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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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2633 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Ricettazione di particolare tenuità negata per assegno da mille euro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per il reato di ricettazione. L'imputato aveva ricevuto un assegno bancario di quasi mille euro tramite modalità artificiose e chiedeva l'attenuante speciale della ricettazione di particolare tenuità oltre alla non punibilità per esiguità del fatto. I giudici supremi hanno respinto la richiesta. La Corte ha chiarito che il valore economico del titolo e l'uso di raggiri impediscono di considerare modesta l'offesa criminale. La dichiarazione di inammissibilità dell'impugnazione ha inoltre precluso l'applicazione della prescrizione del reato, condannando il ricorrente alle spese e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Inutilizzabilità prove e prescrizione: la Cassazione chiarisce i limiti
Un Lavoratore era stato accusato di un reato tributario, ma il Tribunale aveva dichiarato il reato prescritto. Successivamente, la Corte d'Appello ha dichiarato inutilizzabile la "lista Falciani", una prova cruciale, ma ha comunque confermato la prescrizione, rigettando la richiesta di assoluzione nel merito. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l'inutilizzabilità delle prove avrebbe dovuto portare all'assoluzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che, in presenza di prescrizione, l'assoluzione nel merito è possibile solo se l'innocenza è evidente "ictu oculi", senza necessità di ulteriori accertamenti. Il ricorso, invece, chiedeva una nuova valutazione delle prove, non consentita in Cassazione. La sentenza ha quindi confermato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo i limiti dell'impugnazione in caso di prescrizione e inutilizzabilità delle prove.
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Ricorso inammissibile: coltello e condanna confermata in Cassazione
Un Lavoratore è stato condannato per possesso ingiustificato di un coltello. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove e chiedendo la declaratoria di non punibilità o l'esclusione della recidiva. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le sue argomentazioni infondate e generiche. Il Lavoratore dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende, poiché il suo ricorso inammissibile non ha superato il vaglio della Suprema Corte.
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Patteggiamento in appello tra accordo e mancato proscioglimento
L'Imputato concorda una pena ridotta tramite il patteggiamento in appello per reati tra cui la ricettazione. Successivamente, propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione del proscioglimento immediato da parte della Corte territoriale. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile e condannano l'Imputato a tremila euro di ammenda. Quando le parti raggiungono un accordo sulla pena rinunciando ai motivi di gravame, il giudice d'appello circoscrive la propria decisione esclusivamente ai punti concordati. Non sussiste alcun obbligo di motivare sul mancato proscioglimento o su questioni istruttorie non dedotte.
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Falsificazione atto giudiziario: Reato prescrittto, risarcimento dovuto
Un professionista è stato accusato di falsificazione atto giudiziario e truffa per aver alterato un provvedimento e ingannato i clienti sugli onorari. La Corte d'Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ma ha confermato la sua responsabilità civile, condannandolo a rimborsare le spese legali alla parte civile. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del professionista, confermando pienamente la condanna al pagamento delle spese processuali e al risarcimento a favore della parte lesa. La falsificazione atto giudiziario, anche se prescritta penalmente, comporta conseguenze civili.
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Sottrazione di beni pignorati: prescrizione ma danni confermati
Un debitore, nominato custode dei propri beni mobili sottoposti a pignoramento, impediva la vendita forzata nascondendo i beni e rifiutando la consegna all'incaricato dell'asta. In appello, il giudice dichiarava il reato estinto per il decorso del tempo, ma confermava la condanna al risarcimento dei danni a favore del creditore. L'uomo ricorreva quindi in Cassazione lamentando la mancata assoluzione piena nel merito e presunti vizi negli atti esecutivi. La Suprema Corte ha respinto il ricorso confermando che la sottrazione di beni pignorati genera comunque una responsabilità civile indenne dalla prescrizione penale. L'imputato perde definitivamente la causa: non sconterà la pena detentiva, ma dovrà risarcire per intero il creditore, rifondere le spese legali e pagare una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità ricorso concordato in appello: quando non si può contestare
Due individui, condannati per tentata estorsione, avevano ottenuto una riduzione della pena in appello grazie a un "concordato in appello". Successivamente, hanno presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione della sentenza e la mancata valutazione di possibili cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo che le impugnazioni contro sentenze emesse con concordato in appello sono ammesse solo per specifici vizi, non per quelli sollevati dai ricorrenti. Hanno dovuto pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Ricorso penale inammissibile: la rinuncia parziale blocca l’appello
Un Lavoratore, condannato per reati legati agli stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza d'appello che aveva rideterminato la sua pena. In precedenza, il Lavoratore aveva rinunciato a parte dei motivi d'appello, accettando un patteggiamento in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che, quando un imputato rinuncia a specifici motivi d'appello, non può poi contestare in Cassazione questioni relative a quei motivi. La rinuncia parziale rende definitiva la parte della sentenza non impugnata, precludendo ogni successiva contestazione. Questo principio ha reso il ricorso del Lavoratore inammissibile.
