, soprattutto in presenza di una 'doppia conforme' dei giudici di merito.
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Credito prededucibile: sì al bonus MBO nel lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito che riconosceva il carattere di credito prededucibile a un bonus MBO vantato da un lavoratore verso una società in amministrazione straordinaria. Secondo la Corte, se i commissari subentrano nel rapporto di lavoro, un contratto ad esecuzione continuata, sono tenuti a saldare integralmente anche le prestazioni pregresse, come previsto dall'art. 74 della legge fallimentare.
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Lavoro marittimo: contratto stabile vs CCNL a termine
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un lavoratore marittimo, il cui rapporto di lavoro era stato giudizialmente trasformato in tempo indeterminato. L'azienda datrice di lavoro aveva successivamente tentato di applicare un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) che, di fatto, frammentava il rapporto in una serie di imbarchi a termine. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, stabilendo che un rapporto di lavoro marittimo a tempo indeterminato accertato in sede giudiziale non può essere unilateralmente modificato in una serie di contratti precari attraverso l'applicazione di una disciplina collettiva. Tale condotta rappresenta un'illegittima novazione del rapporto di lavoro.
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Licenziamento per giusta causa: la confessione vale?
Una dipendente di una struttura sanitaria, dopo un licenziamento per giusta causa dovuto all'appropriazione di materiale aziendale, ha fatto ricorso fino in Cassazione. La lavoratrice contestava il valore della sua confessione, resa durante una perquisizione, e la proporzionalità della sanzione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il furto di beni aziendali, a prescindere dal valore, lede irrimediabilmente il vincolo di fiducia. Ha inoltre chiarito che una confessione stragiudiziale, anche se raccolta in un contesto penale, può essere liberamente valutata dal giudice civile come prova nel procedimento di licenziamento per giusta causa.
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Errore di fatto: quando la Cassazione non si corregge
Una società elettrica nazionale ha richiesto la revocazione di un'ordinanza della Cassazione, sostenendo un 'errore di fatto' in una disputa sulla TOSAP con un Comune. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la doglianza della società non riguardava un errore percettivo, ma un errore di valutazione giuridica, il quale non è un presupposto valido per la revocazione secondo l'art. 395 n. 4 c.p.c.
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Errore di fatto: quando è inammissibile la revocazione
Un contribuente ha richiesto la revocazione di un'ordinanza della Corte di Cassazione, sostenendo un errore di fatto relativo alla notifica di un avviso di accertamento. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che l'errore di fatto idoneo alla revocazione deve essere un errore percettivo commesso dalla stessa Corte di Cassazione su atti del proprio giudizio, e non un riesame delle valutazioni di fatto già decise dai giudici di merito.
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Debiti imprenditore individuale e fallimento: la guida
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31823/2024, ha confermato che per la dichiarazione di fallimento di una ditta individuale, devono essere conteggiati tutti i debiti dell'imprenditore individuale, inclusi quelli di natura fiscale o derivanti da altre attività non collegate all'impresa. La Corte ha rigettato il ricorso di un imprenditore, affermando che non esiste separazione tra il patrimonio dell'impresa e quello personale, rendendo irrilevante l'origine del debito ai fini del superamento delle soglie di fallibilità.
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Compenso avvocato: non basta essere domiciliatario
Un avvocato ha contestato il pagamento di un collega, sostenendo che fosse solo un mero 'domiciliatario'. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il diritto al compenso avvocato si basa sull'attività effettivamente svolta. Poiché le prove dimostravano un incarico di assistenza e rappresentanza, il compenso era dovuto. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il ricorso in quanto mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Clausola competenza territoriale: notaio sanzionato
La Corte di Cassazione conferma la sanzione disciplinare a un notaio per aver autenticato un contratto di locazione contenente una clausola competenza territoriale nulla. La sentenza ribadisce che la competenza per le liti su immobili urbani è inderogabile e spetta al giudice del luogo dove si trova l'immobile. L'illecito del notaio si perfeziona con la semplice autenticazione di un atto contenente clausole vietate dalla legge, a prescindere da successive sanatorie.
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