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Ricorso contro il patteggiamento tra accordo e rigetto
L'imputato concordava una pena davanti al Tribunale per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, tra cui cocaina, marijuana e hashish. Successivamente, il suo difensore proponeva ricorso per Cassazione contestando la qualificazione del fatto, sostenendo l'uso personale della droga e lamentando la confisca del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. La Suprema Corte ha ribadito che l'uso personale costituisce una generica richiesta di proscioglimento non consentita dopo l'accordo sulla pena. La quantita rilevante di sostanza esclude errori evidenti nel capo di imputazione. L'imputato perde il ricorso e subisce la condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento concordato ma ricorso inutile: scatta la sanzione
Un imputato concorda con la Procura una pena per spaccio di lieve entità tramite patteggiamento. Successivamente, la difesa impugna la sentenza contestando la motivazione del giudice sul mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso per cassazione contro patteggiamento del tutto inammissibile. La legge limita tassativamente i motivi di impugnazione dopo un accordo tra le parti. L'imputato non può contestare il difetto di motivazione generico se la pena è legale e il consenso è valido. Il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese legali e a versare quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: limiti e ricorso in Cassazione
Due imputati hanno concordato la pena in secondo grado con la Procura Generale attraverso l'istituto del concordato in appello. Successivamente, entrambi hanno proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata valutazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena costituisce un vero e proprio patto processuale non modificabile unilateralmente. Il ricorso è ammesso solo per vizi relativi al consenso o a difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo.
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Ricorso inammissibile: l’appello contro il patteggiamento respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile. Un cittadino aveva presentato appello contro una sentenza di patteggiamento, che è un accordo sulla pena. Il ricorso contestava la motivazione della condanna per reati legati agli stupefacenti, lamentando la mancata applicazione di una norma procedurale. Tuttavia, la Corte ha stabilito che i motivi presentati non rientravano tra quelli ammessi per impugnare una sentenza di patteggiamento. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto. Il ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende. Questo caso evidenzia i limiti per un ricorso inammissibile dopo un patteggiamento.
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Ricorso Penale Inammissibile: Quando la Cassazione non Entra nel Merito
Un Lavoratore ha presentato un ricorso contro una sentenza di appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha ritenuto che i motivi presentati non fossero ammissibili per legge in sede di legittimità (cioè, non potevano essere esaminati dalla Cassazione). La sentenza di appello era stata emessa dopo che il Lavoratore aveva rinunciato a contestare le attenuanti generiche e aveva chiesto una riduzione della pena. Il Lavoratore contestava la mancanza di motivazione. La Corte ha quindi respinto il ricorso e lo ha condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso inammissibile: l’appello al patteggiamento fallisce in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato **ricorso inammissibile** gli appelli presentati da tre imputati contro una sentenza di patteggiamento. Gli imputati contestavano la congruità della pena, l'eccessività della sanzione e l'erronea qualificazione giuridica del fatto, oltre alla mancata verifica di cause di non punibilità. La Corte ha chiarito che il ricorso contro una sentenza di patteggiamento è possibile solo per motivi specifici, come vizi nella volontà dell'imputato o illegalità della pena. I motivi sollevati dagli imputati non rientravano in queste casistiche limitate, rendendo il loro appello non accoglibile.
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Concordato in appello: no al ricorso dopo l’accordo
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado con la Procura Generale. Successivamente ha proposto ricorso per cassazione contestando la sentenza emessa su accordo. I Supremi Giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Il concordato in appello limita le possibilità di impugnazione successiva a vizi specifici del consenso o a pene illegali. L'Imputato ha contestato motivi ormai rinunciati e la misura della sanzione concordata. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato l'Imputato alle spese legali e a quattromila euro di sanzione verso la Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento in appello: rinuncia ai motivi e obbligo di motivazione
Un imputato, condannato per un reato, aveva concordato una pena in appello tramite il "patteggiamento in appello", rinunciando a tutti i motivi di impugnazione tranne quelli relativi alla pena. Successivamente, ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la Corte d'Appello avrebbe dovuto motivare l'assenza di cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che, in caso di "patteggiamento in appello", il giudice non è tenuto a motivare sul mancato proscioglimento per cause di non punibilità, poiché l'imputato stesso ha limitato la cognizione del giudice rinunciando ai motivi. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Ricorso inammissibile nel patteggiamento: limiti e conseguenze
Un Lavoratore, imputato, ha presentato un ricorso contro una sentenza di patteggiamento. Il Lavoratore contestava la mancata verifica di cause di proscioglimento e il trattamento punitivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile nel patteggiamento. Ha stabilito che i motivi presentati non erano validi per impugnare una sentenza di applicazione della pena su accordo delle parti, come previsto dalla legge. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Amministratore condannato per Bancarotta Fraudolenta: l’inerzia non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un amministratore di società per bancarotta fraudolenta distrattiva e bancarotta semplice documentale. L'imputato, già condannato in appello, aveva presentato ricorso sostenendo l'assenza di prove certe e la sua estraneità ai fatti, dovuta a problemi personali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le argomentazioni difensive inverosimili. Ha inoltre ribadito che la bancarotta semplice è punibile anche per colpa. L'amministratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: quando il ricorso diventa inammissibile
Due imputati hanno concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato proscioglimento e la conferma dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che, dopo un concordato in appello, non si possono riproporre motivi di merito rinunciati. Inoltre, la pena accessoria dell'interdizione perpetua resta valida per le condanne non inferiori a cinque anni di reclusione. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di cinquemila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Sostituzione di Persona: Condanna Annullata per Prescrizione del Reato
La Suprema Corte ha affrontato un caso di condanna per sostituzione di persona. Due imputati avevano ricevuto una condanna confermata in appello. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato che era intervenuta la prescrizione del reato. Questo significa che era trascorso troppo tempo dalla data in cui il reato era stato commesso. Di conseguenza, la Corte ha annullato la sentenza di condanna senza rinviare il caso a un altro giudice, dichiarando il reato estinto per il decorso dei termini.
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